20 ottobre 2021

Italiani che lasciano l’Italia. Le nuove emigrazioni al tempo della crisi

AA. VV.

Italiani che lasciano l’Italia. Le nuove emigrazioni al tempo della crisi

a cura di Marco Alberio e Fabio Berti

Milano, Mimesis Edizioni, 2020

 

 

Sono talenti o sono stranieri? Si sentono più expat o più migranti? Possiamo chiamarli cervelli o è più corretto dire braccia? Si può parlare di fuga o è meglio circolazione? E mobilità: è un sinonimo di libertà o un eufemismo che legittima qualche forma di schiavitù? Quanto distano il lavoro qualificato e la stabilità? A quali concrete esperienze di vita fanno riferimento le parole legate al successo? Se migrazione è un termine difficile da mappare, che tiene dentro il suo campo semantico le esperienze più diversificate e i sentimenti più contraddittori, diramandosi nelle direzioni più antitetiche – dalla speranza alla delusione, dall’arricchimento alla perdita –, quella degli italiani all’estero è una comunità particolarmente in balia dall’ambiguità lessicale e dell’esitazione terminologica. L’argomento dei giovani espatriati ricorre parecchio nel discorso mediatico, e spesso in riferimento all’incapacità di valorizzarne i talenti in patria (Lai, 2014). Tuttavia, la disponibilità di studi scientifici che provano a far luce sui nuovi flussi migratori in uscita dall’Italia non è affatto alta. In questa penuria di ricerche esaustive, attecchiscono le narrazioni edulcorate e banalizzanti, che appiattiscono la grande varietà di casi e tendono a occultare il carattere spesso traumatico delle esperienze di espatrio, nutrendosi di un linguaggio standardizzato e fuorviante. Sulle inesattezze e sulle incertezze terminologiche che si presentano quando si parla di italiani all’estero prova a riflettere Italiani che lasciano l’Italia (Mimesis, 2020), recente volume a cura di Marco Alberio e Fabio Berti. Un libro scritto fondamentalmente da una squadra di sociologi, e che dunque si concentra soprattutto sulle esperienze umane celate dietro i numeri, ma che presta molta attenzione alle parole, e lo fa proprio alla luce dei numeri, con una consapevolezza: «I processi di naming e framing, di etichettatura e inquadramento cognitivo, sono un elemento decisivo della costruzione sociale della realtà» (p. 234). Il risultato dell’equazione fra numeri e parole sembra semplice: «i laureati restano una componente minoritaria dell’emigrazione italiana» (p. 16), che quindi ha più affinità con l’emigrazione proveniente da aree di sottosviluppo o di conflitto che con l’immagine di un’élite di successo.

 

Bagagli linguistici

 

I fenomeni migratori sono un fenomeno da analizzare in chiave necessariamente interdisciplinare, e la prospettiva (socio)linguistica è sicuramente una delle chiavi per interpretarli. Per molti italiani, d’altra parte, migrare significa ricominciare anche dal punto linguistico. Viaggiando per le “piccole Italie” nel mondo, Italiani che lasciano l’Italia tocca questioni linguistiche in diversi punti. I saggi del volume spaziano dai problemi di identità culturale dei nuovi italiani a New York (Serra), o di quelli in Québec (Alberio, Berti), alla disinvolta abitudine al precariato lavorativo e geografico dei nuovi italiani a Parigi (Burchi); analizzano le opposte reazioni di chi emigra in città globali come Berlino o Londra, sviluppando talora un maggiore attaccamento alla cultura d’origine, altre volte un atteggiamento irreversibilmente cosmopolita (Quassoli, Dimitriadis); ma considerano anche le scelte controcorrente degli italiani ad Atene, che cercano una vita migliore in aree normalmente associate alla crisi e all’emigrazione (Maddaloni, Moffa), e le questioni sociolinguistiche legate all’apprendimento della lingua del Paese ospitante: in alcuni casi, «l’acquisizione di competenze linguistiche di alto livello diviene, oltre che un modo per sentirsi a proprio agio nelle situazioni quotidiane, il simbolo di un’evoluzione positiva nel modo di pensare ed esprimere le proprie idee» (p. 183). Un saggio focalizzato sulle parole è quello di Spagnuolo e Stasi, che indagano i processi sottostanti le scelte migratorie attraverso un’analisi automatizzata dei dati testuali contenuti in quella nuova forma di associazionismo che sono i social network, e in particolare i gruppi degli “Italiani a...”. Cercare, trovare, cameriere, pizzaiolo, call centre e fare sono alcune delle parole più frequenti nel corpus di post analizzati (p. 221).

 

Numeri, prefissi e aggettivi

 

Stando ai dati OECD del 2019, l’Italia è al nono posto nella graduatoria mondiale dei Paesi di emigrazione. Dal 2009 al 2019 – ancora dati della Fondazione Migrantes – la presenza italiana all’estero è aumentata del 70%. Si tratta inevitabilmente di numeri sottostimati e difficili da tenere sotto controllo, ma con una storia non troppo lontana dal significato della parola diaspora: «si calcola infatti che i discendenti degli emigranti italiani siano 60 milioni, una cifra equivalente all’insieme degli attuali abitanti dell’Italia» (p. 13). Per spiegare i numeri e fare l’identikit degli italiani all’estero, il rapporto Italiani nel mondo 2018 utilizza altri aggettivi: migranti maturi disoccupati, migrante genitore-nonno ricongiunto, migrante di rimbalzo, migrante previdenziale. Per quanto siano parecchi i punti di rottura fra le migrazioni di massa ottocentesche e quelle attuali – una su tutte il senso di appartenenza a una comunità ormai avvertita come nazionale, e non più regionale o locale – gli studiosi non mancano di marcare le continuità, e di riscontrare una ciclicità sistemica nel passaggio dalle valigie di cartone ai bagagli a mano sui voli low cost: «cambia il profilo dei migranti, ma i problemi sembrano rimanere gli stessi, primo tra tutti la questione meridionale», scrive Conti, autrice di uno dei contributi del volume (p. 87).

