08 aprile 2021

Il figlio del farmacista

 

Mario Tobino

Il figlio del farmacista

Introduzione di Giulio Ferroni

Firenze, Vallecchi, 2020

 

 

La storica Vallecchi ripropone un titolo del medico-scrittore Mario Tobino — uscito nell’indifferenza generale per le Edizioni di Corrente nel 1942 — con una lucida, esemplare introduzione di Giulio Ferroni, nella quale si afferma tra l’altro che questo stravagante “romanzo” autobiografico

 

si dispone come una sorta di proiezione della passione per la poesia, catena di intensi poemi in prosa, frammenti di una lirica in movimento, fatta di cose di persone, di un libero senso del fare, dell’agire, di un’esistenza concepita come scambio vitale, di empatia con l’umano, rifiuto di ogni supponenza, di ogni formalismo: siamo lontanissimi dalla «prosa d’arte» tanto in auge negli anni Trenta, come da ogni esasperazione analogica, da ogni ermetica ricerca di sensi segreti e iniziatici. La volontà di dire si apre verso una libera possibilità di vita, che si fa strada tra tutto ciò che di ostile c’è nel mondo: e quella passione di vita e di poesia si afferma nel palpitare delle forme e dei gesti, nel modo di porsi delle persone, nella vivace concretezza dei rapporti umani, nella bellezza che li costituisce, qualcosa che si colloca all’opposto del vitalismo avanguardastico e dannunziano, delle varie ideologie novecentesche della vita, e che invece trova alimento in un vigore personale che viene dalle radici viareggine, da un anarchico spirito popolare alimentato da un solido contatto con le cose, con la costruzione fisica dell’esistere, che sembra darsi in uno «sciogliersi in luce», in «un voler bene agli altri uomini, a questa vita: al dire, al vivere della natura» (pp. 7-8).

 

Referto inappuntabile. Il libro viaggia infatti costantemente all’insegna della tensione lirica e della più assoluta anarratività, o pseudonarratività, dal primo all’ultimo rigo: Tobino prosatore opera in questo testo giovanile non diversamente dal compositore e dal poeta, come prova l’involo del canto cantato a piena orchestra e la turbinosa abbondanza di movenze stilemi retoremi proprî della poesia (che, si badi, non rischiano mai di offuscare la sostanza). Siano le anafore (il sintagma «Il figlio del farmacista» ricorre infinite volte come un basso continuo; ma cfr. anche «Il professore […] ha un preciso modo di leggere […], il professore tutti i giorni viene in farmacia, il professore ha la gioia della parola. […] Il professore s’innamora delle sue parole», p. 39); sia l’impressionante novero dei polisindeti, non di rado fittamente interpunti, correlativo oggettivo della piena sentimentale e del piacere che scocca dalla sua plenaria effabilità:

 

Il figlio del farmacista lo guarda che esce e ne ha pietà e lo deride, e lo compatisce e dice dentro di sé: «come gli altri uomini poi morirà» e ritorna nel retrofarmacia (p. 17);

 

Il figlio del farmacista improvvisamente si ricorda quell’ape che ronzava con estrema dolcezza intorno alle foglie di un fiore, in campagna, ed egli si era sdraiato a guardare e l’ape parlava con estremo amore e un profumo sembrava emanasse dal sole che splendeva nel cielo trasparente, e guardando fissamente gli sembrò che anche il fiore vibrasse e tutti ape e fiore e sole e lui fossero incantati fermi nello scorrere del tempo e quasi gli sembrò di smarrire la mente per il tanto spazio che si sentiva nell’anima. (p. 17);

 

Ed entra in via Nazionale e vede quella fila interminabile di portici, e si ferma, e guarda dubbioso, non proprio convinto di quella strada così diversa dalla strada toscana, e s’ingolfa dentro il portico di destra e pensa» (p. 24);

 

siano i casi di turbamento dell’ordine sintattico naturale (inversioni anastrofi ipèrbati), adibiti a mansioni di straniamento prosodico:

