20 settembre 2021

Fiction e non fiction. Storia, teorie e forme

AA.VV.

Fiction e non fiction. Storia, teorie e forme

a cura di Riccardo Castellana

Roma, Carocci, 2021

 

 

Per la collana della Casa romana «Studi superiori / Teoria della letteratura e critica letteraria» il contemporaneista Riccardo Castellana convoca nove specialisti in materia di finzione narrativa per affrontare la questione da una specola teorica oltre che storica.

 

Al capitolo introduttivo, firmato dallo stesso curatore e dedicato alla descrizione e alla funzione della fiction in rapporto alla non-fiction nonché al suo inquadramento teorico in una prospettiva narratologica, segue il contributo di Riccardo Capoferro, in cui si dimostra come l’incrocio tra fattuale e finzionale, caratterizzante la narrativa degli ultimi anni, discenda dalle factual fictions inglesi del Sei- e Settecento e da scrittori come Aphra Behn (Oroonoko, 1688) e soprattutto Daniel Defoe, il più originale e innovativo, perfettamente consapevole di inaugurare una nuova tecnica narrativa «che gli avrebbe consentito di catturare l’attenzione dei lettori e di dare forma narrativa alle questioni sociali ed economiche che più gli stavano a cuore. La produzione di Defoe esplora la vasta gamma dei rapporti tra fattuale e finzionale, mescolando le due sfere discorsive in ogni possibile proporzione, e aprendo così diverse vie, solo alcune delle quali sono state battute negli anni successivi. Al tempo stesso, segna un passo importante nel processo che portò alla loro netta demarcazione. Robinson Crusoe (1719) e Moll Flanders (1722) sono storie avvincenti e al tempo stesso sovrabbondanti di incidenti in cui il romanzesco riappare in modo visibile, anche se con una fisionomia più concreta» (p. 49).

 

Il terzo capitolo (L’ora della verità. Storia e romanzo nell’Ottocento, di Francesco de Cristofaro e Marco Viscardi) e il quarto (Fiction e non fiction nel romanzo-saggio, di Valeria Cavalloro) provano come, a cavaliere tra Otto- e Novecento, il romanzo storico e il romanzo-saggio si concentrino con straordinaria intensità sulla possibilità, vivamente sentita, di coniugare l’invenzione narrativa con l’esigenza di diffondere la conoscenza della storia e della realtà.

 

I successivi quattro capitoli si concentrano sui nuovi generi ibridi tra finzione e non-finzione nati nella contemporaneità.

 

Il contributo di Marco Mongelli ha per oggetto la storia del non-fiction novel statunitense degli anni Sessanta in relazione al New journalism, due archetipi che rappresentano i primi esempî consapevoli di scrittura ibrida, in cui le caratteristiche delle opere di finzione vengono applicate a materie fattuali e referenziali per narrare vicende reali: «Quando il reporter-narratore diventa narratore-reporter, ovvero modifica l’angolazione del suo sguardo sul reale, il New journalism diventa nonfiction novel, ed è possibile per Truman Capote scrivere A sangue freddo. Un’operazione letteraria che è subito percepita come innovativa e degna di essere studiata se già John Searle nel 1975 la indica come esempio di testo liminale nel campo della fiction» (p. 117).

 

A Raffaello Palumbo Mosca il cómpito di tracciare un quadro della non-fiction italiana recente, a partire da Gomorra (2006) di Roberto Saviano, compimento — come afferma Mario Barenghi — «del lavoro di un’intera generazione di scrittori»: Sandro Veronesi (Occhio per occhio. La pena di morte in 4 storie, 1992), Sandro Onofri (Vite di riserva, 1993), Edoardo Albinati (Maggio selvaggio, 1999), Eraldo Affinati (Campo del sangue, 1997), Helena Janeczek (Lezioni di tenebra, 1997), Antonio Franchini (L’abusivo, 2001): «di cosa parliamo quando parliamo di non fiction? L’etichetta, puramente negativa, di per sé potrebbe designare tutte le narrazioni che ricadono al di fuori della finzione, dal reportage al saggio specialistico fino, al limite, al manuale di sef-help, così come avviene, per esempio, nelle librerie anglosassoni dove la dicitura ingloba ogni sorta di testo non riconoscibile come romanzo o poesia. In realtà […] in questo contesto, non fiction si riferisce a tutte quelle scritture in prosa — dal reportage, al libro di viaggio, al diario, all’autobiografia — che rifiutano la finzionalità della letteratura d’invenzione pur servendosi di molti degli strumenti e delle tecniche a essa riconducibili» (p. 135).

 

Riccardo Castellana esamina la biofiction, termine coniato nel 1990 da Alain Buisine (fiction biographique), versione postmoderna della biografia tradizionale, oggi di significato più esteso: dalla biografia romanzata del primo Novecento al romanzo biografico. Nel linguaggio della teoria e della critica letteraria biofiction ha ormai surrogato molte etichette pressoché sinonime: fiction biography, fictional portrait, fiction biographique, “biografia fittizia”, biographical fiction, heterobiography, biographical metafiction e metabiography. Si tratta di una finzione narrativa incentrata sulla vita di una persona reale, diversa dall’autore, «ridotta a pochi momenti significativi. Ciò che la individua rispetto alla biografia propriamente detta è l’ibridazione tra il discorso fattuale (il biografico “puro”) e la fiction, tanto sul piano testuale quanto su quello pragmatico. A livello testuale, l’ibridazione si potrà avvertire sia sul piano dei contenuti sia su quello delle forme e dei modi rappresentativi: nel primo caso avremo deroghe più o meno vistose alla fedeltà documentaria, racconti o descrizioni di fatti e personaggi parzialmente inventati o totalmente fittizi, situazioni talvolta platealmente inverosimili e più in generale asserzioni che contraddicono l’enciclopedia di riferimento del lettore; nel secondo caso, l’effetto di finzione sarà riconoscibile dalla presenza dei dispositivi classici dell’onniscienza psichica e degli altri paradossi enunciativi (metalessi, parallessi, narrazione simultanea autodiegetica, narrazione postuma ecc.). A livello pragmatico, infine, l’ibridazione riguarderà sostanzialmente il patto di lettura, che verrà riconosciuto come finzionale quando il testo non soddisfa le attese create dal paratesto e il nome dell’autore non corrisponde al nome del narratore (come accade nelle Memorie di Adriano, 1951, di Marguerite Yourcenar dove è l’imperatore Adriano, e non l’autrice, a parlare in prima persona)» (pp. 158-59).

 

Lorenzo Marchese si occupa invece di autofiction: testo in prosa che fonde la scrittura del sé (uno spettro che va dall’autobiografia al diario) a quella di finzione per costruire una struttura sub specie autobiografica segnata «dalla coincidenza onomastica autore-narratore-personaggio e da un’esibita autenticità, che però a una lettura attenta rivela che la materia della storia è da interpretarsi come falsa, cioè non corrispondente alla realtà dei fatti avvenuti e non credibile come testimonianza» (p. 183).

 

Conclude il volume un’analisi dei rapporti tra finzione giuridica e finzione letteraria, condotto dalla filosofa del diritto Angela Condello insieme allo studioso di letteratura Tiziano Toracca.


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