24 febbraio 2021

Dante

Alessandro Barbero

Dante

Bari-Roma, Laterza, 2020

 

Lo storico che affronta le questioni relative alla biografia dantesca si trova di fronte a tre ordini di problemi: la scarsità di documenti (fonti primarie), che accertino le varie tappe della biografia dell’Alighieri (tutte raccolte nel Codice diplomatico dantesco [CDD], a cura di Teresa De Robertis, Giuliano Milani, Laura Regnicoli e Stefano Zamponi, Roma, Salerno Editrice, 2016); le numerose indicazioni autobiografiche disseminate da Dante stesso nelle sue opere (o in testi a lui attribuiti); l’eccesso di testimonianze indirette, da parte di letterati e cronisti, fin dagli anni Quaranta del XIV secolo, oltre all’aneddotica reperibile nei commenti trecenteschi della Divina Commedia.

 

Barbero, grazie alla sua profonda conoscenza della società medievale, cerca di superare tali difficoltà incrociando le informazioni, verificandone l’attendibilità e confutando alcuni stereotipi della critica dantesca. Uno di questi riguarda la presunta povertà di Dante, in apparenza desumibile da due prestiti risalenti al 1297, in comune con il fratellastro Francesco (227,5 e 480 fiorini d’oro), e da un paio di promesse di restituzione allo stesso Francesco nel 1300 (125 e 90 fiorini d’oro). Per i mutui del 1297 (CDD, docc. 83 e 86) Barbero osserva: «Il denaro liquido era una merce indispensabile, ma sempre troppo scarsa in un’economia in crescita; anche i ricchi dovevano farselo prestare, quando si trovavano ad averne bisogno all’improvviso […] L’entità delle somme in gioco in queste due operazioni finanziarie è tale da far pensare che i due fratelli stessero facendo fronte a qualche impegno molto considerevole» (p. 106). L’analisi del patrimonio fondiario degli Alighieri (pp. 111-115), indiviso tra Dante e Francesco dopo la morte del padre Alighiero, porta lo storico a concludere che i fratelli «vivevano comodamente di rendita» e che «i prestiti contratti dai due potrebbero benissimo essere finanziamenti per gli affari di Francesco» (p. 115). Per quanto riguarda i mutui del 1300 (CDD, docc. 112 e 115), non si esclude una motivazione legata alle «ambizioni politiche» di Dante o ad alcuni viaggi a Roma (pp. 108-109).

 

I ventuno capitoli sono tutti corredati da note non solo bibliografiche, le quali a volte contengono prese di posizione condivisibili in polemiche recenti: ad es., la nota 15 al cap. 18 riguarda la famosa epistola di frate Ilaro, che ha sedotto diversi dantisti (a cominciare da Giorgio Padoan, estensore della relativa voce dell’Enciclopedia dantesca), in particolare per l’idea di una proto-Comedìa in latino. Barbero rileva una fra le tante inverosimiglianze del resoconto del frate: «come pensare che Dante, affidando a un monaco sconosciuto l’incarico di recapitare l’Inferno a Uguccione della Faggiola, lo pregasse per di più di corredarlo di un commento? Quando perfino il Padoan, sostenitore dell’autenticità della lettera, ammette che l’autore doveva essere di “modesta statura culturale”?» (p. 320). Lucido ed equilibrato il giudizio sul testo trascritto da Boccaccio nello Zibaldone laurenziano: «La lettera di frate Ilaro è senza alcun dubbio un falso, un’esercitazione letteraria o un pastiche […] sembra proprio che l’autore del Decameron l’abbia considerata autentica, e che da questa lettera sia nata la sua convinzione di una familiarità fra Dante e Uguccione» (p. 218).

 

