14 giugno 2021

Europa romanza. Sette storie linguistiche

Lorenzo Tomasin

Europa romanza. Sette storie linguistiche

Torino, Einaudi, 2021

 

Mercanti, esuli, vedove, speziali, musicisti sono i protagonisti delle sette storie linguistiche del volume Europa romanza di Lorenzo Tomasin. Il filo rosso che lega queste storie fra Duecento e Cinquecento nello spazio dell’Europa mediterranea e centro-settentrionale – dalle Baleari alle sponde orientali dell’Egeo, da Venezia a Friburgo, da Prato alla Baviera – è l’uso di una lingua romanza assieme almeno a un’altra lingua nella stesura di testi non letterari (annotazioni, resoconti, registri, lettere). Sono le condizioni tipiche del contatto linguistico, indagato magistralmente da Tomasin con l’abito del linguista attento ai principi della filologia mercantile, secondo la definizione di Alfredo Stussi, in virtù per l’appunto della particolare natura di testi la cui conservazione «è poco più che casuale, cioè dovuta al favore di peculiari vicende archivistiche» (p. IX).

 

Seguendo la limpida trattazione dell’autore, che non disdegna punte di vivace e brillante narrazione, proviamo a ripercorrere le sette storie linguistiche.

 

Il primo capitolo è incentrato sulle vicende di Guglielma de Niola, di origine provenzale, sposa di un nobile veneziano della potente famiglia dei Venier. Dopo la morte del marito Stefano, Guglielma si occupò della gestione del patrimonio di famiglia nel torno di tempo fra gli ultimi anni del Duecento e i primi del Trecento (entro il 1305); da questo impegno dipendono vari attergati (note apposte sul retro di un documento per indicarne il contenuto) che rappresentano «uno dei più precoci e curiosi episodi di bilinguismo e di contatto linguistico documentabili, fuori da contesti letterari, nel Medioevo italiano» (pp. 7-8). Ricordando l’annotazione citata in apertura del capitolo, «questa carta sén como mia mare recevé lo fito de Padoa daspoi qe mio paire murì» (‘Questa carta è come mia madre ricevette l’affitto di Padova dopo che mio padre morì’, p. 3), si osserva la forma provenzale paire (‘padre’) accanto a quella tipicamente veneziana mare (‘madre’). Le riflessioni sulla scrittura di Guglielma offrono l’occasione per una mirabile sintesi dei modelli dell’insegnamento della grammatica (‘il latino’) e dell’alfabetizzazione dei mercanti e delle donne nella Venezia medievale (pp. 14-23). Tomasin segnala che nel manoscritto Saibante-Hamilton 390 della Staatsbibliothek di Berlino, testimone della letteratura italiana delle Origini, «si trovano alcune sezioni latino-volgari che sembrano alludere proprio a un programma educativo ben ambientabile nella Venezia del Duecento» (pp. 14-23; la cit. a p. 21; cfr. Meneghetti 2020, pp. CLI-CLXVI).

 

Il bilinguismo provenzale/veneziano di Guglielma è inserito in un quadro più ampio di contatti linguistici nella Romània mediterranea sulle rotte che conducono dalle coste della Catalogna e della Provenza alla laguna. Tali contatti favoriscono il passaggio di parole provenzali della lirica d’amore alla lingua dei mercanti con interessanti slittamenti semantici. È emblematico il caso di fin’amor(s) ‘amore cortese’, ideale amoroso centrale in tanta produzione lirica; nella lingua dei mercanti veneziani fin amor passa a designare il prestito a interesse dissimulato: ad esempio, in un documento rogato a Treviso nel 1348 leggiamo «li qual dener ella me inprestà per fin amor» (cfr. pp. 28-29; anche Tomasin 2016; TLIO s.v. amore).