In contrasto con una certa retorica insinuatasi nel discorso pubblico degli ultimi decenni (quella degli italiani lavoratori onesti e desiderati, in opposizione agli immigrati in Italia), Italiani che lasciano l’Italia scoperchia realtà politicamente scomode, che avvicinano le immagini dell’emigrato e quelle dell’immigrato, riconducendole a una sostanza molto simile: «come avviene per gli stranieri in Italia, anche tanti italiani all’estero vivono l’esperienza della precarietà e non sono rari i casi in cui l’emigrazione si traduce nel passaggio da una condizione precaria in Italia ad una altrettanto precaria condizione di vita all’estero» (p. 21). Da alcune interviste riportate nel testo emerge che l’aggettivo expat è quello preferito per le autodefinizioni, probabilmente per la sua valenza rassicurante, e in presenza di una certa difficoltà a metabolizzare la propria appartenenza alla categoria dei migranti. Nella definizione dell’Onu, migrante è un termine abbastanza neutro: «una persona che si è spostata in un paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno» (p. 10).

Clandestino e irregolare sono aggettivi che non si abbinano a italiano nell’uso comune. Eppure, «tra il 2010 e il 2017, ben 422 cittadini italiani sono stati portati in centri di detenzione per immigrati irregolari» in Australia, come ricorda l’introduzione al volume (dati della Fondazione Migrantes). Il saggio Talenti in fuga e stranieri in arrivo scalfisce ogni abitudine a pensare gli italiani emigrati e gli immigrati in Italia come universi paralleli, proponendoli piuttosto come due facce della stessa medaglia che, nella loro “eterogeneità complementare”, sarebbero effetto di un sistema impropriamente chiamato crisi: «questa eterogeneità si dimostra complementare, coerente e funzionale al riposizionamento dell’economia italiana dal centro del sistema capitalistico mondiale alla sua attuale semi-periferia, smantellando i settori high-tech basati sulla conoscenza e alimentando i settori informali per meglio competere nella divisione globale del lavoro» (p. 50).

 

Calchi e debiti

 

«Si può dire che non ho fatto altro, nella vita, che cercare di imparare: prima la pappa scolastica, poi una sequela di traumi moderatamente istruttivi, sul piano pubblico e su quello personale, la guerra, la ‘resistenza’, il dopoguerra; infine questo vero e proprio corso remedial nel Paese degli Angeli» (Meneghello, p. 8). Luigi Meneghello, scrittore, partigiano e accademico, non ebbe paura a definire trauma il suo trasferimento in Inghilterra nell’immediato dopoguerra. Anche gli studi letterari sulle “scritture del dispatrio” si pongono questioni terminologiche: autori dispatriati o opere apolidi? (Morace, 2020). Certo è che alla letteratura va il merito di illuminare i costi umani della mobilità e di spostarne il campo semantico in direzione dei disturbi post-traumatici ad essa connessi, a fronte di narrazioni mediatiche e discorsi istituzionali che tendono a dirottarla verso un polo acriticamente positivo. Italiani che lasciano l’Italia affronta questi temi con il saggio Il brain drain non basta di Davide Filippi, incentrato sulle esperienze migratorie dei ricercatori precari italiani. Filippi si concentra sul contrasto fra le parole usate per definirli e il sostanziale assoggettamento delle loro esistenze ad un’idea di mobilità tendenzialmente perenne, fatta di continui traslochi su scala mondiale, ma spacciata come requisito indispensabile per la loro impiegabilità. A partire dal carattere fuorviante dell’espressione fuga di cervelli (calco dell’inglese brain drain), il contributo smaschera la retorica translingue della mobility, mostrandone i costi radicali e violenti sulle vite degli individui. «La fuga dei cervelli è una cosa un po’ tricky. – dice una delle intervistate – [...] fuggono anche gambe e braccia» (p. 69). Ne emerge una forte dissonanza fra le immagini di successo evocate da titoli come young scholar o early career researcher, e la qualità della vita di soggetti non più giovani e al contrario vulnerabili, perfettamente inseriti nei crudi meccanismi dell’università neoliberale e del precariato internazionale. 

 

Bibliografia

M. Ambrosini, L’invasione immaginaria. L’immigrazione oltre i luoghi comuni, Laterza, Roma-Bari, 2020.

M. Di Salvo, C. Vecchia, Repertori linguistici degli italiani all’estero, Pacini, Pisa, 2019.

C. Durastanti, La straniera, Milano, La Nave di Teseo, 2019.

D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Torino, Einaudi, 2003.

V. Lai, Scatti fotografici: gli emigranti italiani nei media, in Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo, Roma, Tav editrice, 2014.

L. Meneghello, Il dispatrio, Milano, Rizzoli, 1993.

R. Morace, Autori dispatriati o opere apolidi?, in C. Pisani (a cura di), Scritture del dispatrio, Pisa, ETS, 2020.

OECD, International Migration Outlook, Paris, OECD Publishing, 2019.

E. Pugliese, Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana, Il Mulino, Bologna, 2018.

L. Raffini, Cosmopoliti dispersi. La mobilità dei ricercatori precari tra retoriche e pratiche, in F. Coin, A. Giorgi, A. Murgia (a cura di), In/disciplinate: soggettività precarie nell’università italiana, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari, 2017.


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