02 luglio 2021

La poesia che cambia. Come si legge Dante

Marco Grimaldi

La poesia che cambia. Come si legge Dante

Roma, Castelvecchi, 2021

 

Italo Calvino, in un passo del suo saggio Perché leggere i classici, dichiarava che un’opera funziona come un classico quando «stabilisce un rapporto personale con chi legge». Se si pensa a uno dei classici per eccellenza, quale il viaggio del Sommo poeta, la riflessione ne smuove una successiva, che interroga la nostra autenticità di interpretazione: prima ancora di intrattenere con la Commedia un «rapporto personale», dobbiamo infatti fermarci al «rapporto». Su questa premessa Marco Grimaldi nel saggio La poesia che cambia. Come si legge Dante (Castelvecchi, 2021) orienta la sua riflessione in merito ai diversi approcci di lettura dell’opera dantesca, in particolar modo attraverso le lenti del presente, agli interrogativi dell’oggi, come quelli che provengono anche dagli studi di genere o dalla questione femminile. Oltre all’evidente ostacolo alla lettura rappresentato dalla lingua in cui è scritta, non dobbiamo dimenticarci che la Commedia è sì «un manuale di istruzioni per il presente», in quanto per molte generazioni abbia rappresentato anche «un’enciclopedia del sapere», ma “usare” correttamente il corpus dantesco significa saperlo leggere attraverso la tradizione dei commenti – «nessun altro classico della letteratura italiana ha una tradizione di commenti così ampia e precoce» – e attraverso il suo contesto, attraverso la storia. Marco Grimaldi mette dunque in guardia dai rischi e dai limiti di alcune letture attualizzanti, in particolar modo dai «metodi di lettura che si proclamano atemporali e pongono l’enfasi sulle costanti, dimenticando le variabili e le diversità». Confondere il messaggio della Commedia con quel «meccanismo di riconoscimento» che ci illude di poter avere da Dante le risposte ai problemi del nostro presente è uno dei rischi che Grimaldi affronta sin dalle prime pagine. Come mai, però, sentiamo Dante così vicino a noi? Perché non può essere considerato un nostro contemporaneo?

 

La Commedia è la storia del nostro peregrinare?

 

La sua lingua è ancora la nostra lingua. La sua opera è un passaggio obbligato nel programma delle scuole e di molte università. La tradizione dei suoi commenti è continua e ininterrotta. Questo basta per convincerci del perché leggiamo ancora Dante? Grimaldi sostiene che uno dei motivi più convincenti che fanno della Commedia un’opera “aperta”, quale è proprio il classico, è la sua idea di poesia che cambia la realtà e gli uomini, che «aiuta a vivere virtuosamente sulla terra». Ma, precisa, c’è anche un’altra ragione per cui questo testo dialoga ancora con noi: la Commedia «è forse in assoluto l’opera letteraria nella quale è più esplicito quel meccanismo per il quale tutti noi tendiamo a riconoscere la nostra storia nelle storie che leggiamo, cercando qualcosa che ci riguardi profondamente e che sia ancora vivo, attuale, presente». Già Francesco Petrarca, nel Secretum, parafrasava questo concetto: anche Agostino, nelle sue Confessioni, aveva l’impressione di leggere «non la storia degli altri, ma quella del suo proprio peregrinare». Grimaldi puntualizza che in Dante questo meccanismo è reso più esplicito: la Commedia racconta non solo la storia di un singolo uomo alla ricerca di sé stesso, che intende superare il peccato e per farlo «deve conoscere ciò che accade nell’aldilà», ma la storia dell’umanità intera in viaggio verso il suo cambiamento e miglioramento. Il fine del poema è universalmente accettato e Dante ce lo dice in maniera molto chiara: «togliere i viventi dallo stato di infelicità in questa vita e guidarli alla felicità». Ma che tipo di felicità aveva in mente Dante? Tutti i valori che riconosciamo nella Commedia meritano, per Grimaldi, un’attenta contestualizzazione. Anche l’amore, per esempio, non può non essere interpretato secondo la prospettiva storica del tempo in cui Dante scriveva. Perché se da un lato è vero che l’amore raccontato da Dante e anche da Cavalcanti è quello che noi intendiamo oggi – per la trattazione delle emozioni e delle sensazioni – , dall’altro è pur vero anche che il Sommo poeta si rifaceva a un sistema di idee e di valori completamente diverso dal nostro, «sistema che condanna duramente, senza appello, Paolo e Francesca». Dante, in quell’episodio, sviene e prova compassione perché intende condurre il lettore a identificarsi con il pellegrino, che, protagonista d’eccellenza dei romanzi cavallereschi, ha continui mancamenti di fronte ai dannati e «viene esortato dalla guida a condannarli e a passare oltre».

