17 maggio 2021

Meridiana

Canzoniere Grecanico Salentino

Meridiana

Milano, Ponderosa Music & Art, 2021

 

«Antica “Poesia”, poesia dimenticata, la tua voce rimane inascoltata come la mia. Mi calo nel tuo fondo e canto, tanto non ci ascolta nessuno, perché diciamo le stesse cose, perché abbiamo la stessa voce antica e triste del passato» (da Il tempo non trascorre invano, 1951, di Rina Durante).

Dodici tracce di Meridiana (edito da Ponderosa Music & Art e prodotto da Mauro Durante e Justin Adams col sostegno di Puglia Sounds, 2021) per scandire il tempo dell’esistenza nel turbine di una pandemia. Il Canzoniere Grecanico Salentino (CGS), sodalizio di riferimento della world musica italiana, vincitore nel 2018 dei Songlines Music Awards come miglior gruppo di world music al mondo. Uno spartito itinerante. Autentico affresco sonoro e testuale della penisola salentina. Fragore danzante per l’ellisse blu.

L’infinta tela d’Aracne del tarantismo. Il mare magnum sfaccettato delle canzoni popolari in dialetto, che dalla Battaglia del 1480 arrivano a “La Notte della Taranta”. L’abbraccio con le culture dei cinque continenti, genesi di una bellezza foriera di contaminazioni in grado di accecare gli stereotipi.

 

Otto talenti della Terra d’Otranto. La visione verso l’orizzonte di Mauro Durante ai tamburi palpitanti, al violino psichedelico, alla scrittura manifesto dei territori. La voce graffiante, mimesi del contadino nei filari sotto il sole, e il tamburello sottopelle di Giancarlo Paglialunga. La voce di madre, di figlia, d’amante di Alessia Tondo, spina e piuma nei timpani. La voce, le acrobazie circensi in chitarra e in bouzouki di Emanuele Licci. Le movenze leggiadre che scandiscono le pulsioni del Tacco di Silvia Perrone. L’organetto vibrante che odora di polvere da taverna pugliese di Massimiliano Morabito. I flauti e la zampogna rigorosamente en plein air di Giulio Bianco. Le alchimie foniche e visionarie di Francesco Aiello.  

 

Meridiana, come amano definirlo gli autori, è «una sinestesia di voci dal colore antico». Un percorso tra contrade polverose e grattacieli asettici, dentro i nervi degli uomini, sulla simbologia identitaria che scorre nelle vene del Mediterraneo.

Ad affiancare l’esperienza artistica per l’ascoltatore, un libretto 2.0, che propone una riflessione intellettuale multi-prospettica legata al valore del tempo.

 

Balla Nina (M. Durante, S. Perrone)

Il percorso, in dialetto salentino centrale, parte dal passaggio di consegne tra generazioni, narrato con la voce sofferta di Paglialunga. L’allegoria del contadino, lavoratore tra aspirazioni e dolori del suo vigneto, che ritrova in tarda età nelle azioni dei figli e dei nipoti l’inno all’esistenza.

«Chiantala potala chiantala la vita mia fatiandu/ intra la vigna li duluri/ cu me criscenu li fiuri» (potala piantala la vita mia lavorando/ nella vigna i dolori/ per crescere i miei fiori).

 

Orfeo (M. Durante)

Il mito come riflessione: anche i potenti possano essere disarmati, dinanzi all’imponderabilità degli eventi. La musica di Orfeo influenzava umani, animali, piante. Provò con le sue note a riportare in vita la sua sposa, Euridice, la Ninfa delle Amadriadi, morta per il morso di un serpente, ma non ci riuscì. Alessia Tondo canta con voce adrenalinica, prima da narratrice, entrando in fase centrale all’interno della vicenda. La lingua è il dialetto leccese centrale.

«Nu la spettare chiui ca nu ritorna» (non la aspettare più che non ritorna).

 

Pizzica bhangra (M. Durante, S. Jain)

Una rapsodia danzante, in dialetto salentino centrale, che riecheggia di sfumature indiane con una magistrale tessitura dalle differenti venature etniche. La musica può abbattere le distanze: un vademecum dell’antirazzismo. Paglialunga duetta col gruppo newyorkese Red Baraatregala.

«Quanti culuri tanti su li soni/ la musica nu face divisioni» (quanti colori tanti sono i suoi/ la musica non fa divisioni).

