22 febbraio 2021

Le ore del meriggio. Saggi critici

Gandolfo Cascio

Le ore del meriggio. Saggi critici

Castiglione di Sicilia, Il Convivio Editore, 2020

 

 

Docente di Letteratura italiana e Traduzione all’Università di Utrecht, critico e saggista versatile (ricordiamo almeno Un’idea di letteratura nella «Commedia», Il mestiere della persuasione. Scritti sulla prosa e Michelangelo in Parnaso. La ricezione della «Rime» tra gli scrittori, quest’ultimo recentemente commentato in questa rubrica), Gandolfo Cascio raccoglie in volume tredici saggi, nove dei quali già apparsi in riviste e miscellanee, per la collana «Studi e testi di letteratura» diretta dall’editore-poeta-leopardista Giuseppe Manitta e giunta al suo terzo titolo dopo La botanica di Dante. Piante erbacee nella «Commedia» di Angelo Manitta e Angelismo e doppio nella poesia di Luigi Pirandello di Carlo Di Lieto.

 

Con un’ampiezza d’informazione pari alla disinvoltura (spinta, in casi contati, fin quasi ai limiti del ricevibile), Cascio spazia dal Settecento di Baretti critico di Dante e Michelangelo all’Ottocento del Foscolo spasimante d’istanze romantiche «non proprie» (le Ultime lettere di Jacopo Ortis sarebbero da considerare il tentativo dell’autore «di identificarsi con il modello prescelto [il Werther di Goethe e Giulia o la nuova Eloisa di Rousseau], tanto da arrivare a copiarne gli atteggiamenti e, ovviamente, il destino di morte. [L’opera] appare come una ben riuscita replica, ma pur sempre un falso e, in definitiva, un’impostura perché è un ‘prodotto’ pensato a tavolino per entrare in pompa magna in una tradizione forestiera», p. 127); dal Seicento dell’Adone mariniano, in cui il genere del bellum amoris codificato da Ovidio viene ridotto a «una zuffa tra il cacciatore e la preda» al fine di «parodiare, e magari di annientare, quella medesima narrazione primitiva, rendendola una burla, una commedia, sebbene recitata con i gesti solenni e gli addobbi della tragedia» (pp. 42-43) al Novecento

‒ del Pellegrino appassionato di Giuseppe Antonio Borgese: cinquantun racconti da leggere quasi come un «conto magno, compiuto e perfetto» (p. 15) perché resi omogenei e coesi dall’unicità del personaggio-tipo che li attraversa e sostiene;

‒ del Pea dello Spaventacchio, «capace di dare alle poesie quella voce — gradevole o goffa, fine o rozza, non importa — che si rivela genuina, riconoscibile, propria. […] versi di una crudezza e di un realismo che può portarsi solo a casa di Dante, quello infernale, va da sé, in quell’uso gioioso e minaccioso al contempo delle gutturali e linguali, la ‘r’ soprattutto, che si trascina l’eco del XIII» (p. 59);

‒ di Carlo Levi autore del Bosco di Eva, testo lirico la cui organizzazione conta più sulla rima che sul metro, benché il poeta ricorra al sonetto o allo pseudo-madrigale, «tant’è che è pure per queste ragioni che il suo spazio congeniale [rimane] la quartina: un metro che nella simbologia del 2 × 2 gli consente in modo esuberante e disinvolto d’intensificare il suo messaggio sia foneticamente sia visivamente» (p. 80);

‒ di Amelia Rosselli, autrice totalmente estranea al gusto contemporaneo, contraria a ogni ideologizzazione, «ex-centrica rispetto ai punti di riferimento del primo e del secondo Novecento» (p. 100);

‒ di Giovanna Bemporad poetessa in proprio debitrice di Penna, la cui modernità sta nell’aver saputo e voluto «stare in mezzo agli uomini» senza mai conformarsi al pensiero e ai comportamenti che impropriamente definiamo moderni (p. 95);

‒ di Sandro Penna, esaltato in verità assai più del dovuto (proclamato, infatti, nientemeno che il quarto poeta del secolo dopo la triade — inconsueta se altre mai — Saba Montale Pasolini) e indagato nei suoi due secondi mestieri: quello di traduttore e soprattutto di mercante d’arte (tre i punti essenziali sui quali si sofferma Cascio: la frequentazione con importanti artisti — tra cui Filippo De Pisis, Mario Mafai, Renato Guttuso, Tano Festa, Mario Schifano, Mino Maccari — e lo smercio delle loro opere; l’impegno teorico; la «poesia pittorica», ossia l’indole eminentemente figurativa dei suoi versi, espressa nei modi dell’enargheia o ‘forza di rappresentazione visiva’, p. 157);

‒ di Natalia Ginzburg nelle sue molte analogie con Penna: «la calata a Roma, le reciproche diversità invisibili (l’essere ebrea, l’istinto erotico), il riso ironico ma benevolo verso l’umanità e perfino lo sguardo sulla guerra che, per quanto per motivi personalissimi, proclama l’idea suprema e invincibile della bontà della vita» e, quanto allo stile, «la rispettiva economicità dei mezzi, da abito feriale, una lingua raffreddata rispetto allo scialo, del resto altrettanto amabile, di altri scrittori del tempo» (pp. 138-39);

‒ di Elsa Morante vista non già, come si suole, quale alter ego del suo celebre personaggio Arturo, incolto ingenuo selvaggio, ma come una raffinata intendente e critica d’arte (saremmo, al riguardo, molto meno perentorî), sebbene le prema fondamentalmente vedere inverata nell’arte altrui la propria poetica realistica: «Un realismo, beninteso, come forma e come contenuto, senza badare che si manifestasse nei toni dell’espressionismo novecentesco o attraverso uno stile dimesso. Quello che conta, non smetteva di ripetere, è metterlo in scena perché “è la sostanza necessaria d’ogni romanzo, anche del più favoloso”» (p. 194);

‒ al Pappi Corsicato della riduzione cinematografica della morantiana Isola di Arturo sotto il titolo di Carmela: un atto d’appropriazione più che legittimo e senza dubbio meritevole, sennonché «l’appropriazione non è avvenuta in modo diretto, ma spostando, sovvertendo, scambiando, inquinando l’opera di partenza»; tuttavia «questa forma bizzarra e incontenibile di intertestualità è smaliziata, impietosa, esagerata fino al cattivo gusto […] è, per concludere, un prodotto contraffatto ma non falso e, soprattutto, rimane utile per iniziare una riflessione nuova sulla ricezione morantiana che, a quanto pare, va oltre la superficiale attinenza e che conferma quanto “i maestri sono fatti per essere mangiati in salsa piccante”» (pp. 199, 214-15);

‒ infine di Silvana Grasso del romanzo Pupa di zucchero, in cui «la ferocia dei sentimenti e la bruttura dei gesti si risolvono nell’inganno dell’avvenenza dei corpi, nel prodigio delle vedute, in una lingua che, maliziosa come una vipera, s’insinua nella mente e s’avvelena» (p. 21).

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Gandolfo Cascio, Un’idea di letteratura nella «Commedia», Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 2015.

 

Id., Il mestiere della persuasione. Scritti sulla prosa, Ravenna, Giorgio Pozzi Editore, 2019.

 

Id., Michelangelo in Parnaso. La ricezione della «Rime» tra gli scrittori, Venezia, Marsilio, 2019.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0