03 maggio 2021

Scritti su Leopardi

Francesco Paolo Botti

Scritti su Leopardi

Roma, Salerno Editrice, 2021

 

«Spira una sana aria novecentesca in queste pagine […] per la vivacità discorsiva non disgiunta dalla densità concettuale, dalla rara larghezza d’informazione e da uno stile altrettanto fine che privo di “soverchie o troppo sofisticate teorizzazioni”»: così scrivevamo di recente a proposito d’una raccolta di saggi di Giuseppe Nicoletti: obbligano a replicare esatto il referto questi studî leopardiani improntati a equilibrio e acume di giudizio firmati da Francesco Paolo Botti, professore emerito di Letteratura italiana dell’Università «Federico II» di Napoli, autore di contributi imprescindibili come La libertà del poeta, Leopardi e il destino della poesia e Alle origini della modernità.

 

Di forte tenuta unitaria, il volume è scandito in due parti, «con i primi tre capitoli costituiti da letture di testi e i successivi tre da sondaggi sulla particolare declinazione di alcuni temi» (Avvertenza, p. 9). Temi sui quali l’Autore getta una luce meridiana. A partire dalla metamorfosi del genere lirico avvenuta tra Sette e Ottocento (La lirica impura. Annotazioni sulle «Ricordanze»), con la nascita della lirica moderna, cioè dell’espressione opposta all’imitazione: «La lirica porta sulla pagina le passioni di chi scrive con immediatezza; è il genere dell’autobiografia interiore e dell’autoespressione, la forma in cui una prima persona parla di sé in uno stile personale» (Guido Mazzoni). Mai come nelle Ricordanze Leopardi, afferma Botti, ha messo concretamente in forma la propria vita vissuta:

 

Le ricordanze sono gremite delle cose della vita: luoghi, persone, oggetti, abitudini, interni domestici, occasioni della quotidianità, speranze, paure, malattie (finanche l’accenno a uno scritto giovanile, la cantica Appressamento della morte del 1816: «a me stesso / in sul languir cantai funereo canto»). E questa realtà del soggetto è esposta, per così dire, nella sua empirica pluralità, evocata nell’immediatezza delle sollecitazioni della memoria, lungo il movimento divagante del pensiero, non stretta e riordinata in una rigorosa geometria simbolica […]. Alla misura armonica, limpidamente equilibrata, apollinea di A Silvia fa riscontro l’affettività disordinata, la dinamica oscillante, si sarebbe tentati di dire informale, del discorso — del discorrere, proprio, etimologicamente — delle Ricordanze […]. A Silvia e Le ricordanze sembrano rispecchiare, al limite, due idee antitetiche di letteratura: la finzione letteraria che impone un ordine e un senso alla confusione del mondo o della coscienza e la finzione letteraria che da quella confusione si lascia attraversare e l’assume, la rappresenta nelle dissonanze, nelle impurezze e nella complessità della stessa struttura compositiva. (pp. 20-21).

 

Non meno suggestiva la tesi sostenuta nel secondo capitolo (Le «Operette morali» e il tragico moderno): nel 1821 il titanico antagonismo leopardiano nei confronti del «ridicolissimo e freddissimo tempo» passa dal sublime oratorio delle canzoni civili al comico delle Operette: «Ne’ miei dialoghi — scrive il poeta nello Zibaldone — io cercherò di portar la commedia a quello che finora è stato proprio della tragedia». La sacralità del tragico, inteso come chiave di conoscenza e resa del reale, non è più adatta a un’epoca dominata dal calcolo e dalla razionalità, in cui l’uomo «ha spogliato la realtà della sua aura poetica» (p. 37) perdendo ogni rapporto con la natura: «Per Leopardi l’autenticità del tragico non può che affidarsi, nella latitudine della modernità, al suo travestimento parodistico. Dunque l’ironia delle Operette mostra la tragedia della ragione, ne dichiara, cioè, la sterilità, l’impotenza etico-sociale, il rigore che non sa “persuadere”» (p. 61).

 

Il terzo capitolo, Crucialità del «Dialogo di Plotino e di Porfirio», è dedicato a quello che l’Autore ritiene il nucleo problematico delle Operette morali, in quanto vi si tenta il superamento del dialogo come severa esposizione razionale, ripudio e insieme compimento dell’opera: «è come l’asse intorno a cui l’intero libro ruota su sé stesso e si riequilibra. Plotino […] esorta a non “ponderare troppo curiosamente”, a deporre il “microscopio”. Il “senso dell’animo” che egli invoca, in alternativa all’“intelletto”, per distogliere l’allievo dal suicidio consente al dialogo delle Operette di oltrepassare il paradigma della ragione come principio insostituibile del giudizio e dell’agire» (p. 72).

 

La novità storica rappresentata dalla «teoria del piacere» è il tema del quarto saggio, Il primo Leopardi e la «felicità mentale», in particolare lo stretto rapporto tra felicità e immaginazione e, per converso, tra infelicità e «cognizione del vero». Così nello Zibaldone: «[La vita] felice da vero non la rende altro che il falso, ed ogni felicità fondata sul vero, è falsissima, o vogliamo dire, ogni felicità si trova falsa e vana, quando l’oggetto suo giunge ad esser conosciuto nella sua realtà e verità»: donde l’assoluta inconciliabilità tra felicità e verità. Botti: «riducendo il campo dell’immaginazione, la conoscenza in quanto determinazione razionale, analisi della realtà delude l’ansia umana di infinito — di felicità — a cui proprio e soltanto l’immaginazione può rispondere» (pp. 89-90).

 

Altro capitale campo di ricerca Leopardi e la rappresentazione del dolore. Inaugurando il pensiero contemporaneo (Emanuele Severino), il Recanatese assegna al dolore un valore metafisico, non reputandolo un evento transeunte e circoscritto, ma l’inevitabile condizione di tutti gli esseri viventi. Il cómpito del filosofo «non è quello di esorcizzare con la disciplina interiore, con i trucchi e gli espedienti della ragione, la realtà del dolore ma, viceversa, di porsela chiaramente dinanzi, di saggiarla in tutta la sua profondità e irrimediabilità. Sul dolore si fonda la conoscenza e la protesta contro l’ordine delle cose» (p. 107).

 

Leopardi e la tradizione dell’ossimoro è il titolo dell’ultimo capitolo, in cui si sostiene che il pensiero paradossale snuda le contraddizioni della natura: «La sorpresa dell’ossimoro, allora, si accende come effetto di un’ermeneutica più ‘acuta’ della realtà, che non è se non la rivelazione del suo mistero, del dolore e dell’assurdo dell’esistenza: “la dolcezza del dì fatal”» (p. 127).

 

Chiude il volume un’appendice dal titolo Il leopardismo autobiografico di De Sanctis, in cui, con argomentazioni altrettanto capillari che persuasive, Botti prova come in ambe le sue opere incompiute— Studio su Giacomo Leopardi e La giovinezza — il critico irpino miri a porre in evidenza una serie di affinità tra sé e il poeta.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Francesco Paolo Botti, La libertà del poeta, Napoli, Liguori, 1979.

 

Id., Gadda o la filologia dell’apocalisse, Napoli, Liguori, 1996.

 

Giacomo Leopardi, Signore ed Amico amatissimo. Lettere all’editore Stella, a cura di Francesco Paolo Botti, Venosa, Osanna Editore, 1997.

 

Francesco Paolo Botti, Leopardi e il destino della poesia, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2002.

 

Id., Alle origini della modernità. Studi su Petrarca e Boccaccio, Napoli, Liguori, 2009.


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