24 maggio 2021

Nel nome dei Malavoglia. Onomastica verghiana

Carlo Cenini

Nel nome dei Malavoglia. Onomastica verghiana

Padova, Cleup, 2020

 

Con quest’ultima opera dedicata all’onomastica verghiana, Carlo Cenini apporta un notevole contributo alla mole di studi in materia, che include testimonianze di rilievo come Il mondo popolare dei Malavoglia di Alberto Mario Cirese (1955), un volume di Wido Hempel mai tradotto in Italia (Giovanni Vergas Roman I Malavoglia und die Wiederholung als erzählerisches Kunstmittel, 1959), e il più recente, imprescindibile saggio di Gabriella Alfieri Lettera e figura nella scrittura dei Malavoglia (1982). La peculiarità del lavoro in esame consiste, tuttavia, nell’estensione analitica della materia, tesa a un’indagine ‘orizzontale’ comprendente l’intero corpus onomastico del romanzo, per così dire ‘smembrato’ nelle operazioni precedenti, tutte centrate sul ricco ma parziale reticolo dei nomignoli. L’intenzione di Cenini – che qui riprende e sviluppa un discorso avviato altrove, si veda l’articolo Cognome, nome e nomignolo nei Malavoglia (in “il Nome nel Testo”, V, 2003, pp. 111-32) – è piuttosto legata al tracciamento di uno schema, alla rievocazione, tramite ipotesi e varianti, del complesso sistema verghiano, in cui il nome si fa deposito di molteplici spinte, connesse «ad una certa idea di destino, o per lo meno all’idea che l’autore intende dare del personaggio» (p. 13). A interessare Verga è soprattutto il potenziale antropologico dei nomi, senza i quali le sue ‘creature’ apparirebbero mutile, trasportate di peso in un mondo in cui le categorie di arbitrarietà ed eredità risultano contaminate, secondo quella che Cenini definisce «‘epidemia semantica’ di tipo magico o folclorico» (p. 35). Il metodo dello studioso si muove, pertanto, sul filo dell’‘immersione’, intesa come indagine delle percezioni del villaggio, come necessità – per la critica e i lettori – di vedere «le cose come i personaggi del libro», laddove i confini tra nome, cognome e nomignolo risultano abbattuti.

 

In quest’ottica, Cenini affronta i meccanismi onomastici su un duplice binario, tra lo spoglio dei risultati conseguiti dall’antroponimia verghiana e una fitta analisi genetica, condotta sulla base dei materiali preparatori dell’opera. Ne emerge, in accordo alla scrittura ‘lenticolare’ del Verga (per citare Branciforti), una messe di strati diversamente rielaborati, con le varianti strutturali a orientare l’analisi. Cenini si serve qui dell’edizione critica dei Malavoglia approntata da Ferruccio Cecco per Il Polifilo (1995), grazie alla quale è possibile seguire il travagliato destino onomastico dei personaggi, sottoposti – abbozzo dopo abbozzo – a una «rimozione simbolica» (p. 169) ben rispondente al mimetismo verghiano, inteso precisamente come nascondimento dell’artificio. Va da sé, e Cenini lo mostra, che tale ‘asportazione’ conserva echi, tracce disseminate nella versione definitiva che infatti risulta densa di suggestioni, esito di un attento studio del folklore e «della cultura siciliana» (p. 198). Faro, nell’analisi del critico, è del resto l’opera di Giuseppe Pitrè già cara allo stesso Verga, summa di significati, notizie, ‘cose’ afferenti all’Isola. Sulla scorta di tali acquisizioni, Cenini indaga il sistema onomastico di Trezza fino a lambire le sfumature più estreme, ravvisando in nomi e nomignoli un accumulo di potenzialità semantiche spesso ri-attivate da giochi di parole. Un solo prelievo, di per sé esemplare: «La Vespa allora si appuntellò le mani sui fianchi, e sfoderò la lingua come un pungiglione» (Verga, cap. II), dove è evidente il cortocircuito fra metafora ‘pietrificata’ (la vespa come ragazza insidiosa, molesta) e rivitalizzazione del nomignolo a mo’ di scherzo, ancor più esplicito nel ricorso al verbo «ronzare» per indicare – più avanti – gli amanti della giovane («gli uomini le ronzavano sempre attorno a tentarla come ci avesse il miele alle gonnelle», cap. XIII).

 

L’assunzione della metafora come fil-rouge si accompagna, nell’opera di Cenini, a una disposizione degli antroponimi su tre livelli: nomi trasparenti, nomi la cui allusività si va scoprendo nel testo (spesso mediante il ricorso ai dati di Pitrè o, per conferma, alle carte preparatorie), infine il legame e/o la distanza fra personaggi, più evidente quando si tratta di individui dallo stesso nome, come nel caso – macroscopico – di padron ’Ntoni e del nipote, cui lo studioso dedica il quarto capitolo (I due ’Ntoni). Qui troviamo le intuizioni più felici nonché i principi-cardine dell’operazione verghiana, analizzata in parallelo ad alcuni passi del Mastro-don Gesualdo, che con i Malavoglia intrattiene «una serie di importanti parallelismi tematici e microstrutturali» (p. 101). Dopo aver rilevato la tensione semantica fra il titolo di padrone e l’effettiva condizione del capofamiglia (appellato compare in seguito al tracollo economico), Cenini ‘torce’ la locuzione Ntoni di padron ’Ntoni, sì da svelare il valore profondo dell’omonimia, giocato sul binomio lontananza-vicinanza. Tra nonno e nipote esiste una forte opposizione (il primo è una «testa quadra», l’altro «un bighellone» avviato al tragico strappo), ma l’identità onomastica – tanto forte da permeare lo sguardo del villaggio, incredulo alla notizia dell’arresto del giovane – adombra un rapporto più complesso, rintracciato in due passi della prefazione all’opera. Vale la pena riportarli: «Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime inquietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto»; «Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l’uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi […]. Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni materiali».

 

Ecco la tensione, la distanza tra ’Ntoni e padron ’Ntoni e – non da ultimo – i motivi chiave del ciclo dei Vinti: da un lato il desiderio dell’ignoto, la mala-voglia appunto, dall’altro la lotta per l’esistenza, i «bisogni materiali» che pure segnano la sconfitta. Le due figure, così distanti, si avvicinano e sovrappongono nella comune resa, la stessa di mastro-don Gesualdo che, afferma Cenini, è «un nome bifronte» (p. 101), in grado di riassumere nei suoi titoli la lacerazione dell’identità.

Anche su questo piano lo sguardo all’officina di Verga è fondamentale. Lo studioso vi ricorre soprattutto per isolare la famiglia Toscano-Malavoglia dagli abitanti di Aci Trezza, ripercorrendo – spesso à rebours – le fasi di preparazione dell’opera. L’analisi delle carte, unitamente ai riflessi finali, permette di individuare nel mondo onomastico dei Malavoglia un sistema complesso, in cui la famiglia assume un’aura sacrale – pertanto grave, dolente –, del tutto separata dal ‘chiasso’ di paese, dove tutti hanno nomi ingiuriosi, legati a un difetto o alla propria indole (si pensi a Giufà, Cinghialenta, la Zuppidda, Piedipapera). Significativa, su tale fronte, la distinzione fra il ‘caos’ semantico del villaggio e il ‘silenzio’ dei nomi della famiglia, il cui valore simbolico emerge solo a lettura inoltrata, come dimostra – ad esempio – il lungo lavoro su Maruzza, letto alla luce del culto mariano e del rapporto madre-casa (dal napoletano maruzza ovvero ‘lumaca’, ‘chiocciola’). A volte si tratta di congetture che sfiorano il rischio di sovra interpretazione, ma Cenini ammette gli azzardi critici e li riconduce, sempre, nell’alveo delle suggestioni. Impossibile negare, del resto, molte altre intuizioni, come il sapiente richiamo diabolico scorto in Venera e Turi Zuppiddu (le implicazioni superstiziose del sintagma «Vènnari Zuppiddu», rovescio del Venerdì Santo) o ancora la metafora animale da cui discende Piedipapera, il sensale che avrà una parte importante nella rovina dei Malavoglia: anche qui fa la sua comparsa il diavolo – rappresentato, nell’iconografia medievale, con i piedi palmati.

 

Si tratta dunque di indicatori, di tessere fondamentali alla ri-costruzione di un sistema: da un lato la sacralità, i Malavoglia che si muovono come ‘in processione’, dall’altro il demonio, il rovesciamento – e la perdita – di ogni residuo di provvidenza. Cenini lo tiene a mente, dissezionando pagine e documenti in un lavoro di convergenza tra filologia e linguistica.

 

Studi citati

- Alberto Mario Cirese, Il mondo popolare dei Malavoglia, in "Letteratura", XVII-XVIII, 1955, pp. 68-69, oggi in Id., Intellettuali, folklore, istinto di classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci, Torino, Einaudi, 1976, pp. 3-32.

- Wido Hempel, Giovanni Vergas Roman I Malavoglia und die Wiederholung als erzählerisches Kunstmittel, Köln-Graz, Böhlau, 1959.

- G. Alfieri, Lettera e figura nella scrittura dei Malavoglia, in I Malavoglia. Atti del congresso internazionale di studi, Catania, Biblioteca della Fondazione Verga, II, 1982, pp. 565-618.

 


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