 

Realismo non è sinonimo di contemporaneità

 

Anche se nella letteratura del suo tempo la Commedia spicca per originalità e innovazione, per Grimaldi non dobbiamo abbandonare il costante confronto con le opere scritte precedentemente – i “precursori”, ovvero il Roman de la Rose e il Tesoretto – e il corredo di commenti che circondano l’intero poema. Tutte queste parti sono in continuo dialogo. Ciò che può ancora trarre in inganno i nostri occhi è il realismo della rappresentazione, caratteristica che innalza la Commedia al vertice evolutivo della letteratura medievale: «i regni infernali sono reali nel senso che è reale la geografia, sono reali gli spazi, le misure, i tempi, i fenomeni fisici e atmosferici. Uno dei maggiori sforzi di Dante sta infatti nell’immaginare come sarebbe l’aldilà se fosse vero, molto più che nel rappresentarlo secondo le coordinate offerte dalla tradizione». Nella Commedia tutto sembra reale, vicino: le personificazioni scompaiono, mentre trionfano i personaggi storici e letterari; dal discorso si passa al dialogo; la storia è un intreccio tra fatti personali e riferimenti all’attualità. Il realismo dantesco, però, non è sinonimo di contemporaneità, anche se nel poema troviamo analogie evidentissime. Pensiamo al concetto del viaggio, che non è sovrapponibile all’idea che ne abbiamo oggi: il viaggio, infatti, fa parte di una struttura narrativa circolare, esattamente come il Roman de la Rose, e «inizia con lo smarrimento e si conclude con la visione divina dopo la quale l’autore può avviare il racconto da principio». Inoltre la storia del pellegrino è interpretata come un «percorso di acquisizione di sapere in senso molto largo, dalla conoscenza dello stato delle anime dopo la morte [...] fino alla conoscenza della fisica, dell’astronomia, della filosofia, della teologia, della storia». Nella Commedia è fortissimo il nesso tra amore e conoscenza, tra viaggio, eterno e processo di scoperta intellettuale, per cui la conoscenza acquisita alla fine del viaggio è di tipo «filosofica, morale ed erudita».

 

I limiti dell’attualizzazione e il ruolo della scuola

 

Quando leggiamo Dante, prosegue Grimaldi, occorre «tenere conto della distanza e dell’inattualità anche quando si parla di questioni che oggi ci stanno particolarmente a cuore, come la tolleranza religiosa, le disuguaglianze di genere e il ruolo delle donne nella società». Gli studi di genere per l’autore possono offrire una visione distorta della materia dantesca. Tra gli esempi riportati è emblematico il mito di Beatrice, che, secondo alcuni, capovolgerebbe «il paradigma misogino che fin dall’antichità è stato dominante in Occidente». Questo è un tranello. «Cercare di separare Beatrice dal modo in cui Dante, come tutti i suoi contemporanei, concepiva i rapporti di genere significa non comprendere che l’esaltazione della donna – già tipica della letteratura cortese – era possibile solo all’interno di quei ruoli». Grimaldi è scettico nei confronti di chi sostiene che Dante potrebbe essere un “alleato” del pensiero femminista, in quanto non aveva alcuna sensibilità per la questione femminile come la intendiamo oggi. Per Boccaccio, infatti, la donna aveva sì un intelletto e un cuore, ma poteva sedere tra i filosofi (maschi) solo a seguito di un comportamento di sottomissione. «Che ci piaccia o no», commenta Grimaldi, «e per quanto sia in contrasto con le nostre convinzioni, per Dante non c’è contraddizione tra la santificazione di Beatrice e l’idea che la donna sia soggetta all’uomo, poiché per l’uomo, come dice Tommaso d’Aquino, “abbonda in misura maggiore la capacità della ragione”». Il fantasma dello strutturalismo, quando si avventa sui testi medievali, ci rende il messaggio forzatamente attuale, soprattutto per quanto riguarda le differenze tra uomo e donna, interpretate non in chiave evoluzionistica ma come «costrutti simbolici» atemporali. «Dare importanza all’identità e al genere è una prospettiva moderna che non trova corrispondenza nel mondo medievale». Certo, leggere la Commedia con un occhio critico che guarda alla contemporaneità e non sovrappone al messaggio dantesco categorie etiche e morali dell’oggi può essere difficile da “digerire”. Dal nostro punto di vista Dante era un «fiero reazionario, credeva probabilmente nell’imminenza del giudizio universale e avrebbe di certo voluto vivere in un regime politico monarchico». Certo la via più facile, secondo Grimaldi, è parlare del Dante come poeta del sentimento e dell’amore. Ma non ci devono interessare le vie facili. Neanche a scuola. Nelle classi non deve esserci più Dante, nelle classi, alla luce di tutta la sua riflessione «c’è soprattutto bisogno di uno studio più intenso della storia, della storia della letteratura, della lingua, dell’arte, della scienza», per rendere comune «una solida cultura dantesca, o almeno mostrare la necessità di tale cultura».


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