 

Nel sesto volume dei cosiddetti Commemoriali della Repubblica di Venezia, registri in cui, a partire dagli ultimi anni del Duecento, vennero trascritti documenti relativi ai rapporti fra Venezia e gli altri Stati, si trova il resoconto di un atto di pirateria, oggetto del secondo capitolo del volume. Il testo si deve al siciliano Pietro d’Alamanno, scrivano di bordo di una nave commerciale dei Serraler che nel febbraio del 1355 subì un attacco da tre galee veneziane nei pressi della località di Torre de l’Erminio (Torre dell’Armeno) sulle coste dell’Egeo orientale. Il resoconto dello scrivano, redatto in «lingua sichiliana», fu depositato presso i tribunali delle isole di Scio (Chios) e di Rodi; in questi tribunali furono approntate le copie spedite a Montpellier, sede della casa-madre della compagnia mercantile, e a Venezia, dove i documenti vennero copiati nei Commemoriali. Di là dagli ineludibili dubbi sull’effettiva natura della «lingua sichiliana» nel resoconto originale di Pietro d’Alamanno, tali copie veneziane «mostrano inequivocabilmente come un testo siciliano passato attraverso varie copiature potesse mantenere, in pieno Trecento, una fisionomia del tutto riconoscibile, sfuggendo largamente al processo di livellamento linguistico quasi automatico e generale che si tende sempre ad attribuire alle tradizioni scritte del Medioevo» (pp. 50-51). Sono, infatti, indizi chiari della conservazione di una veste linguistica originaria siciliana le uscite -i e -u, tipiche del vocalismo finale siciliano, in dormiri, minari, ditu, sortu, portu, ecc.; è, invece, raro l’adattamento linguistico che porta alla coincidenza con la lingua del copista, fenomeno riconoscibile, ad esempio, nella forma veneziana zurare ‘giurare’ in luogo del siciliano iurari (pp. 52-57).

 

L’archivio della compagnia commerciale del pratese Franceso di Marco Datini (1335-1410), riscoperto nell’Ottocento e oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Prato, offre informazioni imprescindibili per ricostruire le storie di Bondì de Iosef e di Bartol de Cavalls, presentate rispettivamente nel terzo e nel quarto capitolo del volume.

L’archivio Datini contiene una dozzina di lettere del mercante Bondì de Iosef, ebreo di Arles. Analizzando questa corrispondenza e dedicando particolare attenzione a una lettera del 28 febbraio 1395 a proposito del traffico di pelli non conciate e di lana (cit. a p. 67), Tomasin riconosce nella scrittura di Bondì le caratteristiche del contatto linguistico fondato sul parlato: il mercante «scrisse in un italiano con cui cercava di adeguarsi alla lingua degli interlocutori toscani, conservando comunque tracce evidenti e abbondanti di provenzale» e riproducendo verosimilmente «parole ed espressioni udite ma non lette» (pp. 68-69); ne sono prova le grafie provenzali per suoni toscani, come melho ‘meglio’, conhato ‘cognato’ e bianqua ‘bianca’, e le desinenze di origine analogica in parole come meso ‘mese’ e fanto ‘fante’. Nella seconda parte del capitolo l’autore illustra i contatti fra cultura ebraica e lingue romanze in epoca medievale e presenta la questione dei testi romanzi in scrittura ebraica (si veda anche Baglioni 2021, pp. 110-124), fra cui spicca l’Elegia del 9 del mese di ’āv «La iente de Zion» (‘gente di Sion’), tràdita da due codici trecenteschi (edizione critica commentata: Natale 2018).

 

Anche Bartol de Cavalls intrattenne un carteggio con i membri della compagnia Datini. La lettera del 4 febbraio 1407 di Bartol de Cavalls, citata a p. 99, è indirizzata al fondaco di Maiorca della compagnia. Oltre alle informazioni sulla riuscita di un traffico e alla richiesta di un pagamento con fideus (‘fidelli’) e formage de Menorcha (‘formaggio di Maiorca’), preferibilmente novello, Bartol afferma di essere venuto a conoscenza della presenza del figlio a Maiorca ed esorta il destinatario a non cedere alle richieste economiche del giovane, definito più volte ribaldo e tachagno. Tomasin identifica nello speziale in affari con i Datini il Bartol de Cavalls (o de Savalls) copista di un prezioso codice del volgarizzamento catalano dei Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo a opera di Antoni Canals (oggi ms. 1G-36 dell’Arxiu Històric de la Ciutat de Barcelona). La lettera del 1407 è scritta in una lingua che «non è identificabile né con il catalano di Valenza, né con alcuna variante del pur proteiforme italiano primoquattrocentesco» (p. 100) e mostra un accentuato polimorfismo grafico, fonetico e morfosintattico. Lo studioso vi riconosce un esempio del mistilinguismo tipico di un secolo, il Quattrocento, che segna uno snodo nelle forme del contatto linguistico ed è caratterizzato da fenomeni di accentuata mescolanza linguistica, come la poesia macaronica e i sermoni cosiddetti mescidati dei predicatori. Fra gli epiteti poco lusinghieri con cui Bartol qualifica il figlio, merita una chiosa tachagno. Non si tratta di un giovane ‘tirchio’ o ‘avaro’, bensì ‘meschino’, secondo la semantica dello spagnolo tacaño, da cui discende in epoca rinascimentale il prestito taccagno.

 

Il testamento di Isabelle Hamerton, rogato il 15 maggio del 1432 a York, apre il quinto capitolo, che sposta l’attenzione sul contatto linguistico fra lingue romanze e inglese. Al pari di altri documenti editi modernamente nella raccolta Testamenta Eboracensia, il testamento di Isabelle Hamerton mostra un trilinguismo che coinvolge latino, francese e inglese. Nel latino notarile dell’atto si insinuano parole chiaramente francesi, come coverlecte ‘copriletto’ o morter ‘mortaio’, e parole inglesi d’origine non latina, talvolta in forma di glosse, come sarss ‘setaccio’ o dimidium chaldre carbonum marinorum, di(ctorum) hascelwodd ‘mezzo calderone di carboni marini, detti hascelwodd (schegge di legno utili ad accendere il fuoco)’ (pp. 129-133). Se è vero che «fenomeni di interferenza tra il latino di formulari notarili e i volgari usati nella vita di ogni giorno si producono con particolare frequenza in un contesto come quello dell’inventario o della lista di oggetti» (p. 133), la situazione inglese dei primi decenni del Quattrocento esula dalla diglossia latino/volgare, perché al latino, lingua della produzione scritta ufficiale, si affiancano come lingue parlate il medio inglese e il francese, diffuso soprattutto negli strati più elevati della società.

 

Tomasin delinea poi gli aspetti salienti del contatto fra italiano antico e medio inglese, esaminando non solo lettere e registri di mercanti toscani attivi in Inghilterra, come i Ricciardi di Lucca (su cui cfr. Castellani 2005) e i Gallerani di Siena (su cui cfr. Cella 2009 e 2010), ma anche un rotolo di pergamena dei National Archives di Londra (E/288/24) che contiene un rendiconto dell’acquisto di metalli da parte della zecca di Canterbury negli anni 1291-1294, redatto verosimilmente da «un funzionario locale capace di scrivere in un italiano rudimentale» (pp. 140-146, la cit. a p. 144; cfr. Cappelletti 2020). Con un balzo in avanti di qualche secolo si arriva al regno della regina Elisabetta I (1533-1603), autrice di decine di lettere in italiano a numerosi corrispondenti; negli stessi anni in Inghilterra, meta privilegiata di chi abbandonava l’Europa continentale in fuga dalle persecuzioni religiose, fu attivo John Florio (1552-1626), che, sulle orme del padre Michelangelo, si impegnò nell’insegnamento dell’italiano e compilò il vocabolario italiano-inglese Worlde of Wordes, edito per la prima volta nel 1598 e poi in edizione accresciuta nel 1611 con il titolo di Queen Anna’s New World of Wordes (pp. 146-156).

 