 

Lu sittaturu (brano popolare)

L’unità di misura dell’amore nel tempo: l’attesa. La serenata in dialetto salentino settentrionale di un innamorato alla donna dei suoi sogni, che aspetta di vederla da una seduta improvvisata sotto la sua finestra. Licci e Paglialunga tessono un irriverente dialogo cantato.

«Qua ‘nanti m’agghia fa’ nu sittaturu/ t’agghia uarda’ la notte e lu giurnu puru» (qui davanti mi voglio sedere/ per guardarti la notte il giorno pure).

 

Ninnarella (brano popolare)

La ninna nanna materna. A livello temporale la prima colonna sonora dell’esistenza. La madre (Alessia Tondo) canta in dialetto salentino settentrionale parabole alla stregua di Esopo, i primi frammenti d’erudizione trasmessi ai figli. La nenia vola lenta, trasformandosi in filastrocca per poi chiosare con un ritmo di pizzica. In fase centrale ritroviamo la leggenda popolare dell’uru, il folletto malefico che spaventava i bambini di notte e nei luoghi più isolati.

«Ninnarella ci si stria mo statte bella/ ca ci sinti na figghia l’uru a core a tie te pigghia» (ninnarella se sei una ragazzina stai tranquilla/ perché se sei una piccola figlia il folletto ti prende a cuore).

 

Stornello alla memoria (A. Tondo)

«Fiorin di tutti i fiori fiorin di cardo/ te tutte le malefatte non mi ricordo» (fiorin di tutti i fiori fiorin di cardo/ di tutte le malefatte non mi ricordo).

Uno stornello cantato con ardore da Paglialunga e Licci, che si impone come parodia della perdita di memoria individuale e collettiva. L’uomo dimentica i propri errori, il popolo ritorna a scegliere una classe dirigente dal passato poco edificante.

 

Vulìa (M. Durante)

Il canto struggente di un padre che vorrebbe donare al figlio un mondo migliore. Paglialunga, in dialetto leccese, espone le maggiori criticità del paesaggio salentino: l’inquinamento dell’ILVA a Taranto e della centrale elettrica a carbone di Cerano; l’ulivicidio.

«Fiju nu sacciu in ce terra te sta criscu/ percé nu su sicuru ca se porta tantu bene/ ci la campagna more ci l’arberu sparisce te ulìa» (figlio non so in che terra ti sto crescendo/ perché non sono sicuro che se la passi tanto bene/ se la campagna muore se l’albero sparisce di olivo).

 

Quannu camini tie (E. Licci)

Pregi e difetti di una donna. Il protagonista ne è innamorato e le dedica, con le corde vocali di Licci, una dichiarazione di immacolato in griko (lingua parlata nella Grecìa Salentina, koinè greca appartenente al gruppo dei dialetti greco-italioti).

«Attin agapimu ise zoì pu me meni/ krifizzo o’ cerò pu satia rei/ ce ta chilissu glicea filò» (del mio amore sei la vita che mi aspetta/ nascondo il tempo che lento scorre/ le tue labbra dolci bacio).

 

Tic e tac (E. Avitabile, M. Durante)

Il titolo riproduce l’onomatopea dell’orologio, simbolo dei ritmi frenetici della contemporaneità. La deperibilità del tempo, al quale l’individuo non dà il giusto valore, è immersa nei versi finali in dialetto leccese «nu c’è tiempu/ mena mena fuci» (non c’è tempo/ veloce veloce corri). Il testo è un esercizio di plurilinguismo: il dialetto napoletano, quello salentino centrale e l’italiano si incontrano. Ad impreziosire la linea di meridiana la partecipazione del maestro partenopeo Enzo Avitabile.

 

Il perenne dolore di un uomo tradito dal proprio amore nel brano popolare Ntunucciu, descritto dal canto polifonico di Paglialunga e Licci, in dialetto salentino centrale, e la Ronda, il cerchio magico della tradizione della pizzica, coi musicisti a formare la circonferenza e i danzatori a ballare all’interno, conducono all’ultima traccia.

Meridiana (M. Durante)

«Meridiana/ il tempo che mi serve/ per arrivare a te».

Il viaggio del CGS tra i rapporti umani, gli oggetti simbolici e i miti per afferrare il senso del tempo, ritorna alla linea di partenza. I punti cardinali dell’esistenza convergono su un sostantivo che è cerniera della storia tra le generazioni, anche dopo una pandemia: amore.

 

Per approfondire

www.canzonieregrecanicosalentino.net

 


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