11 ottobre 2021

La corsa ragazzina

Natalia Anzalone

La corsa ragazzina

prefazione di M. R.

Francavilla al Mare, Natalia Edizioni, 2021

 

 

Di questo romanzo colpisce e alletta a prima giunta — oltre alla dovizia lessicale e al mirabile governo della cosa sintattica — la piena artigianalità: l’Autrice ne è editrice, distributrice e curatrice della veste grafica; le sole iniziali a firma dello scritto introduttivo inducono persino il sospetto d’un’autoprefazione. Nella quale si fissano due punti essenziali: il totale autobiografismo e la fabula:

 

Nessuna persona è inventata, qualcuna ha un nome di fantasia, qualche altra il suo vero nome e cognome. E tutti i fatti narrati sono realmente accaduti. […] Come le ance del mantice di una fisarmonica, Nancy e Andrea corrono l’uno incontro all’altra e l’una dall’altro sgusciano via. Per natura e per cultura preferiscono sottrarsi, volar via, sfarfalleggiare, volare ancora. Trattengono la realtà con delicatezza. Hanno un entusiasmo bambino, ma soprattutto e per ragioni diverse, un pensiero sincero, privo di finalità. Nancy lo persegue a partire dai suoi studi che la orientano verso i maestri dell’indugio senz’ansia di determinazione (Mies Handke Antonioni Ozu Cage). Andrea, invece, è per istinto che lo ricerca quel modo di stare al mondo, a partire dalla sua educazione, che ha fatto di lui una persona piena di presenza, con la massima attenzione al gesto e alla parola, sempre assonante, mai fuori luogo. (pp. 7-8).

 

Terza persona, indicativo presente, narratore onnisciente, il romanzo alberga prose liriche e notevoli brani saggistici, specie di critica d’arte (l’Autrice è architetto), resi in una lingua impreziosita di cultismi. Un lacerto delle une e degli altri basti a misurarne il valore:

 

Una parola, concava, rincanta l’acqua ghiacciata e il fuoco: sguardo.

Eccede l’arresto visivo della superficie plastica del mondo. E le scivola dentro. Come il nero della notte.

Lo sguardo, a differenza della visione, salvaguarda l’estraneità, perché prende dalla parte dove non si prende, prende a fondo.

E ne ha riguardo, perché nell’andarle incontro sa indietreggiare.

Esso va incontro alla realtà prestando attenzione all’esclusivo suo venire, a lei che ecco avanza, sollecito all’ecceità.

Quel suo lasciar-essere non è quindi mai un lasciar-perdere. Esso risponde sempre, a lei realtà, la quale, grazie a quella risposta, dagli argini del mondo erompe, salta fuori e risalta. (pp. 23-24).

 

La direzione artistica [della Biennale d’arte] è stata affidata per la prima volta a un architetto non italiano, l’austriaco Hans Hollein, e i più prestigiosi architetti della scena internazionale sono presenti. […] Siamo sul principiare di quel fenomeno detto globalizzazione ed è meraviglioso questo esperire tutti lo stesso mondo. Gli architetti, che sulla scena internazionale paginano le riviste specialistiche, sono percepiti ormai al pari delle star, tanto che li accolgono entusiastiche ovazioni nelle università, ove conferiscono.

Questa fastosità per le riconosciute eccellenze del momento è appena smorzata da un’idea del direttore artistico dell’esposizione di quest’anno, quasi cominci a farsi problema. […] Fuori dalle chimere che le rendevano spesso occulto il presente, vuota e pulita Nancy incontra le fotografie on the road di Gabriele Basilico, esposte nel Padiglione centrale. In un bianco e nero chiaro e immediato esse rivelano la segreta bellezza dei luoghi incompiuti che frammentano la città contemporanea, a cui i costruttori attendono solo come a “spazi bianchi”, pronti per il solco e il fondamento.

Le periferie adolescenti, residue, indecise e sospese e i porti, lirici, corrugati ed estrusi, ritratti in queste foto di reportage, rendono, per tanto, evidenti queste smagliature che persistono nelle logiche di bianca appropriazione dei suoli.

La dignità di questo paesaggio interstiziale, non ancora legittimato, è inquietante e accende l’attenzione per le ibridazioni, che Clément fra qualche anno chiamerà Terzo Paesaggio.

Anche le partecipazioni nazionali, nei Padiglioni, si distinguono per una libertà senza precedenti, con la messa a fuoco di un paesaggio imprevisto e imprevedibile.

Emblematico ne è il Giappone che non espone alcun progetto o architettura, ma i detriti e le macerie del suo ultimo terremoto.

Il maquillage delle insegne luminose, delle decorazioni stravaganti e delle immagini pubblicitarie crolla in un istante in mucchi di calcinacci, barre d’acciaio piegato, vetri frantumati e legni, a ricordare che le città sono fatte di materiali e che l’architetto non lavora solo in superficie, ma dentro la terra. (pp. 31-32).

 

Spiccano le numerose inversioni d’ogni tipo:

 

lui […] furioso impreca (p. 14)

Dolcemente sposta le sue parole su altre cose (p. 16)

voce divertita e assorta, che preziosa risuona (p. 16)

la cosa […] che fa l’uomo innamorare (p. 18)

Il tempo di accorgersi di quell’essenza leggiadra, a volte, soltanto ha avuto (p. 18)

una tensione […] che rende la pellicola nitida e sincera, e lo spettatore (p. 23)

Con alcuni di questi ragazzi ha studiato e molti momenti condiviso (p. 25)

mondana serata (p. 43)

Lei, che ogni materia ha studiato (p. 52)

quel goccio di spumante sulle labbra poggiato (p. 93)

quelli che radici volanti a Venezia han lasciato (p. 95);

 

il lessico aulico: divertire per ‘allontanarsi’ («non divertono mai dall’architettura», p. 25); ove («nelle università, ove conferiscono», p. 31); lontanare («subitamente lontanato», p. 42); beltà («giovani veneziani, di grande beltà», p. 43); le apocopi vocaliche e sillabiche: son («son tutti degli inconsapevoli», p. 35); venir («il venir del giorno», p. 48); costruttor («i costruttor di cattedrali», p. 49); san («chiede […] se san di Lei», p. 49); han («han lasciato», p. 95).

 

Non mancano stonature, come il piuttosto che disgiuntivo:

 

una di quelle incantevoli riprese romantiche del cinema francese piuttosto che americano (p. 196)

 

e le forzature topologiche, tra cui le sinchisi del tipo «il cielo che si apre ogni qualvolta sta per incontrarlo sente» (p. 18) e «stuzzichino sì piccolo che non si bada che a ebrezza porta» (p. 91); ma ciò non riduce d’un ette il pregio dell’opera.


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