Nel capitolo successivo si passa ai contatti fra lingue romanze e tedesco. Ci limitiamo a far cenno, fra i molti esempi finemente commentati dall’autore, a un esempio di scrittura diplomatica e a uno di àmbito lessicografico. Alla prima fattispecie appartengono i documenti dei Manuali del piccolo consiglio della città di Friburgo (oggi in Svizzera), come quello sulla missione diplomatica di Henri de Praroman per stringere alleanze al tempo della guerra di Borgogna (luglio 1475): l’annotazione «è scritta in una miscela di lingua che comprende il latino della tradizione cancelleresca, un francese misto di elementi franco-provenzali e un tedesco dai marcati tratti alemannici (propri cioè delle varietà che ancora oggi caratterizzano le parlate della Germania sud-occidentale e della Svizzera tedesca)» (il testo dell’annotazione a p. 161; la cit. a p. 163). Quanto al versante lessicografico, i dialoghi italo-tedeschi di Giorgio da Norimberga del 1424, vero e proprio manuale di conversazione corredato di un glossario bilingue, sono alla base di una fortunata tradizione lessicografica il cui punto d’arrivo ideale si può cogliere nel Dittionario imperiale del 1700, dedicato alle «quattro principali lingue d’Europa» (italiano, francese, tedesco e latino; vd. pp. 180-188; la cit. dal frontespizio del Dittionario).

 

Nella settima storia linguistica le epistole plurilingui del musicista Orlando di Lasso (1530 o 1532-1594) sono accostate a quelle di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), per le quali Gianfranco Folena ha proposto la felice definizione di «concerto europeo» in un saggio dell’imprescindibile Italiano in Europa (1983; volume pubblicato nuovamente nel 2020 nell’àmbito delle celebrazioni per il centenario della nascita dello studioso). Originario di Mons e attivo presso molte corti europee, Orlando di Lasso fu musicista di corte anche del duca di Baviera Gugliemo V di Wittelsbach, col quale tenne una corrispondenza caratterizzata per l’appunto da un «uso sistematico e continuamente mescolato di francese, italiano, latino, tedesco, con occasionali inserti di spagnolo» (p. 195): basterà menzionare una frase come «après avoir demourez par 6 Wochen en mon Jardin, il gran duca Alberto misit mihi litteram» (‘dopo essere rimasto per sei settimane nel mio giardino, il granduca Alberto mi ha mandato una lettera’) in un’epistola del 7 ottobre 1572 (cit. a p. 193).

 

Per concludere, crediamo che Europa romanza rappresenti un manifesto dell’Europa «unita dalla sua feconda diversità linguistica» nel passato come nel presente (la cit. a p. 220).

 

Riferimenti bibliografici

Baglioni 2021 = Daniele B., Altre scritture, in Storia dell’italiano scritto, a cura di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin, Roma, Carocci, vol. VI Pratiche di scrittura, 2021, pp. 81-124.

Cappelletti 2020 = Luigi Alessandro C., Un testo in volgare italo-romanzo in un rotolo della zecca di Canterbury (1291-1294), «Studi linguistici italiani», XLVI (III s., XXV, fasc. II) 2020, pp. 163-200.

Castellani 2005 = Le lettere dei Ricciardi di Lucca ai loro compagni in Inghilterra (1295-1303), a cura di Arrigo C., introduzione di Ignazio Del Punta, Roma, Salerno Editrice.

Cella 2009 = Roberta C., La documentazione Gallerani-Fini nell’Archivio di Stato di Gent (1304-1309), Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo.

Cella 2010 = Roberta C., Prestiti nei testi mercantili toscani redatti di là dalle Alpi. Saggio di glossario fino al 1350, «La lingua italiana», VI 2010, pp. 57-99.

Folena 1983 = Gianfranco F., L’italiano in Europa. Esperienze linguistiche del Settecento, Torino, Einaudi (anche Id., L’italiano in Europa. Esperienze linguistiche del Settecento, seconda edizione, riveduta e corretta a cura di Daniela Goldin Folena, Firenze, Cesati, 2020).

Meneghetti 2020 = Il manoscritto Saibante-Hamilton 390, edizione critica diretta da Maria Luisa M., coordinamento editoriale di Roberto Tagliani, Roma, Salerno Editrice.

Natale 2018 = L’elegia giudeo-italiana, ed. critica e commentata a cura di Sara N., Pacini, Ospedaletto.

TLIO = Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, fondato da Pietro G. Beltrami, poi diretto da Lino Leonardi e da Paolo Squillacioti, Firenze, Istituto Opera del Vocabolario Italiano, 1998-.

Tomasin 2016 = Lorenzo T., Dai trovatori ai creditori. Destini feneratizî della fin’amor, in «Romanische Forschungen», CXXVIII 2016, pp. 303-315.

 

 

 

 

 


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