29 novembre 2021

Il figlio di due madri

Massimo Bontempelli

Il figlio di due madri

prefazione di Marinella Mascia Galateria

Milano, Utopia Editore, 2021

 

Nessuno più di Gianfranco Contini ha saputo stazzare al giusto peso, con un mannello di parole, il ruolo di Massimo Bontempelli (Como, 1878 – Roma, 1960) nella letteratura del primo Novecento. Così il filologo domese in uno dei suoi lavori meno noti: «La sua attività […] serba una febbrilità sperimentale che rischia talora di dominare l’opera in quanto tale, dove alla narrazione, pur prevalente, si accompagnano il saggio critico, la poesia, il teatro, magari la musica. Il suo canone di “realismo magico” definisce felicemente la mescolanza d’un gusto rapido e penetrante dell’osservazione e d’un’inclinazione quanto mai intellettuale verso l’assurdo, il sogno, i regni proibiti e insalubri (dalla buccia feriale e rassicurante). Secco e decisamente grottesco ai suoi inizî, Bontempelli evolve a suo modo, a partire dall’epoca di “900” e dell’importante romanzo Il figlio di due madri, ma specialmente in questi ultimi anni, verso una sorta di ‘canto’; e il miglior indizio di questa liricizzazione si rivela nello sforzo della sua sintassi per farsi asimmetrica, viva, popolare — come nell’età d’oro ateniese, come in Platone. Dobbiamo certo riconoscervi l’estremo d’una curiosità cerebrale assai istruttiva, nutrita d’una cultura già regolarissima, canonicissima: umanista in partenza, Bontempelli si butta all’avanguardia, ma con l’intenzione di ritrovarsi, nella sua feconda maturità, su un piano di classicismo» (Italia magica. Racconti surreali novecenteschi scelti e presentati da Gianfranco Contini, Torino, Einaudi, 1988 [1946], p. 235).

 

Avanguardia e classicismo: sotto il segno di questo (apparente) ossimoro viaggia dal primo all’ultimo rigo Il figlio di due madri, uscito per i tipi della romana Sapientia nel 1929, di cui l’editor Gerardo Masuccio offre nel risvolto di coperta una lapidaria epitome che conviene riportare quasi per intero: «È un giorno di primavera, nella Roma di inizio novecento, e Mario festeggia il suo settimo compleanno. Dopo pranzo, i facoltosi genitori gli concedono una passeggiata al parco, perché possa distrarsi e giocare. All’improvviso, però, il bambino si immerge in un silenzio inconsueto. Pochi minuti dopo, riacquisite le forze, chiede con insistenza alla premurosa madre, Arianna, di essere riaccompagnato a casa. Una casa piuttosto distante da quella in cui è vissuto negli ultimi tempi con i genitori. Una casa sconosciuta alla donna. Arianna è perplessa, ma asseconda il desiderio del bambino. Quella casa, però, appartiene a un’altra madre, Luciana, che ha perso un figlio di sette anni, sette anni prima, nell’istante esatto in cui Mario nasceva. Che Mario sia, dunque, la reincarnazione del figlio di Luciana? O forse qualcuno lo ha plagiato, giocando sulla fatalità».

 

Tanto basti a rendere la straordinaria modernità del plot, magistralmente strutturato (siamo alla fine degli anni Venti!) come una sceneggiatura cinematografica e nato da una scommessa: tutti i collaboratori della rivista «900» si erano infatti impegnati — nel quadro della progettata «riedificazione della narrativa novecentista», come avvisa la prefatrice — a dar fuori un romanzo l’anno, e Bontempelli agisce da par suo, sfoderando un linguaggio al tempo stesso lavoratissimo e sincopato, a più piani temporali (non si contano i flashback, i bruschi stacchi, le dissolvenze incrociate), scandito in brevi, nervosi segmenti asindetici fittamente interpunti tanto in senso sintattico che emotivo-intonativo: quasi movimenti di macchina, notazioni di regia tese a catturare l’attenzione del lettore e a tenerla desta di tratto in tratto sino all’inaspettato finale:

 

Elena s’immerse nell’ombra, scelse una panca, la spolverò, vi sedette. (p. 17);

 

Il ragazzo, tra le braccia del padre, uscì in uno strido inumano, abbatté la testa indietro, impallidì straordinariamente, stralunò gli occhi, e perdé i sensi.

Lo misero nell’ascensore, lo portarono su, dentro. Quando rinvenne, gli occhi gli lucevano, bruciava di febbre. Non diceva più niente. Arianna raccontava affannosamente le strane uscite del bambino. Erano tutti smarriti e perplessi. Verso il tramonto Mario s’addormentò, d’un sonno pesante, che a grado a grado in breve divenne normale, pieno, profondo. La fronte era tornata freschissima. Lo vegliarono per qualche ora ancora tutti e tre, quasi senza parlare. (p. 23);

 

Spinse un momento il volto in avanti, guardò, diventò bianca, dette un grido, si rovesciò svenuta. (p. 36);

 

Arianna corse, la vecchia la raggiunse, insieme lo sollevarono. (p. 41).

 

Ma non mancano momenti di lirismo assoluto, che non minano però d’un ette il flusso narrativo:

 

La tenebra era piena di piccoli atomi lucidi che giravano intorno come pianeti e andavano a spegnersi negli angoli dei suoi occhi affaticati. (p. 24);

 

in fondo apparivano le isole Pontine, più oltre come larve Procida, Ischia; nei mattini più limpidi due o tre volte l’anno di là da quelle si scorgeva un fumo salire lentamente e farsi assorbire dall’azzurro del cielo. Per tutta l’estate era una grande ubriacatura d’azzurro immobile nel cielo e nel mare, lo sconfinato calore del sole scendeva a premere la terra, teneva ferme tutte le cose della terra: il piano del mare, le foglie degli alberi, le punte e le lame delle scogliere, l’orlo dell’acqua sulla rena; e la forma di Luciana seduta a capo nudo sul lido. L’inverno di dietro i vetri ella guardava quel mondo di acqua e di nubi sconquassarsi: le cime degli scogli fischiavano al vento, stridevano agli assalti furibondi dell’acqua che veniva gridando a grandi onde di lontano e si rovesciava contro i fianchi alle rupi; la notte Luciana sentiva il suo sonno circondato da una musica continua uguale che arrivava dai confini del mondo. (pp. 52-53).

 

Non rari i passaggi in cui Bontempelli coniuga mirabilmente laconicità e lirismo:

 

Si prese ai due rami, uno qua e uno là, e pianamente scivolò via dal suo appoggio. Sbalzò. Si sentì precipitare, strinse forte le mani; i due rami s’incurvarono bruscamente al peso di lei, che penzolò a mezz’aria. Stette un istante, lunghissimo. Ora non osava buttarsi. Uno dei due rami scricchiolò, si sforzò un poco, poi si spezzò, ma senza staccarsi: la corteccia lo tratteneva. Un turbine di verde chiazzato di sole girò attorno allo sguardo di Luciana. La corteccia del ramo spezzato si andava sollevando dal legno, si assottigliava; anche l’altro ramo ora crepitò. Luciana chiuse gli occhi, allargò lentamente le palme, cercò di stringersi e rattrappirsi in tutta la persona mentre cadeva giù di peso mormorando.

«Eccomi, Ramiro».

E batté in terra. (pp. 126-127).


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0