Di qui nasce un interrogativo non secondario: data la grande fama di Dante, vieppiù cresciuta negli anni Dieci e Venti del Trecento, con la progressiva diffusione del poema, quanti testi apocrifi latini, anche attribuiti al poeta stesso, circolarono, soprattutto negli ambienti settentrionali dei pre-umanisti? Oltre ai testi copiati da Boccaccio (tre lettere dantesche e la corrispondenza poetica con Giovanni del Virgilio) e al commento contenuto nell’epistola a Cangrande (per cui rinvio al capitolo La lingua delle muliercule del mio volume “A piè del vero”. Nuovi studi danteschi [Roma, Aracne, 2018]), la questione coinvolge le epistole non conservate su cui si basa buona parte della biografia dantesca di Leonardo Bruni. La testimonianza del cancelliere della Repubblica fiorentina è fondamentale per la notizia della partecipazione di Dante, in qualità di feditore, alla battaglia di Campaldino, evento storico al quale Barbero, grande esperto di storia militare, dedica il primo capitolo (Il giorno di San Barnaba): «Ma il Bruni, come faceva a saperlo? L’aveva letto, dice, in una lettera di Dante: “questa battaglia racconta Dante in una sua epistola, e dice esservi stato a combattere, e disegna la forma della battaglia”» (p. 7). Sarà un caso che alla sconfitta dei ghibellini sia dedicato un intero episodio del quinto canto del Purgatorio? Si tratta del racconto di Bonconte da Montefeltro sulla propria morte: «Il suo cadavere non venne ritrovato», spiega Petrocchi, «e forse sin dall’indomani dello scontro nacque qualche leggenda a spiegare la misteriosa sparizione del corpo; ma tutto il racconto di Pg V 85-129 è nelle linee particolari frutto della fantasia di D[ante]». Barbero ricorda il passo dantesco a p. 14, ma bisogna precisare che Pietro Alighieri, figlio di Dante, pur chiosando quei versi, tace sulla presenza del padre alla battaglia; nondimeno, un raffinato lettore del Trecento avrebbe potuto cogliere lo spunto per scrivere un sapido resoconto dello scontro militare attribuendolo proprio a Dante. Come nel caso dell’epistola di Ilaro, queste prove letterarie potevano essere sia esercitazioni retoriche sia tentativi di riabilitare la figura dell’esule, o mostrando la sua fedeltà al Comune di Firenze o enfatizzando le sue capacità di scrittore in lingua latina. Si ricordi che, al di là dei testi copiati da Boccaccio, il Dante latino si riduce a un trattato incompiuto (il De vulgari eloquentia, che ebbe una circolazione limitata), a un’opera di filosofia politica (la Monarchia, che per ovvi motivi era ignorata dai detrattori delle prerogative imperiali) e a un esiguo numero di lettere, tre sole delle quali di ampio respiro (il trittico dedicato all’impresa dell’alto Arrigo [V-VII]): per gli apologeti di una nuova letteratura in latino era forte la tentazione di arricchire l’elenco dei testi danteschi. Il Bruni, non a caso, accoglie qualsiasi scritto, inclusa la lettera del frate: infatti, nella sua biografia, precisa che Dante scrisse «’l principio del libro suo in versi eroici».

 

Complessa per le ricadute cronologiche (la morte della madre di Dante, Bella) è l’interpretazione di alcuni documenti legati a Tana (Gaetana), figlia di Alighiero e della sua seconda moglie, Lapa di Chiarissimo Cialuffi. La giovane andò in sposa a Lapo Riccomanni, cambiavalute che ci ha lasciato un Libro del dare e dell’avere, e di varie ricordanze, edito da Arrigo Castellani (Nuovi testi fiorentini del Dugento, Firenze, Sansoni, 1952, pp. 516-555), il quale però non identifica in Tana «la Trotta» menzionata più volte da Lapo come sua moglie, tra il 1285 e il 1288. In effetti, Trotta (o Trota) era diminutivo di Trotula, «nome assai diffuso nell’Italia meridionale fra l’XI e il XIII secolo» (DBI, s. Trotula); dunque il Riccomanni avrebbe avuto due mogli, la prima delle quali, Trotta appunto, gli avrebbe dato i tre figli, Bice (ormai morta nel 1288 [CDD, doc. 77, VII]), Galizia (già sposata nel 1295 [CDD, doc. 77, IX]) e Bernardo (già testimone, quindi almeno quindicenne, in un documento del 1297 [CDD, doc. 82]). Se Tana, ormai vedova Riccomanni nel 1317 (CDD, docc. 174-175), aveva sposato un vedovo con figli, viene meno la necessità di anticipare il decesso di Bella «subito dopo la nascita di Dante (e allora, perché non di parto?)» (pp. 65-66). D’altra parte, lo stesso Barbero, in nota, ammette che «Galizia e Bernardo non sono dimostrabilmente figli di Tana».

