10 marzo 2021

Laborintus di Edoardo Sanguineti

 

Erminio Risso

Laborintus di Edoardo Sanguineti

San Cesario di Lecce, Manni editore, 2020

 

“[…] La Sua non è poesia, e nemmeno stile: sono giochi di prestigio. […] So che i consigli non servono a nulla ma al Suo posto io cercherei di ridurre quella qualunque ispirazione che si sente in corpo ad un sommerso ed elementare linguaggio analitico, narrativo o saggistico. […] Questo è ciò che farei io, nel suo caso, ma per fortuna Lei è Lei. Faccia dunque come crede e auguri di un lavoro lungo e testardo”.

 

È il 7 febbraio 1950 quando Cesare Pavese risponde tramite una lettera ad un diciannovenne genovese che aveva sottoposto i primi versi smozzicati alla punta di diamante della casa editrice Einaudi. Pavese non nasconde la sua riluttanza nei confronti della poetica di quel giovane che, per lo scrittore piemontese, ha solo fatto “un’indigestione eliotiana” e non invoglia a farsi capire dal lettore, data la “vertiginosa difficoltà delle pagine”. Non si sa quali versi avesse sottoposto il poco meno che ventenne Edoardo alla lettura di Pavese ma da quella stroncatura sarebbero passati sei anni prima della pubblicazione del suo libro di esordio, prima che Edoardo diventasse Edoardo Sanguineti.

 

Laborintus, il cui nome deriva dal titolo dell’“Arte Poetica” di Everardo Alemanno, infatti viene alla luce nel 1956 in un momento di grande fermento della cultura italiana che, dopo il fascismo e nella fase di ricostruzione del dopoguerra, si apre al confronto in una prospettiva di socializzazione del sapere. E, in un tale contesto, l’opera di Sanguineti non passa inosservata.

 

Per Pasolini è “merce notevole, anche se leggermente quatriduana, questa del Sanguineti”. E aggiunge lo scrittore corsaro: “È un tipico prodotto del neo-sperimentalismo post-ermetico che riesuma entusiasmi pre-ermetici[…]. È un furentissimo pastiche!”. Un’opera, dunque, difficile da inquadrare, una tensione ossimorica tra il vecchio e il nuovo. Tuttavia i rapporti tra Sanguineti e Pasolini si sarebbero allentati più avanti a causa dell’inserimento dei testi del poeta genovese nell’antologia curata dallo scrittore bolognese.

 

Se Pasolini trova interesse in quella scrittura laborintica, Andrea Zanzotto definisce Laborintus una “sincera trascrizione di un esaurimento nervoso”. La risposta di Sanguineti non si sarebbe fatta attendere: “Esaurimento nervoso non in me ma in re.” E puntualizza: “Il cosiddetto esaurimento nervoso che io tentavo di trascrivere sinceramente era poi un oggettivo esaurimento storico”.

 

Ad accogliere la cifra espressiva di Sanguineti sarebbe stato Ungaretti che, in virtù della propria storia personale caratterizzata da un respiro europeo vede in Laborintus sia le aperture verso il nuovo sia la chiara eredità di uno spirito anarchico e irriverente, tanto da scrivere così al giovane poeta: “Certe audacie del Futurismo, e l’esperienza di Joyce e di taluni anglosassoni, sono state da lei assimilate con una originalità davvero ammirevole. E non è tipo di poesia dove l’originalità possa facilmente farsi strada.”

 

L’opera di esordio di Sanguineti, dunque, ha generato pareri contrastanti da parte dei suoi contemporanei. Per comprendere le ragioni da cui muovono le critiche bisogna far riferimento alla matrice storica che sta alla base del testo. Laborintus viene pubblicato negli anni del boom economico e riproduce il clima frenetico, elettrico e nucleare di quel periodo storico. Una società attratta dalle sorti capitalistiche italiane ma nello stesso tempo disorientata e parcellizzata davanti all’esplosione della globalizzazione. Il poeta genovese, attraverso la scrittura, simula sulla pagina il caos con un’asintassia estrema, una stratificazione di linguaggi che porta il lettore a perdersi nella palude testuale. Come in un labirinto.

 

Il libro si presenta suddiviso in 27 sezioni in cui si racconta l’attraversamento di un paesaggio lunare, che è figura della terra postatomica, da parte di “personae” che si incontrano, si cercano, si allontanano, provano ad amarsi e continuamente si trasformano. Ma i personaggi, utilizzando una formula di Debenedetti, sono personaggi-particelle: attraverso la loro azione e il loro prendere parola ricreano un mondo indefinito e sono espressione dell’era atomica che vive l’uomo.

 

Sul piano testuale tutto ciò si evince anche dalle dinamiche tra l’io lirico e i personaggi, tra l’essere e il suo doppio, tra l’io e i suoi eteronimi. Nell’opera è frequente l’uso di citazioni, sebbene sia lo stesso Sanguineti a precisarne l’uso. La tecnica del “cut-up” è mirata ad accatastare citazioni alte e basse, al fine di rimescolare il linguaggio e abolire ogni distanza tra letteratura alta e bassa. La veste citazionale, dunque, asservisce lo scopo del “gatto lupesco, e laido, e lieto” di ricreare una struttura labirintica e laborintica. “Ogni teatro è un teatro anatomico” è uno dei versi presente nella silloge, dedicato a Ben Benson. Alla luce di queste parole si rivela l’intento del libro: Laborintus come teatro anatomico, uno spettacolo visto dall’alto.

 

Nella raccolta convivono due tipologie di rime: “dantesche” e “petrarchesche”, definite così per comodità dall’autore. Le prime caratterizzate da una frammentarietà sintattica e le seconde da una linearità e musicalità proprie a Petrarca. E se i versi di Dante son destinati ad essere letti (“Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco”) e quelli di Petrarca ad essere ascoltati (“Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”), quelli del Laborintus? “Ad essere studiati”, avrebbe dichiarato il poeta in una delle sue ultime interviste.

 

Nel libro di esordio di Sanguineti si sarebbe tracciata la via di tutta la sua produzione poetica successiva e del manifesto di quello che sarebbe stato il Gruppo 63: l’avanguardia che avrebbe mirato a disincentivare le idee capitalistiche attraverso uno sperimentalismo linguistico. Da qui la scelta della casa editrice salentina Manni di pubblicare la nuova edizione dell’opera prima di Sanguineti, corredata da introduzioni e commenti, a cura di Erminio Risso, per ogni sezione.

“La poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi, in ogni caso, praticamente così” (E. Sanguineti).

 

Bibliografia

 

Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco, Feltrinelli, 2010

Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos, Feltrinelli, 2006


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