15 febbraio 2021

Come lavorava Carducci

Federico Casari - Carlo Caruso

Come lavorava Carducci

Roma, Carocci, 2020

 

 

Per la fortunata serie intitolata alla «Filologia d’autore», tesa a orientare — parola dei direttori Simone Albonico, Paola Italia e Giulia Raboni — «gli studiosi e gli studenti nello studio delle opere letterarie a partire dai materiali elaborativi superstiti, presentati insieme a una ricostruzione delle abitudini e degli strumenti di lavoro», sono finora apparsi un Gadda (a firma di Paola Italia, 2017), un Manzoni (Giulia Raboni, 2017), un d’Annunzio (Cristina Montagnani e Pierandrea De Lorenzo, 2018), un Guicciardini (Paola Moreno, 2020) e ora questo sontuoso Carducci. Così il paratesto:

 

Un premio Nobel che riordina da sé il suo archivio per i posteri e nasconde così bene le tracce del suo passato che nemmeno il più sagace archivista italiano se ne accorge. Una regina che compra la sua casa e ne fa una biblioteca e un museo. Chi è veramente Giosuè Carducci? Solo cercando nelle pieghe e nei margini del suo archivio si intravede l’immagine di un poeta incontentabile, convinto che la sua poesia migliore sarebbe stata quella ancora da scrivere, e dedito a lavorare una vita sulle sue carte per costruire la storia della propria biografia letteraria.

 

Articolato in quattro sezioni (L’autore e le sue carte, In biblioteca, Sulla scrivania, Esempio di edizione), il volume rappresenta la prima, scientifica esplorazione dell’officina dell’autore più celebrato del secondo Ottocento, modello di molta poesia novecentesca, Montale in primis, e faro d’intere generazioni di giovani non solo durante la cosiddetta “età carducciana” ma per almeno mezzo secolo dopo la sua morte. Ricognizione necessariamente concentrata — oltre che sulla biblioteca (più di 40.000 volumi, tra cui preziosi incunaboli e cinquecentine) — sull’archivio di Casa Carducci a Bologna (sezione speciale della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio), sia perché ivi è conservata la quasi totalità delle carte sia per la caratteristica che lo rende unico: l’essere stato ideato, radunato e ordinato dall’autore medesimo in cinque serie: poesia, scritti di critica letteraria e giornalistici, testi di lezioni e schede bibliografiche, documenti privati e infine la corrispondenza, scrupolosamente e gelosamente custodita («Anche la lettera più insulsa, anche la partecipazione di nozze o di morte, anche il biglietto da visita […] egli conservava», così l’archivista Albano Sorbelli nel 1921): ben 30.000 lettere di notevole rilevanza quando documentano redazioni altrimenti ignote: Carducci, infatti, inviava spesso i proprî testi agli amici, soprattutto a Giuseppe Chiarini e Guido Mazzoni, sollecitandone i pareri non meno estetici che tecnici, in particolare sulla versificazione “barbara”, ossia sulla riproduzione in italiano dell’esametro e del pentametro del distico elegiaco latino. Un modo di lavorare non certo notissimo, che merita dunque più d’un esempio.

 

Sul 1° verso dell’elegia Roma («Lancio ne l’aer tuo l’altovolante anima, o Roma», Terze odi barbare), questi i suggerimenti migliorativi dei due intimi sodali, incaricati di correggere le bozze: «Bello per il pensiero e l’imagine, ma faticoso e grave pel suono e il movimento del verso» (Chiarini); «Concordo con Beppe: questo esametro non vola come dovrebbe, per colpa degli accenti: bisognerebbe leggere altovòlante» (Mazzoni). Il rilievo fu accolto da Carducci: «Roma, ne l’aer tuo lancio l’anima altera volante».

 

A proposito del pentametro seguente («accogli, o Roma, e avvolgi d’azzurro l’anima mia») Mazzoni eccepì quanto segue: «Il pentametro ha nel 2° emistichio una sillaba in più: perché mia non può in nessun verso essere monosillabo: pel ritmo starebbe l’anima mia d’azzurro. Ma sta male per la forma». Consiglio ancora una volta tesaurizzato dal poeta: «accogli, o Roma, e avvolgi l’anima mia di luce».

 

Il verso finale di Nevicata, in disaccordo con l’accento grammaticale, così suonava inizialmente: «giù nel silenzio verrò, giù a l’ombra riposerò». E Mazzoni annota: «Questo giù a l’ombra, come dattilo, non è troppo svelto. Guardi se l’emistichio pace ne l’ombra m’avrò valga forse a suggerirle una buona correzione. Questa elegia, metricamente perfetta, sarebbe un peccato zoppicasse proprio nell’ultimo». In questo caso Carducci corresse solo in parte: «giù nel silenzio verrò, ne l’ombra riposerò».

 

Naturalmente di grande interesse la ricognizione dei manoscritti di un poeta leggendariamente incontentabile quale fu il Vate (ogni carta è letteralmente massacrata di cassature, ripensamenti, varianti alternative, dislocazioni, ritorni a redazioni precedenti: «frutto dell’obbedienza a una disciplina quasi militare», scrisse lo storico Adolfo Omodeo). Questo uno dei sorprendenti referti:

 

Il primo getto, o almeno l’autografo che più si avvicina al primo getto, è facilmente distinguibile: vi è possibile cogliere l’attimo in cui si fissa per la prima volta su carta ciò che fino a quel momento era stato elaborato solo mentalmente. Il tratto, rapido e “legato”, eseguito di solito con un pennino d’acciaio a punta fine, è segno evidente di celerità compositiva. I primi interventi di correzione compaiono generalmente nell’interlinea tra una riga e l’altra, al di sopra della parola o del tratto di verso cancellato. Esaurito lo spazio dell’interlinea superiore, le correzioni procedono al di sotto, e poi di lato. Le parole o le parti di verso rifiutate sono di solito cancellate con una riga orizzontale o con un frego a spirale. Se i versi non gli riuscivano in una forma soddisfacente, Carducci abbozzava una nuova formulazione subito sotto o di fianco (in orizzontale, o anche in verticale a foglio capovolto) o in un altro foglio, spesso — ma non sempre — dopo aver tracciato una riga verticale o obliqua sulla versione scartata. In diversi casi, poi, singole parole o porzioni di frasi si trovano riordinate tramite numeretti posti al di sopra di esse. A volte le correzioni risultano talmente intricate e la scrittura talmente approssimativa da risultare indecifrabili. (p. 33).

 

L’ultimo capitolo offre un’accurata edizione critica — arricchita dalla riproduzione di alcuni autografi — delle Odi barbare (il cosiddetto opus crescens carducciano, che solo nel 1893 giungerà alla forma ne varietur) nella loro primissima comparsa: Odi barbare di Giosuè Carducci (Enotrio Romano), Bologna, Zanichelli, 1877: quattordici testi e, in Appendice, la versione “barbara” di un testo latino di Ludovico Ariosto.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata