09 giugno 2021

L’ombra di Don Alessandro. Manzoni nel Novecento

Raffaello Palumbo Mosca

L’ombra di Don Alessandro. Manzoni nel Novecento

Roma, Inschibboleth Edizioni, 2020

 

 

Sulle tracce della funzione Manzoni nel secondo Novecento, massime su finzione/non finzione e tensione etica della letteratura, Palumbo Mosca riflette con acume e larghezza d’informazione circa l’influenza esercitata su quattro autori da opere come Storia della colonna infame, Osservazioni sulla morale cattolica, Lettre à monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie, Dialogo sull’invenzione e Materiali estetici: Giuseppe Antonio Borgese (Poetica dell’unità e Lezioni di estetica), Carlo Emilio Gadda (Racconto italiano di ignoto del Novecento), Leonardo Sciascia (L’Affaire Moro) e Mario Pomilio (Il Natale del 1833), premettendo un capitolo sul complesso rapporto tra etica ed estetica in I promessi sposi e in Storia della colonna infame, teso a cogliere le strategie retoriche adottate da Manzoni per indurre il lettore a una «riflessione sentita»:

 

Se Manzoni non può che concordare con l’amato Pierre Nicole là dove questi afferma che «la necessità di divertirsi non può essere una scusa per la commedia» (né, ça va sans dire, per l’arte in generale), poiché il cristiano non può ricercare «il piacere per il piacere, né il divertimento per il divertimento», il romanzo dovrà diventare, allora, niente meno che «un ramo delle scienze morali»; ma tra i due termini del docere delectando e della fedeltà al vero non c’è — ed è questa la novità manzoniana e il cuore stesso della sua riflessione — opposizione e guerra, ma fraterna alleanza. (pp. 17-18).

 

L’avversione per le due unità aristoteliche (tempo e luogo) e il rapporto verità storica/verisimile sono per Borgese i fondamenti del pensiero manzoniano: «tra la storia e la poesia gli par non sia altra differenza che quella che v’è tra una carta geografica e una carta topografica». Per il critico siciliano il rispetto del vero non rappresenta il superamento del genere romanzo e della storiografia per un genre neuf, ma «il limite invalicabile (e inaccettabile) della sua esperienza. Non è un caso che il Dialogo dell’invenzione gli appaia, con cauta litote, “non capitale per l’estetica” e “addirittura trascurabile per la storia della critica”, e il Discorso sul romanzo storico niente meno che un “suicidio artistico”» (p. 53).

 

Già nel giovanile Giornale di guerra e di prigionia Gadda concepisce la scrittura come «disegno segreto e non appariscente» degli «avvenimenti inavvertiti»; l’autore, si dice nel Cahier di Racconto italiano di ignoto del Novecento, «accoglie, crea, rimanda. Crea, poiché ciò che accoglie è l’informe e può essere il nulla. Se egli infatti non sa, non può, ciò che accoglie si trasforma in nulla». Giusta la Lettre, per il prosatore milanese la questione centrale consiste nel «trascegliere» solo alcuni «avvenimenti interessanti e drammatici». La vita è un «ingarbugliato intreccio», ergo il romanzo ha il dovere di analizzare il manzoniano «guazzabuglio»; ma i punti di vista dei personaggi non possono non essere governati dalla voce autoriale, padrona assoluta della «coscienza del dramma e [del] suo commento filosofico». Nel Racconto Gadda accoglie toto corde l’esempio manzoniano: prova ne siano non solo i calchi lessicali e sintattici, ma persino il carattere dei personaggi. Un solo esempio: si confronti questo brano dello studio compositivo del 6 agosto 1924:

 

Tra i due muri, che chiudevano due possedimenti, era un viottolo un po’ disagevole […] per questo viottolo s’incamminava con perfetta naturalezza anche un’acqua, che non ha trovato altra via. […] Un omaccio discendeva brontolando per quel sentiero dietro un giovane che tra sé e sé doveva ridacchiare e che tratto, tratto, si volgeva, ad attenderlo. […] Si appoggiava ad un bastoncello secco ma rubesto e nocchiuto, lucido come il manico di un piccone, con il quale rimoveva talora i più pericolosi ciottoli.

 

col capitolo I di I promessi sposi:

 

Per una di quelle stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio […] guardando a terra, e buttando contro il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero […]. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon […]. Così dicendo, prese il lume, e brontolando sempre […].

 

«L’eco è evidente — commenta Palumbo Mosca —, con l’acqua che “con perfetta naturalezza s’incammina” dove don Abbondio “tornava bel bello”, con Bertotti che, come il curato brontola discendendo per il sentiero e rimuove, come il curato, i ciottoli» (p. 90). Un calco consapevole, come dimostra la passeggiata di Bertotti, che «anticipa l’entrata in scena del dottor Higueróa in La cognizione del dolore, [assai simile a] quella del curato» (p. 90).

 

Nella sua pagina, che intreccia narrazione a movenze saggistiche, lo Sciascia dell’Affaire guarda al modello Manzoni sia ribaltando il nesso realtà/narrazione sia coniugando commozione e raziocinio:

 

da una parte […] identico è il rovesciamento del rapporto tra realtà e narrazione: già nella Storia [della colonna infame], infatti erano i giudici, attraverso «un pasticcio di fatti e d’invenzioni», a creare la fiction (vale a dire: un immorale «romanzo storico»), mentre la rigorosa ragione investigante del narratore ristabiliva il vero. Ma un altro elemento, che ha a che fare con il rapporto tra narratore e lettore, è più rilevante: esattamente come il Manzoni della Storia e ancor prima dei Promessi sposi, nell’Affaire, Sciascia appronta un testo che, attraverso un sapiente uso degli «strumenti di una retorica delle passioni», riunisce felicemente «commozione e raziocinio», puntando a stimolare un rapporto di identificazione non tra il lettore e il personaggio Moro […] ma tra il lettore e il narratore-giudice. (pp.108-9).

 

Le riflessioni estetiche manzoniane costituiscono l’ossatura dell’intera produzione narrativa di Mario Pomilio, da Il testimone (1956), che proietta il problema del male dal privato allo storico, a La compromissione (1965) fino a Il quinto evangelio (1975), «tentativo di ‘libro totale’ che, sullo sfondo della bancarotta morale dell’Europa devastata dalla guerra, ripropone la forza universale e sempre nuova, perché sempre di nuovo da intendere e far propria, della parola del Vangelo» (pp. 132-33).

 

 

 

 

 


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