02 agosto 2021

Dolci detti. Dante, la letteratura e i poeti

Gandolfo Cascio

Dolci detti. Dante, la letteratura e i poeti

Venezia, Marsilio, 2021

 

 

Docente di Letteratura italiana e Traduzione all’Università di Utrecht, dove coordina il progetto di ricerca Observatory on Dante Studies, Gandolfo Cascio affronta in questo lavoro, anche mediante un appassionato close reading dei testi, la concezione della scrittura in Dante (ora consolatrice o guida, ora patria o metamorfosi e persino — nelle Rime — spada per duellare con gli amici) al fine di approfondire la sua poetica, non mancando di sottoporre ad esame alcuni aspetti della ricezione critica e creativa, ossia il rapporto di alcuni autori con l’opera dantesca.

 

Fondamentali le tre guide, simboliche degli altrettanti stadî di conoscenza per approdare a Dio: Virgilio, Beatrice, San Bernardo. Cui, secondo l’Autore, si aggiungono anche Stazio e Matelda, coadiutori del personaggio Dante nel suo cammino verso la meta:

 

Tra queste figurae c’è una comunanza d’intenti: tutte sono preposte alla sua salvezza e, a questo scopo, collaborano. Esse subentrano una dopo l’altra, a mano a mano che Dante avrà conquistato la necessaria maturità, in un processo che avviene per gradi sempre crescenti in difficoltà e intensità. […] Virgilio rappresenta la razionalità latina. […] egli godeva di un prestigio indiscusso e di un’autorità indiscutibile […]. Come campione della classicità storica e letteraria, nella rappresentazione allegorica della Commedia viene associato per sineddoche alla cultura di Roma. […] Stazio appare nel XXI del Purgatorio, dove si trovano i prodighi, gli scialacquatori. […] Il poeta del trapasso dal periodo del paganesimo al cristianesimo, accompagnerà Dante fino alla fine del purgatorio e in qualche modo, dal canto XXX, sostituirà Virgilio che intanto scomparirà. […] Dante incontra Matelda quando è ancora in compagnia di Stazio e prima di arrivare a Beatrice nel paradiso terrestre. La donna, che va cantando e scegliendo «fior da fiore», in una scena che pare anticipare le atmosfere botticelliane, l’aiuterà a risolvere alcuni dubbi che, stavolta, riguardano questioni più specificatamente spirituali. Rappresenta la via di mezzo tra la razionalità di Virgilio — che è risanata, e infatti il poeta latino torna nel limbo — e la sfera metafisica, simboleggiata dapprima da Beatrice (che Dante incontrerà nel XXX) e poi da San Bernardo. (pp. 36-38).

 

Virgilio e Stazio rappresentano, dunque, la “necessità” della letteratura ai fini del perfezionamento dell’individuo, essendo una sintesi tra ragione e suono (Contini: «un qualche segno insieme razionale e sensibile: perché, dato il suo compito di ricevere i propri contenuti dalla ragione e a questa recarli, doveva essere razionale; e doveva essere sensibile data l’impossibilità che si trasmetta alcunché da ragione a ragione se non attraverso una mediazione dei sensi. Per cui se fosse soltanto razionale non avrebbe libero passaggio; se fosse soltanto sensibile non potrebbe ricevere nulla dalla ragione né introdurre nulla in essa»).

 

Tra gli autori che hanno contratto ingenti debiti con l’opera dantesca Giuseppe Antonio Borgese, che vide nell’Alighieri «un campione da imitare» (p. 105). Nella voce Critica letteraria per l’Enciclopedia Treccani egli così delinea i tratti stilistici essenziali del gran fiorentino: «Le sue regole tecniche, culminanti nella quadripartizione della gravitas sententiae, superbia carminum, constructionis elatio e excellentia verborum, sono certamente grammatiche e retoriche, ma miranti a un fine intimo della poesia, che è di commuovere l’animo sublimandolo, non a fini estrinseci o pratici o finti» (p. 111).

 

Un’attenzione particolare è dedicata a un tema reputato già sotto Augusto poco meno che una condanna capitale («un’espulsione forzata che oltretutto poteva sottoporre il cittadino a una graduale capitis deminutio: la distrazione progressiva di autorità e dei diritti civili fino ad arrivare alla perdita della libertà», p. 123): l’esilio, che accomuna Dante a Ovidio e a Mandel'štam. Il poeta latino fu confinato nell’8 d.C. a Tomi, sul Mar Nero, perché nell’Ars amatoria avrebbe vanificato il programma di moralizzazione della società romana da parte di Augusto, esortando il lettore a considerare l’amore e la seduzione nulla più che un lieto gioco: lontano dall’Urbs, lo tormenta soprattutto la carenza di comunicazione, non essendo il latino compreso in un quella remota landa desolata; così «inventa la ‘poesia dell’esilio’, e mette in atto le strategie dell’elegia e delle orazioni funebri: generi in cui dominano l’eleganza dello stile e un timbro ombroso. Con ogni evidenza, l’obiettivo è quello di essere condonato» (p. 125).

 

Diametralmente opposta la reazione di Dante all’esilio: a differenza di Ovidio, che ammette le proprie colpe per essere riammesso in patria, egli non piega mai il capo e si considera vittima di uno scandalo. Inoltre, mentre per Ovidio gli effetti dell’esilio sono d’ordine esistenziale, per Dante contano esclusivamente il disonore e l’esclusione dalla vita associata: «Una vita lontano dalla politica è impensabile per Dante, in quanto priva il civis dei diritti fondamentali e sottrae all’uomo parte della sua stessa umanità» (p. 130).

 

La satira Epigramma a Stalin costa a Mandel’štam il confino negli Urali nel 1934. Nasce in lui una venerazione plenaria nei riguardi di Dante per la sua capacità di disegnare i tratti essenziali della società a lui contemporanea, così come il poeta russo ha fatto per la propria: «Leggere Dante è prima di tutto un lavoro interminabile, che a misura dei nostri successi ci allontana dalla meta. Se la prima lettura non dà che un po’ di affanno e una sana spossatezza, per quelle successive munitevi d’un paio d’indistruttibili scarponi bene chiodati. A me, sul serio, vien fatto di domandarmi quante suole di pelle bovina, quanti sandali abbia consumato, l’Alighieri, nel corso della sua attività poetica, battendo i sentieri da capre dell’Italia» (p. 134); «È impensabile leggere i canti di Dante senza rivolgerli al presente. È per questo che essi sono stati creati. Sono armati per percepire il futuro. Ed esigono un commento in futurum» (ivi).

 

 

 

Bibliografia

 

Gandolfo Cascio, Michelangelo in Parnaso. La ricezione della «Rime» tra gli scrittori, Venezia, Marsilio, 2019.

 

Id., Le ore del meriggio. Saggi critici, Castiglione di Sicilia, Il Convivio, 2020.

 

Gianfranco Contini, introduzione a Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, in D. Alighieri, Rime, Torino, Einaudi, 1980, p. 34.

 

Giuseppe Antonio Borgese, voce Critica letteraria, in Enciclopedia Treccani (1931), poi come Sommario di Storia della Critica, in Id., Poetica dell’unità. Cinque saggi (1934), Milano, Mondadori, 1952, p. 143.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0