 

Pare alquanto onerosa l’ipotesi di un errore nel documento in cui si menziona l’instrumentum dotis di Gemma Donati, contenuto in un atto dell’agosto 1329 (CDD, doc. 58): Barbero considera appunto erronea la data del 9 febbraio 1276 (secondo lo stile fiorentino, quindi il 1277), non solo perché configurerebbe un matrimonio tra impuberes, ma anche perché è accompagnata da una inammissibile «indictione VJ» (a quella data era quinta); in effetti, l’autore recupera un suggerimento di Giuliano Milani (CDD, p. 81), notando che «l’indizione sesta ritornò nel 1293, quando Dante aveva 27 anni» (p. 99). Tuttavia, poiché l’anno era scritto in numeri romani, la differenza tra M°CCLXXVI e M°CCXCII è tale da escludere fraintendimenti; al contrario, facile sarebbe l’omissione di «un’unità dell’anno», come ipotizza lo stesso Milani (M°CCLXXVII, «da convertire in 1278»). Degna di nota la spiegazione fornita da Barbero per la bassa dote di Gemma (200 lire di fiorini piccoli): indicherebbe che gli Alighieri «avevano voglia di concludere quel matrimonio» (p. 102). E se avessero riscosso in anticipo di un paio di anni la dote, a fronte del modesto importo? Ma, senza avventurarci in congetture, preferiamo ricordare che le promesse di matrimonio potevano contenere già il contratto dotale. Così Renato Piattoli: «questo [l’atto del 1277] non vuol significare che D[ante] ebbe moglie in verdissima età, bensì che nel 1277 vennero stretti il parentado e gli accordi tra le due famiglie, mentre il matrimonio deve essere avvenuto tra il 1283 e il 1285» (ED, s. Donati, Gemma). Lo studio di Isabelle Chabot (Il matrimonio di Dante, in Dante attraverso i documenti. I. Famiglia e patrimonio [secolo XII-1300 circa], a cura di Giuliano Milani e Antonio Montefusco, «Reti Medievali Rivista», 15, 2, 2014, pp. 271-302), su cui si fonda il ragionamento di Barbero, prende in considerazione solo «37 documenti rogati tra il 1294 e il 1309» (p. 275, n. 18), per concludere che l’instrumentum dotis doveva essere approntato il giorno del matrimonio. Ma si vedano, per l’area veneta, gli esempi portati da Ermanno Orlando (Sposarsi nel Medioevo. Percorsi coniugali tra Venezia, mare e continente, Roma, Viella, 2010), che insiste sulla varietà dei percorsi matrimoniali (lungi da rigide schematizzazioni) e descrive casi in cui la dote era fissata al momento della promessa: «il padre della sposa prendeva la parola per primo e pronunciava il consenso de futuro per la figlia; lo sposo – ma talora suo padre – rispondeva alla promessa declamando la stessa formula; una stretta di mano tra i due contraenti suggellava l’accordo e lo rendeva pubblico […] A quel punto, un notaio formalizzava per iscritto il negozio in un contratto matrimoniale, comprensivo pure dell’ammontare e delle modalità di corresponsione della dote (a Venezia, repromissa) […] L’impegno, pronunciato dai familiari dei due promessi, era proferito più spesso in un luogo pubblico, davanti a testimoni e ad un notaio; questi poi registrava la pattuizione, secondo le forme previste dalla legge, in un instrumentum sponsaliorum (un contratto vincolante, con l’inserzione di sanzioni per la parte eventualmente inadempiente)» (pp. 69-70, 93).

 

Per il sonetto cavalcantiano I’ vegno ’l giorno a te ’nfinite volte Barbero propone un’interpretazione tutta politica: «Dante aveva deciso di schierarsi con un partito che a quelle fazioni voleva imporre la pacificazione a tutti i costi, e che era arrivato a vietare a gente come lui, Guido, di occupare gli incarichi più delicati» (p. 127). Anche se è corretto riferire la prima persona del sonetto a Guido (anziché a un’ipostasi di Amore, come intende Domenico De Robertis), pare semplicistico ricondurre la paternale agli incarichi di Dante: il primo amico della Vita nova vuole liberarlo da uno spirito noioso e risollevare l’anima invilita; lo stato di disordine morale potrebbe essere ricondotto a quel periodo di dissolutezze che vide Dante intimo sodale di Forese Donati, come ricordato in Pg 23.115-118: «Se tu riduci a mente / qual fosti meco, e qual io teco fui, / ancor fia grave il memorar presente. / Di quella vita mi volse costui / che mi va innanzi [Virgilio]».

