25 gennaio 2021

Il software del linguaggio

Raffaele Simone

Il software del linguaggio

Milano, Raffaello Cortina Editore, 2020

 

Leggere Simone è un’avventura. Non solo per le sorprese annidate in ogni pagina e per le critiche affilate, non di rado atroci, cui egli sottopone la sua stessa disciplina («Se qualcuno, foss’anche il celebre Noam Chomsky, venisse a dire che abbiamo capito tutto del linguaggio, è bene non dargli retta. Esagera o si sbaglia. Sebbene coetanea della matematica […], la linguistica è molto più indietro della sua consorella, perché non ha risolto quasi nessuno dei suoi Grandi Problemi», così l’attacco in ogni senso della Premessa, p. XI), ma perché si ha netta l’impressione di assistere dal vivo e in prima fila a continue fondazioni concettuali, per giunta sorrette da una capacità nomenclatoria fuori del comune. Qualche esempio tra i più significativi:

 

software, hardware: «il modo di funzionare delle lingue — il loro software — è determinato in gran parte dal loro hardware, cioè dall’organismo umano (in particolare il cervello) e quindi in sostanza dalla sua storia evolutiva» (pp. 31-32);

 

formato: «gli elementi non si combinano a piacere, ma seguono i principi di ordinamento tipici di ogni lingua. Do a questi principi il nome di formati: essi stabiliscono (a) quali posizioni un elemento può prendere nella catena, (b) quali elementi possono riempire le diverse posizioni, (c) quali elementi possono stargli accanto ecc.» (p. 45);

 

micropragmatica: «Nella sua veste di ‘regista’ del discorso il parlante compie una gran quantità di operazioni» che «non sono di natura strettamente linguistica, perché non portano immediatamente alla produzione di enunciati. Sono piuttosto di natura micropragmatica, in quanto rispondono al modo in cui il parlante vuole raffigurare gli stati-di-cose. Uso il termine micropragmatica perché queste operazioni riguardano una varietà di dettagli della struttura dell’enunciato» (pp. 94-96);

 

Flessibilità della Referenza e della Struttura: «La Flessibilità della Referenza permette di forzare la portata referenziale delle parole, portandole a designare entità e stati-di-cose anche molto diversi da quelli depositati nel sistema. La flessibilità della Struttura, per parte sua, permette di manipolare i formati sintattici, sia di piccola che di grande estensione, soprattutto a scopo pragmatico» (pp. 127-28); nella frase “Ho appena fatto il letto” «letto non designa l’oggetto che chiamiamo solitamente con questo nome, ma un insieme di oggetti composito (rete, materasso, lenzuola, cuscini), di cui il “letto” come manufatto fa parte. La frase vuol dire infatti ‘rassettare lenzuola, cuscini ecc. del letto’» (pp. 101-2);

 

Operazioni Discorsive: «Sono strumenti di cui i parlanti dispongono per adattare il sistema: operano nello Spazio del Discorso, producono Fenomeni Discorsivi e possono costituire il punto di partenza per nuove Unità di Sistema»: in sintesi, dispositivi di mutamento diacronico e di variazione sincronica (p. 136);

 

ciclo lessicale: «successione ordinata di passi, lungo la quale una parola scivola da un Formato Semantico a un altro. La parola ingresso, per esempio, designa dapprima un processo (il processo di entrare), poi il luogo attraverso cui esso si compie, poi la persona che lo compie ecc.» (p. 149);

 

distacco di tratti verbali sui Nomi: «Un altro aspetto della continuità tra Nomi e Verbi […] consiste nel fatto che in molte lingue i Nomi presentano tratti propri del Verbo, codificati in forma sintattica (come argomenti) o morfologica (come affissi di varia natura). Indico questo fenomeno come distacco di tratti verbali sui Nomi. […] La proposta che avanzo è che il distacco di tratti verbali sui Nomi procede di pari passo con il crescere del grado di verbalità dei Nomi» (pp. 177, 193);

 

La sfida è, saussurianamente, studiare «la lingua in sé e per sé», fare cioè linguistica con gli strumenti della linguistica, senza debordare dai confini della disciplina, benché questa, per esempio, si sia mostrata finora inadeguata a risolvere, e persino ad affrontare, il dilemma dei dilemmi, ovvero il rapporto tra il linguaggio — consistente in una mera sequenza di suoni spesso confusa — e il mondo cui esso rinvia: due realtà che, pur non somigliandosi affatto, i parlanti sono perfettamente in grado di utilmente connettere:

 

Ma questo problema per ora non ha risposta, e i linguisti sono perfino tentati di delegarlo a qualche altra disciplina. […] Oggi […] non sono pochi quelli tra di noi che si occupano (o pretendono di occuparsi: il sapere scientifico non si improvvisa) di quel che fa il cervello in questa o quella attività linguistica; altri si aspettano soluzioni dall’informatica; altri ancora dalle neuroscienze, dalla biologia o dall’etologia. Nel rivolgersi a questi ambiti, i linguisti mimano temerariamente competenze non loro, e senza accorgersene dissolvono la specificità della loro disciplina, che non consiste nell’indagare i circuiti nervosi, ma nell’esplorare quelle che un linguista tedesco chiamava, in modo un po’ toccante ma tutt’altro che falso, «le meraviglie del linguaggio», cioè i fatti, i fenomeni e i meccanismi delle lingue […]. Inoltre, con la loro aspirazione a dissolversi in scienze diverse danno un pericoloso segno di fragilità, perché mostrano che la linguistica non si sente ancora le spalle abbastanza solide per fare da sola. Duemila anni, di cui gli ultimi centocinquanta particolarmente intensi e vivaci, non sono bastati a portarla all’età maggiore (pp. XII-XIII).

 

L’architettura delle lingue, si sostiene nel saggio, è determinata in gran parte dalla storia evolutiva e dalle facoltà cognitive dell’Homo sapiens, «elaboratore finito di informazioni», perché i limiti della sua voce, del suo udito, della sua memoria e della sua attenzione si ripercuotono sulla sua capacità di elaborazione linguistica; tale condizione di «penuria semiotica» deve certamente aver influito sulla struttura delle lingue; al fine di compensare le limitazioni derivanti dalla scarsità di mezzi utili a far funzionare il linguaggio, è stata allestita dagli umani una folta serie di strategie, talora geniali, che sono diventate i tratti definitorî del linguaggio. La lingua può dunque essere concepita come un sistema di formati e rappresentazioni costruiti in modo da rispettare i suddetti principî geneticamente determinati: i primi creano «zone stabili» su tutti i livelli d’analisi (fonologico, morfologico, lessicale, sintattico, ecc.), favorendo produzione e riconoscibilità degli enunciati; le seconde costituiscono il modo in cui si presenta il nesso («link») linguaggio-mondo. Ma sia le rappresentazioni sia i formati, offerti dalla flessibilità semiotica del linguaggio come codice, hanno la caratteristica di poter essere forzati e deformati dal parlante tramite le operazioni discorsive cui s’è accennato, con due conseguenze possibili: o il loro risultato dilegua senza lasciar tracce nella lingua oppure riesce a insediarsi stabilmente nel sistema. Ma, benché prodotte dai parlanti, le forzature non avvengono a loro arbitrio: seguono percorsi obbligati, come i cicli lessicali e i continua coordinazione-subordinazione, da Simone reputati universali, «cioè serie di passi nessuno dei quali può essere saltato» (p. 254).

 

Di notevole interesse la tesi secondo cui più d’una proprietà architettonica delle lingue deriverebbe dall’insopprimibile bisogno di narrare della nostra specie: il linguaggio si sarebbe insomma evoluto proprio «per rispondere alla necessità di raccontare, dapprima quella ingenua del narratore qualunque, poi quella esperta dell’autore. Per effetto di ciò, la grammatica delle lingue ha sviluppato risorse [come l’agentività, l’animatezza, gli shift discorsivi ecc.] che servono principalmente a quello scopo» (p. 214).

 

Un’osservazione su un tema che nel saggio è appena sfiorato, ma che a noi pare di estrema importanza. Simone sostiene che la creatività linguistica assoluta non esista, essendo le lingue costituite da formati prefissati, che il parlante non può creare ma soltanto forzare entro certi limiti. Tuttavia non si vorrà negare che quando Dante conia i suoi neologismi crei non solo parole ma visioni del mondo e concetti prima inesistenti. Si pensi ai suoi mille verbi parasintetici. Inluiarsi, ad esempio, ‘penetrare profondamente nella mente di lui’ (e cfr. anche inleiarsi, inmiarsi, intuarsi): la ricetta (schema o formato dato e obbligatorio) è la seguente: si prenda una parola — nella fattispecie un pronome personale — e la si circondi di un prefisso e di un suffisso verbale. Dante forza un formato predeterminato, senza dubbio: ma con quale e quanta potenza creatrice?

 


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