 

si sono, sembra, due di loro chinati (p. 18);

come se fossero di ogni cosa padroni (p. 18);

il figlio del farmacista ha di sé pietà (p. 18);

egli tutto guarda rapidissimo (p. 26);

Era vestito costui di una divisa (p. 31);

fu fatta questa casa a furia di cartine (p. 36);

disperato inutile te cercare o poesia, abbandonando la realtà (p. 41);

È la poesia un male peggiore del cancro (p. 41);

era essa una fata (p. 50);

Prima di cena parlò egli, con un altro medico (p. 60);

Aveva quel matto detto l’amore (p. 70);

si perse egli in quei due verdi e diversi amici (p. 78);

conversa e parla e si svolge, e i suoi precedenti raffigura (p. 82);

Ricammina il figlio del farmacista (p. 91);

prese egli un giorno il treno (p. 93);

ti si veda pungere come un’ape il fiore o come una farfalla da vicino guardarlo (p. 94);

 

le iterazioni evocative:

 

Il bambino questa volta alzò la testa e col cuore che gli dolorava, che gli dolorava, guardò lentamente brigadiere e donne (p. 32);

 

gli accesi lirismi similnarrativi:

 

L’osservazione, miliardi di volte tutti gli uomini osservano, senza prenderne il capo, un fenomeno e poi il capo uno lo prende, e il cuore è contento… La digitale ha una foglia lunga, aristocratica, del colore di affetti umani che riposarono per lungo tempo nascosti nell’animo, quasi sepolti. Ma tante altre erbe, foglie, radici ci sono in farmacia: la poligola che assomiglia a un rametto tondo e sottile che il potatore distratto dal sole non potò, l’anice stellato soave come una fanciulla, abituata selvaggia a correre nel sole, che s’imporpora entrando per la prima volta in una sala da ballo; l’arricciata, pettegola della menta piperita; e i fili lenti, languidi, dello zafferano e erbe che nacquero calde, umide, e nel gelo, grasse e secche; e la senna foglie che poi il suo succo arriverà nell’intestino bruno, lungo, e lo affloscerà, lo farà diventare ancora più lungo… gli uomini tramandano agli altri uomini questo bagaglio di erbe, una generazione mette nella memoria di un’altra generazione ciò che lei ha nella memoria, e questo lavoro non è però sempre liscio, gli uomini che vivono non prendono ad occhi chiusi, prima controllano e poi in piccolissima parte aggiungono e il mondo continua il cammino. E vale la pena di rimanere immortali, essere come un fiore che non avvizzisce. (pp. 38-39);

 

le apostrofi (non sempre ricevibili per l’eccessiva ampollosità):

 

perché, o poesia, perché tanti ne ammali (p. 42);

O Italia come ti ama il figlio del farmacista (p. 84);

 

le frequenti digressioni sotto mentite spoglie di entrelacements:

 

mentre dunque è il figlio del farmacista in tale attiva contemplazione noi occupiamoci dei calci dei muli. I muli […] (p. 52);

E mentre c’è qualcuno che, come il figlio del farmacista si commuove per un prato in amore, altri invece hanno un animo diverso; per esempio conosco uno che è un burocratico: se, mettiamo, muore uno, egli subito si preoccupa non perché costui è morto ma perché figura ancora nell’elenco dei vivi (p. 56: e così via per due pagine);

 

e infine il silenzio interpuntivo, pure di sapore poetico:

 

e già guarda dentro la bottega «oh!» esclama nella sua animella la donna (p. 20);

guarda senza amore le cose che ha intorno «sono sempre stato solo» si dice (p. 20);

un altro cliente ha aperto la porta di farmacia «oh! questo non ha il cane» pensa il giovane (p. 20);

bussa «sono arrivato […]» (p. 26);

Ma non si arriva ancora «ci vorranno ancora venticinque minuti» dice uno (p. 23);

Il medico dice «guardiamolo dalla feritoia» l’infermiere gira il commutatore (p. 90).


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