 

Riguardo alla datazione della Monarchia negli anni dell’impresa di Enrico VII, chi scrive non può non condividere l’ipotesi che il singolare rinvio intertestuale («sicut in Paradiso Comedie iam dixi» [Mn 1.12.6]) sia «la glossa di un commentatore, poi volta alla prima persona e incorporata per errore nella tradizione manoscritta» (pp. 239-240), avendo già formulato tale congettura (vd. Luigi Spagnolo, “A piè del vero”, cit., pp. 260-263) e attribuito a Pietro Alighieri la glossa, in base al suo usus scribendi.

 

Sull’autenticità dell’epistola a Cangrande Barbero rimane scettico, benché paia propendere per un’attribuzione parziale, senza il commento al Paradiso, peraltro assente in un ramo della tradizione manoscritta. Al riguardo, pare sensato il seguente giudizio sul passaggio finale (§ 32), «urget enim me rei familiaris angustia»: «Anche il fatto che nell’epistola a Cangrande Dante, se l’autore è lui, insista sulla povertà che non gli dà il tempo di completare il commento, precisando che potrà farlo se riceverà adeguate sovvenzioni […] risulterebbe alquanto stonato anche se fosse stata scritta a Verona» (p. 251). Giustamente a Barbero fa difficoltà l’ipotesi di una dedica mentre la terza cantica era ancora in fieri: «Si usava dedicare opere già compiute, e che in quell’occasione si rendevano pubbliche, per cui la lettera, se fosse autentica, dovrebbe essere stata scritta dopo il completamento della Commedia: ma noi sappiamo che quando scrisse gli ultimi canti del Paradiso Dante non era più a Verona» (p. 249). Tutto dipende da quanto possiamo fidarci delle fonti di Boccaccio, ivi comprese quelle legate a Giovanni del Virgilio (vd. sopra).

 

La necessità di sistemare i figli può ben spiegare il trasferimento da Verona (su cui pesava la scomunica pontificia, fin dal 6 aprile 1318) a Ravenna, dove «Dante riuscì a mettere a posto due dei suoi figli: Pietro, a cui vennero assegnati due redditizi benefici ecclesiastici», nel 1320, «e Beatrice, che divenne monaca nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi» (p. 264); su quest’ultima, però, grava il sospetto che abbia preso i voti dopo il 1332, se è lei l’Antonia citata in un atto di vendita del 3 novembre di quell’anno, in quanto erede che dovrà prestare il consenso all’alienazione patrimoniale entro i due mesi seguenti (CDD, doc. 230); Barbero è portato a credere che si tratti di due figlie diverse, anche se il nome Antonia non torna in altri documenti («le fantasie circa gli ultimi anni del poeta a Ravenna confortati dall’affetto della figlia monaca sono possibili solo ammettendo che Beatrice e Antonia fossero due persone diverse» [p. 310, n. 8]). Lo storico non presta fede al racconto di Boccaccio sul ritrovamento degli ultimi tredici canti del Paradiso («è difficile dar credito al Boccaccio» [p. 266]), episodio quasi speculare all’invio dei primi sette canti composti a Firenze (del quale Barbero salva il riferimento al soggiorno presso il marchese Moroello [p. 209]). A proposito dei legami tra Pietro e la città scaligera, bisogna precisare che la sua presenza a Verona è attestata nel 1332, in qualità di giudice e delegato generale del podestà (CDD, App. I, docc. 1-2), tre anni dopo la morte di Cangrande; fra il 1323 e il 1324 è a Firenze (docc. 209-210, 213-218), e nel 1327 a Bologna come studente in diritto civile (doc. 221).

 

Pregevole il ritratto della figura di Marco Lombardo (pp. 254-255), sovrapponibile a Dante come ideale di uomo di corte non umiliato dalla miseria e dal dover mangiare il pane altrui: «Le analogie, il lettore ne converrà, sono impressionanti» (p. 254).

 

Quando si parla di Dante, anche le opere divulgative o quelle, com’è la presente, a cavallo tra divulgazione e spunti di ricerca (ricca e aggiornata la bibliografia), lasciano al lettore tanti interrogativi e curiosità da soddisfare, il che è senz’altro un ottimo risultato.

 


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