12 maggio 2021

Dante nostro padre. Il pensatore visionario che fondò l’Italia

 

Marcello Veneziani

Dante nostro padre. Il pensatore visionario che fondò l’Italia

Firenze, Vallecchi, 2021

 

 

La ricorrenza del settecentenario della morte di Dante non cessa di suscitare sortite editoriali di vario calibro e natura, le più a firma di pittoreschi dantisti della domenica e rimasticatori di ricerche altrui. Non che, s’intenda, il “padre della lingua italiana” sia riserva esclusiva degli specialisti: ben venga ogni intrapresa, se valida a diffonderne il verbo.

 

Certamente non disutile allo scopo questo volume decorosamente divulgativo del saggista Marcello Veneziani, nel quale — ripartiti in cinque capitoli preceduti da brevi cappelli introduttivi — si offrono al lettore non avvertito alcuni stralci d’opere in latino (De vulgari eloquentia, Monarchia, Epistole e Quaestio de aqua et terra, tradotte dallo stesso Autore sulla base del «confronto tra più versioni, classiche e recenti», p. 48: quali versioni dovrebbe esser dato sapere) e in volgare (Vita nuova, Convivio), tutte prive di note esplicative perché — questa la sorprendente motivazione — «lasciate al godimento e allo sforzo ermeneutico del lettore, per coglierne tutta la loro [sic!] musicalità d’insieme, anche se a tratti potrà risultare indecifrata. Lo stesso Dante, del resto, nel Convivio avvertiva il lettore sulla difficoltà di comprendere i suoi testi — “saranno radi / color che tua ragione intendan bene” — e perciò suggeriva: “Ponete mente almen com’io son bella!”» (ivi).

 

Nella corposa introduzione Veneziani, oltre a esplicitare — con un linguaggio a tratti soverchiamente fiorito e magniloquente — le proprie tesi, d’ordine strettamente contenutistico, circa le ragioni del ritorno a Dante (una religiosa, perché la sua opera ci condurrebbe a una «visione spirituale della vita e del mondo, fondata sull’idea di salvezza e sul primato dell’anima alla luce del divino»; l’altra civile: «Dante è il Padre dell’Italia, come realtà spirituale e culturale, prima che storica e politica; colui che ha affermato la necessità di riunire le sparse e riottose membra d’Italia e far risorgere la civiltà italiana, figlia della romanità e della cristianità», pp. 7-8), compie una ricognizione documentariamente ricchissima delle meno note esegesi e testimonianze. Solo qualche esempio:

 

‒ Leonardo Bruni: «polemizzava con Boccaccio che aveva tralasciato [nel suo Trattatello in laude] l’aspetto valoroso di Dante per soffermarsi sul suo innamoramento di Beatrice a nove anni, “e simili leggierezze”, attribuendo questa inclinazione di Boccaccio verso i particolari amorosi alla sua indole che oggi diremmo proprio ‘boccaccesca’» (p. 9);

‒ Giacomo Leopardi, che reputò Dante “per intenzione e per effetto” il fondatore della lingua italiana: «anzi, Dante fu il solo — a suo dire — ad avere l’intenzione di applicare la lingua italiana alla letteratura, attraverso il ‘poema sacro’, ma anche tramite “le materie più gravi della filosofia e della teologia”, inclusa l’opera “dottrinale e gravissima del Convivio”. Giudicando la sua “vicenda sfortunata”, Leopardi considerò Dante “uomo d’animo forte, bastante a reggere e sostenere la mala fortuna […]. Tanto più ammirabile ma tanto meno amabile e commiserabile rispetto al suo prediletto Torquato Tasso» (p. 18);

‒ George Byron, il quale scrisse pagine acute sulla Profezia di Dante, «in cui riconobbe l’Alighieri come il precursore e fondatore dell’Italia ventura» (ivi);

‒ Alfredo Oriani, che fondò la Società Dante Alighieri «e lo pose alle origini del pensiero nazionale» (ivi);

‒ Gasparo Gozzi, che censurando il giudizio sulla Commedia di Melchiorre Cesarotti («un garbuglio grottesco»), scrive: «non si mescoli Dante coll’altre cose; ch’egli dee stare da sé solo, come principe e padre di tutti gli altri» (p. 19);

‒ Ugo Foscolo, che vide in Dante «un consorte, un fratello nell’esilio: andò anche lui “fuggendo di gente in gente”» (ivi);

