10 maggio 2021

Per scrivere bene imparate a nuotare. Trentasette lezioni di scrittura

 

Giuseppe Pontiggia

Per scrivere bene imparate a nuotare. Trentasette lezioni di scrittura

a cura di Cristiana De Santis, prefazione di Paolo Di Paolo

Milano, Mondadori, 2020.

 

Si può preparare un aspirante autore a scrivere romanzi e poesie, insegnargli a scrivere «nel senso forte» del termine? A questa domanda, Giuseppe Pontiggia risponde di no: «se uno scrittore sapesse farlo», ci dice, «avrebbe già risolto i suoi problemi». Potrebbe allora sembrare strano un libro come Per scrivere bene imparate a nuotare, in cui sono raccolte delle vere e proprie “lezioni di scrittura” pubblicate agli inizi degli anni Novanta. Si comincia con trentatré brevi interviste uscite a puntate sulla rivista letteraria «Wimbledon», fin dal primo numero, nel marzo 1990. La forma scelta è già significativa della tensione dialogica che attraversa tutto il volume: i colloqui sulla scrittura sono inizialmente condotti da Giorgio Dell’Arti, ma diventano già dal terzo numero delle auto-interviste. Ogni risposta genera così nuove domande, continuando puntata dopo puntata, fino a comporre un discorso unico e coerente, che però s’interrompe bruscamente nel febbraio 1993, quando la rivista cessa le pubblicazioni. Il libro si completa quindi con quattro articoli comparsi l’anno dopo su «Sette», che riprendono e sviluppano alcuni dei temi già affrontati. Il compito di legare i singoli interventi e ricostruire con efficacia il contesto è affidato alla accurata postfazione della curatrice, Cristiana De Santis, che spiega come Pontiggia abbia messo a frutto nelle pagine i fortunati corsi di scrittura che teneva dal 1985 al teatro Verdi di Milano.

 

La parola «lezioni» non inganni: non si trovano in questo anti-manuale delle regole per scrivere un testo efficace. Del resto, anche una delle allieve dei corsi, Franca Cavagnoli, racconta che Pontiggia «non diceva mai cosa scrivere o come scrivere. Lasciava che ognuno trovasse la sua strada da sé». Non si trova nemmeno un tono scolastico, perché è vivissimo il gusto tipico dell’autore per la digressione, il paradosso e l’aforisma – alcuni esempi: «La prosa vive di antitesi», «Non si può, per evocare la noia, annoiare il lettore», «lo stile è un problema economico» –. Si trovano invece i rovelli e i problemi del mestiere di scrivere. Persino certi titoli delle puntate (La trama non è niente, il linguaggio è tutto; Se non c’è curiosità l’incipit è sbagliato) sembrano voler mettere in crisi o in guardia lo scrittore incauto, perché l’insidia è sempre dietro l’angolo e anche una sola parola fuori posto può avere effetti catastrofici. E si trovano soprattutto alcuni consigli, personalissimi e da adattare alle circostanze, che possono essere utili per una scrittura davvero espressiva.

 

Vediamone alcuni più da vicino. Anzitutto, la scrittura non è un gesto da compiere in solitaria. È bene infatti collaudare il testo sottoponendolo ad alcuni lettori selezionati, perché la correzione è un momento decisivo. La revisione però deve essere severa: è importante individuare con estrema cura i lettori-vittime e badare che non diventino complici indulgenti. Il candidato ideale per questo incarico si può trovare ovunque, purché sia feroce: come ci racconta in Prima persona (Mondadori, 2002), a valutare il primo romanzo di Pontiggia era stato un collega bancario che eccelleva «più che nella apertura di fidi bancari, nella chiusura di crediti alle futilità letterarie». Ma anche all’inizio, quando si tratta di pianificare, è utile sottoporre il progetto ad altri. Sempre però adoperando una certa cautela: la trama che lo scrittore s’immagina è impossibile da riassumere. Ogni sinossi è soltanto una «carta topografica» che non si può confondere con «l’emozione di attraversare un paesaggio», cioè con l’esperienza della lettura integrale. La scrittura è infatti un’avventura che si modifica in corso d’opera, un viaggio in cui il punto di partenza è fissato, ma la destinazione è ignota al viaggiatore. Guai perciò a trascrivere, a replicare il progetto che già si ha in mente: bisogna al contrario essere curiosi del processo che avviene sulla pagina, perché questa «avventura imprevedibile» non diventi «ripetizione sedentaria».

 

Oltre al dialogo con i lettori, è poi fondamentale quello con i libri altrui. È ben nota sia la bibliomania di Pontiggia – la sua biblioteca, conservata oggi alla BEIC, conta ben 35.000 volumi –, sia il valore che attribuiva alle opere che leggeva (altrove scrive: «la formazione, cioè un processo senza fine di arricchimento e di piacere, passa per i libri»). Nel primo degli articoli pubblicati su «Sette», Pontiggia si chiede se si possa scrivere senza avere prima imparato. La risposta è chiara: si può, basta leggere la maggior parte delle cose che si stampano. L’insegnante così invita di continuo i suoi lettori-studenti a un vero e proprio corpo a corpo con i testi. Leggendo bene, infatti, la minuziosa descrizione della torta nuziale in Madame Bovary insegna a trasformare lo sfondo della narrazione in un’immagine memorabile. L’aforisma di La Rochefoucauld «Sono poche le donne oneste che non siano stanche del loro mestiere», con mestiere che si sostituisce all’atteso virtù, può invece svelare la tecnica retorica del capovolgimento. Anche un testo non letterario, come la sentenza del caso Tortora, può mostrare la pervasività delle mode linguistiche, l’opacità del linguaggio burocratico, l’uso iperbolico e autoritariodi aggettivi e avverbi.

 

Proprio a queste due parti del discorso Pontiggia dedica alcune delle puntate più dense. Perché un aggettivo sia adeguato, deve essere anzitutto preciso, poi deve aumentare l’informatività, cioè dirci qualcosa di nuovo. In questo senso, esempi eccezionali sono gli accostamenti imprevedibili della Madonna dei filosofi di Gadda, con i suoi «mugnai assiro-babilonesi» e la «volontà mesopotamica», ma pure gli «astratti furori» di Vittorini. Al contrario, vanno messe al bando le forme ridondanti o abusate (basta con l’estate calda) o quelle metaforiche e approssimate (come, ma qui è questione di gusto e registro, lo stile graffiante, che «ricorda una zampa di gatto su un muro che si scrosta»). Per l’avverbio, lo «zoccolo duro della lingua», Pontiggia si raccomanda di lavorare in levare, evitando le forme enfatiche che, invece di potenziare le parole a cui si accompagnano, tradiscono l’insicurezza di chi le pronuncia. Infatti, ci spiega che «“Convinti” sono pochi, ma “assolutamente convinti” quasi tutti» ed è meglio diffidare di chi si dice molto felice per noi.

 

Insomma, non ci sono ricette sempre valide per imparare a scrivere e ogni scelta va valutata singolarmente, nel suo contesto. Per scrivere con naturalezza è comunque essenziale imparare – faticosamente, confrontandosi con altri testi e altre persone – la tecnica. Un po’ come per nuotare è necessario imparare una serie di movimenti: una volta che sono stati memorizzati, questi vengono naturali e non c’è bisogno di ricordarseli. Senza però fare della tecnica un feticcio, perché, con un altro aforisma fulminante, Pontiggia avvisa: «la tecnica serve per dimenticarsi della tecnica».

 


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