21 giugno 2021

Il linguaggio amministrativo. Principi e pratiche di modernizzazione

 

Michele A. Cortelazzo

Il linguaggio amministrativo. Principi e pratiche di modernizzazione

Roma, Carocci, 2021

 

Fortunatamente ha cambiato opinione Michele Attilio Cortelazzo, il quale apre il suo libro con un’osservazione sconsolata: «Ho sempre immaginato che questa attività [cioè quella volta al miglioramento della scrittura amministrativa] non fosse altro che una parentesi nel mio lavoro di studioso e che ben presto l’impegno per promuovere una scrittura amministrativa chiara e semplice si sarebbe esaurito grazie a un sostanziale raggiungimento dell’obiettivo. Questa convinzione era frutto di pura ingenuità» (p. 11). L’ha cambiata, almeno in parte, perché dalla sua voce le mie orecchie hanno sentito altro, quando pochi giorni fa l’autore ha fatto la sua tradizionale lezione al nostro corso fiorentino di perfezionamento post lauream «Professioni legali e scrittura del diritto»: che in particolare almeno certe buone pratiche di riscrittura di testi destinati a larga diffusione sono state introdotte; l’ISTAT ha migliorato la comprensibilità delle istruzioni per il censimento; lo stesso si può dire per i bollettini postali; molti testi in linea dei comuni hanno adottato una struttura comunicativamente molto più efficace. Almeno per questi aspetti dunque l’attività di chi si è speso nell’ultimo trentennio per il miglioramento della lingua dell’amministrazione non è stata vana.

 

Ma già all’interno del volume – al di là dell’affermazione iniziale, volutamente provocatoria o fatta per naturale pudore – questa convinzione emerge con chiarezza, in una struttura sistematica nella quale si alternano luci e ombre sulle vicende della scrittura dell’amministrazione.

 

L’incipit è una precisa fotografia delle caratteristiche lessicali e sintattiche dell’italiano amministrativo, con riferimenti anche all’interpunzione (argomento spesso trascurato): «si registrano alcuni usi inconsueti, che nascono probabilmente da un dominio solo parziale delle tendenze dell’interpunzione italiana, comune a molti scriventi» (p. 42); a conferma si potrebbe aggiungere che certe virgole che inopinatamente compaiono tra soggetto e verbo si osservano anche in testi base per la semplificazione della scrittura amministrativa (ma non in Cortelazzo).

 

La lontananza della lingua «aulica, astratta, complessa» dell’amministrazione da quella dei cittadini dipende da vari fattori, ma soprattutto dal fatto che manca una specifica formazione alla scrittura nel personale – a partire dalle “figure apicali” – e che non è chiaro al pubblico dipendente che scrive chi sia il destinatario della comunicazione: non solo il superiore, ma soprattutto il cittadino comune; e proprio su questi due elementi dovrà essere tracciata la via per il futuro.

 

Non è neppure un fuor d’opera il capitolo destinato alla scrittura della legge, considerata l’influenza che i testi legislativi hanno su quelli amministrativi e il necessario effetto a cascata: l’oscurità della legge pare tradursi inevitabilmente nell’oscurità della lingua dell’amministrazione; e ha ragione l’autore a criticare chi, partendo dal presupposto che la legge sia necessariamente “difficile”, alza le mani in segno di resa e ritiene che debba sempre essere affiancata da una spiegazione in lingua facile. Ma così «l’onere dell’accessibilità del testo» si sposta «dal momento della redazione della legge, e quindi dall’ambito legislativo, a quello della sua comunicazione, cioè all’ambito amministrativo. Un’inversione dei ruoli che non riesco a condividere» (p. 88). E io nemmeno: ben vengano testi divulgativi per i cittadini, ma a partire da un testo normativo ben costruito; il problema è che assai spesso la legge non è facilmente comprensibile neppure ai giuristi, e Cortelazzo ne porta diversi esempi.

 

E poi «i mostri linguistici» e «le buone pratiche». Lasciando perdere i primi, meglio concentrarsi sulle seconde. La rassegna vuole mostrare che è possibile migliorare il linguaggio dell’amministrazione, modernizzandolo, cioè rendendolo più chiaro; lo scopo è anche «dare a tutte le amministrazioni dei buoni esempi da imitare e anche da copiare» (p. 111). Non si tratta però di pratiche generalizzate, e anche le amministrazioni che le hanno intraprese spesso in altri settori od occasioni hanno fatto marcia indietro.

 

E allora la strada da seguire per modernizzare il linguaggio amministrativo, cioè appunto per renderlo chiaro, percorre diversi tornanti. Non bastano le linee guida, anche se certo rimane fondamentale seguire quei principi che da (quasi) sempre vengono indicati per raggiungere l’obiettivo: usare parole comuni, concrete e quelle tecniche solo quando è strettamente necessario; scrivere frasi brevi, che contengano una sola informazione, legate possibilmente dal nesso della coordinazione (ma all’occorrenza lo scrittore “amministrativo” dovrà essere abile nell’usare la subordinazione che è la struttura sintattica necessaria per costruire ragionamenti complessi di fronte a questioni complesse); e le altre regolette che nel volume sono indicate fino al raggiungere il numero di 30.

 

Ma lo strumento fondamentale dovrà essere quello di infondere il principio della chiarezza (e anche della sinteticità) nella preparazione culturale del personale dell’amministrazione attraverso una formazione linguistica mirata, magari fin dal tempo dell’università, e soprattutto poi attraverso corsi di formazione professionale (che vengono di solito seguiti con entusiasmo), per diffondere una nuova consapevolezza: «in questo consiste davvero il processo di adozione di una scrittura chiara e semplice: richiedere all’emittente un maggiore impegno nella produzione dei testi, per permettere al destinatario un impegno più ridotto nella loro comprensione» (p. 167). E infine sarà necessario coinvolgere direttamente il cittadino, il destinatario della comunicazione per verificare se l’obiettivo è stato davvero raggiunto.

 

Un buon recensore – si dice – non dovrebbe mai leggere il libro da recensire: per non farsi influenzare dal pensiero dell’autore, naturalmente... Questa volta io ho contravvenuto alla regola e non me ne pento: il libro è intelligentemente utile (non solo ai pubblici dipendenti), e c’è da scommettere che servirà allo scopo, almeno per chi ha buona volontà.


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