‒ Antonio Rosmini, che spartì col gran fiorentino «“l’urgenza di riunire in un corpo solo tutti gli italiani, pungendo i partiti, e tutto quel che avesse idea di privato e di municipio”» (ivi);

‒ Giovanni Gentile, secondo il quale con Dante «comincia ad affermarsi idealmente l’Italia; col suo Poema la filosofia italiana. […] La lingua acquista in lui una potenza espressiva prima ignota, tutti i luoghi e le memorie, la storia e le aspirazioni, e le tradizioni e le speranze e i dolori d’Italia s’adunano nella luce della poesia dantesca a formare l’immagine del bel paese» (p. 20);

‒ Gioacchino Volpe: «Il pensiero laico preferì porre l’accento sul periodo umanistico-rinascimentale, come fece anche Gentile, per indicare il luogo di formazione della coscienza italiana; il pensiero storico, la lezione di Gioacchino Volpe e la cultura d’ispirazione cristiana, invece, pongono l’accento sul periodo medievale come laboratorio della nazione italiana. Punto d’unione d’ambedue resta però il mito del fondatore, Dante. Visto dagli uni come anticipatore dell’umanesimo e dagli altri come apice del Medioevo» (p. 21);

‒ Ezra Pound: «il poeta dantesco del Novecento. I suoi Cantos sono forse la sola opera moderna che si accosta a Dante e ne fa temerariamente il verso, condividendone l’epos storico e civile. Il mutare in poesia la tragedia del suo tempo, incrociandola con l’antichità, fa dei Cantos un’opera dantesca, nell’impianto, nella visione e nell’intreccio con la storia e le figure, seppur in un’epoca in cui il paradiso e l’inferno, Dio e il Divino Amore non entrano nello Spirito del Tempo» (p. 22);

‒ Thomas S. Eliot, impressionato dall’«“ampiezza della sfera emotiva”; egli è “il più grande poeta religioso”, ma senza mai chiudersi nella sfera religiosa, riuscendo sempre a mantenere la visione integrale, a conservare la sua universalità. E lo definisce “il poeta più europeo”, senza smettere di essere locale e provinciale» (p. 23);

‒ Augusto Del Noce, il quale sostenne che il pensiero italiano e la sua vicenda storica «abbiano sofferto “il non risolto problema Dante” e in particolare l’incapacità della cultura laica di situarne l’opera nella storia del pensiero. Ciò valeva per Del Noce in particolare pensando al Risorgimento, categoria religiosa a suo dire, che la distingue sia da Restaurazione che da Rivoluzione, e la collega piuttosto all’idea cristiana di Risurrezione» (p. 26).

 

Non mancano omaggi a lettori a dir nulla sui generis:

 

Denis de Rougemont: «l’amore in Dante è la passione mistica. Beatrice è dunque figura simbolica. È certamente esistita e Dante l’ha certamente amata, […] ma si tratta di una sublimazione. […] Riferendosi ad Eugenio Aroux, che ne parla in uno scritto del 1854 dal curioso titolo Dante rivoluzionario, eretico e socialista, Rougemont sostiene che Dante facesse parte dell’ordine dei Templari e avesse relazioni con l’eresia catara; e conseguentemente la Vita Nova, la Commedia, il Convivio e il De Vulgari eloquentia dovrebbero essere interpretati simbolicamente» (p. 35).

 

Intellettuale di punta della Destra italiana, Veneziani non poteva non dedicare ampio spazio alle immaginose argomentazioni di Julius Evola:

 

Evola affronta il Dante esoterico sul piano dell’azione (o vita activa) prima che sul piano della contemplazione. Ne Il mistero del Graal (1937), Evola si sofferma sulla concezione dantesca del Veltro e del Dux, sull’idea sacra dell’Impero e sui simboli che ne costituiscono il tessuto di riferimento. Vi ritorna poi a proposito dei Fedeli d’Amore intesa come milizia ghibellina, combattiva e non solo contemplativa. Evola sposa la congettura che Dante si sarebbe recato a Parigi proprio nel periodo della grande tragedia dei Templari e si sia legato a una catena iniziatica. […] Evola si spinge a criticare l’Alighieri sostenendo che “dimostra troppa passionalità e troppo spirito di parte quando è militante, mentre è troppo cristiano e contemplativo quando passa al dominio spirituale. (p. 38).


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