26 luglio 2021

Poesie edite e inedite (1947-1991)

Corrado Costa

Poesie edite e inedite (1947-1991)

a cura di Chiara Portesine

prefazione di Aldo Tagliaferri

Ancona, Argolibri, 2021

 

 

Nato a Mulino di Bazzano (Parma) nel 1929 e morto nel 1991 a Reggio Emilia, dove svolse la professione di avvocato, Corrado Costa fondò nei primi anni Sessanta — con Giorgio Celli, Antonio Porta, Nanni Scolari e Adriano Spatola — la rivista parasurrealista «Malebolge» e aderì al Gruppo 63 restandone ai margini; artista multanime (poeta, prosatore, drammaturgo), è stato tra i maggiori autori visuali e sonori, oltre che lineari (si pensi in particolare a Pseudobaudelaire). L’Editrice anconetana pubblica il secondo volume delle sue opere complete (Pseudobaudelaire,1964; Le nostre posizioni, 1972; The complete films, 1983; Poesie extravaganti, uscite in riviste, cataloghi e miscellanee tra il 1947 e il 1991; Poesie inedite, 1958-1990) con una ricca appendice contenente le recensioni di Adriano Spatola, Gian Luca Picconi, Milli Graffi, Giulia Niccolai, Paul Vangelisti e un saggio di Marco Giovenale dal titolo Uscire dalla riproduzione. Corrado Costa e i film “completi”, oltre alla postfazione della curatrice, che così illustra l’opera: «Raccogliere in un unico volume esperimenti stilistici provocatoriamente eterogenei […] significa traghettare il lettore in un viaggio tra gli ‘umori’ di una scrittura caleidoscopica, senza cercare di appiattire o schiacciare arbitrariamente la vocazione costiana su un’unica polarità (comica, tragica, neoavanguardista, anti-neoavanguardista, surrealista, combinatoria). […] Rispetto ai tentativi giovanili, in cui l’originalità iniziava larvatamente a scavare tra le fenditure di una tradizione solidamente classica, erodendone progressivamente le giunture e i punti di (falsa) sutura, gli anni Sessanta segnano una detonazione sismica di quel sistema citazionistico, tardo-ermetico (e, in fondo, filo-accademico) che incombeva come una sorta di Super-io angoscioso sulla produzione costiana. In particolare l’incontro con Emilio Villa, gli stimoli provenienti dalla Neoavanguardia e l’avvicinamento alla sperimentazione alternativa del Mulino di Bazzano hanno condotto il linguaggio di Costa sui binari di una scrittura più libera, svincolata dal perimetro soffocante di un canone percepito come claustrofobico e castrante rispetto all’esuberanza creativa di un autore vulcanico e, come vedremo, tragicamente irriverente. […] Dall’intertestualità giovanile, la scrittura costiana si deforma per accogliere l’intermedialità, il cortocircuito produttivo con il linguaggio plastico» (pp. 384-85).

 

Non meno incisive le parole del prefatore: «L’assidua frequentazione di vari festival di poesia, ben più che di convegni professorali, rispondeva a un’esigenza in lui radicata. La teatralizzazione della poesia gli permetteva di coltivare un’autentica passione per l’oralità in sintonia con una tendenza di cui molti poeti erano partecipi, ma anche di indossare varie maschere e deporle quando gli aggradava. […] Il lettore è attratto nei gorghi di una modernità ormai declinata fino a farsi carico dell’indocile problematicità postmoderna, nel cui àmbito decadono canoni un tempo ritenuti insuperabili e svapora il soggetto aggressivo dal quale era discesa la modernità più rampante e progressiva, ormai entrata nel canone. […] Il “caosmo” non cessa di intrecciarsi con gli interventi di un soggetto che, pur scoprendosi decentrato, non rinuncia a far sentire la propria voce, sottratta alle pretese di un ordine oggettivo finale. La posizione assunta da Corrado non può pertanto essere confusa con quella di altri artisti più o meno suoi contemporanei che, fedeli a una diffusa aspirazione avanguardista a dissolvere l’esperienza dell’arte nella vita, si adoperarono per cancellare il confine tra realtà effettuale e realtà psichica» (pp. 9, 18).

 

Il lettore è immediatamente colpito dalle strutture versali lunghe e lunghissime, benché non manchino misure canoniche, specie endecasillabiche (cfr. vv. 1, 8 e 9):

 

LODE A FRANCIS BACON

 

Quale immagine e somiglianza fa

nostro il compagno di viaggio — facile conversatore in cerca

di complicità per soluzioni drastiche —

il disinvolto chi? soggetto di prima persona

che «avrà dominio dei pesci e delle bestie

e dei rettili tutti che strisciano sopra la terra»

— il vagamente raccolto, premuto sul sedile

con le mani — impotenti evanescenti

bloccato dal terrore contro il vetro

posatore sfocato — viso bruciato

da certi segni sullo sfondo (da Pseudobaudelaire, p. 27)

 

dalla generale inclinazione al tono prosastico, se non persino discorsivo, fino alla più neutra colloquialità:

 

FILM DELL’ANGELO RAZIEL

 

Va male per i film di magia.

Gi attori

tendono a dissociarsi

dalla propria immagine.

Gli attori

rifiutano la

propria identità.

Gli attori

che attori sono? […] (da The complete films, p. 127)

 

dai nonsense in cui si annidano grumi di significato sovente di grande impatto emotivo, dalla caustica maestria sperimentale, dalla straordinaria arte combinatoria, manifestamente debitrice di Antonio Porta (cfr. La palpebra rovesciata), ma improntata a forte originalità, con la loro «strutturazione a tasselli mobili, variamente iterati e impaginati a collage nelle diverse stanze» (così la curatrice, p. 396):

 

dietro il buco dell’erba che viene via coi morsi con la lingua retrattile infissa sotto terra sotto i cardini dietro nessuna direzione dietro il buco nell’erba infisso sotto i cardini con le mani col becco con i lacci da scarpe murati nella spiaggia

 

fa che il gabbiano del mare con la lingua retrattile infissa sotto terra infissa sotto i cardini con le mani nel becco che viene via coi morsi dietro il taglio delle ali dei boschi che si infrangono dalle parti del vento […] (da Poesie extravaganti, p. 164)

 

Non possiamo concludere questo breve attraversamento della poesia costiana senza segnalare la rara potenza, poco meno che dantesca, che anima alcuni testi dei primi anni Sessanta:

 

DAYENU

 

Colui che pastura le bocche soffocate

sei milioni di gregge nei campi di Germania

ascolta bene, Israele — distilla nelle acute

femminili narici liquide notti sopra il mare

allegorie d’amore e nel vento del sud

lucidi involucri delle feste marine: ora io dico Colui

se avesse aperte le acque / e vietato il passaggio

dayenu

se avesse aperto i sepolcri / senza difesa o promessa

o come una sospensione di silenzio dentro il silenzio

dayenu

 

Colui che guida la storia

sei milione di gregge in terra di Germania

nella violenza della luce elettrica (ascolta

bene) dalle fibre, dal sangue deportato

eccita un corpo striptiseuse

sopra maree, catene di immoti meccanismi […] (da Pseudobaudelaire, p. 39)


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