07 dicembre 2021

Antidoto a un mondo in rovina. Sette poeti italiani novecenteschi

 

AA. VV.

Antidoto a un mondo in rovina. Sette poeti italiani novecenteschi

traduzione in romeno e cura di George Popescu

nota introduttiva di Marcello Carlino

Roma, Fermenti, 2021

 

«Sono di indubbio rilievo, e pertanto andrebbero incoraggiate e opportunamente sostenute, le iniziative che favoriscono una circolazione e uno scambio di proposte culturali tra nazione e nazione. E ciò non soltanto perché se ne giovano l’informazione e la trasmissione del sapere, ma anche perché la promozione della multiculturalità e dell’interculturalità, di sprone alla voltura dalle singole identità in possibili entità comuni, costituisce un antidoto potenziale alle distorsioni e alle miserie ideali, alle chiusure sovranistiche che allignano nelle società globalizzate. Un’antologia di poesia risponde bene a questo scopo. Comporla, e offrirne la versione dalla lingua di partenza alla lingua di destinazione, è un’occasione per presentare uno spaccato di letteratura e per farne strumento di conoscenza, di riflessione e di confronto; è un ponte interletterario aperto»: così Marcello Carlino, uno dei nostri maggiori esperti di letteratura sperimentale e di ricerca, nell’Introduzione a questo florilegio di testi poetici con versione a fronte firmato dall’italianista George Popescu, giornalista culturale, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea, traduttore di Giovanni Verga, Umberto Eco, Maria Corti, Leonardo Sciascia.

 

Sette, di ben diversa indole e generazione, i poeti antologizzati, «documentati […] in modo che rendessero testimonianza, per la poesia italiana, — annota Carlino — di un fascio di tendenze rinvenibili nel Novecento, alcune lontane dal potersi considerare giunte a scadenza, aperte invece a sviluppi prospettici nel nuovo millennio», privilegiando gli autori meno noti in Romania.

 

Dario Bellezza (Roma, 1944-1996) — poeta del dramma esistenziale e «di un tragico estremo disputato fra l’esigenza dell’autenticità e il fittizio filtrato chimericamente», apprezzato tra gli altri da Pasolini, Moravia, Morante, Penna e Amelia Rosselli — è presente con undici testi tratti da Invettive e Licenze (1971), Morte segreta (1976) e Gatti (1983). Questa la più pasoliniana delle sue poesie:

 

M’aggiro fra ricatti e botte e licenzio

la mia anima mezza vuota e peccatrice

e la derelitta crocifissione mia sola

sa chi sono: spia e ricattatore

che odia i suoi simili. E non trovo

pace in questa sordida lotta

contro la mia rovina, il suo sfacelo.

 

Dio! Non attendo che la morte.

Ignoro il corso della Storia. So solo

la bestia che è in me e latra.

 

Il secondo autore — definito da Popescu «uno fra i protagonisti dell’intera scena letteraria dell’Italia post-ermetica, post-neorealista e anche post-neoavanguardista» — è Mario Lunetta (Roma, 1934-2017), maestro di più generazioni, ininterrottamente attivo per quasi mezzo secolo quale poeta, performer, narratore e drammaturgo d’avanguardia tradotto in varie lingue europee e americane; polemista passionario e implacabile; antologista contre-courant; saggista umoroso e poliedrico; critico d’arte, letterario e della cultura (indimenticabili le sue interpretazioni di Svevo, Zola, De Roberto, Flaubert e Campana); titolare d’una bibliografia altrettanto sterminata che di primissimo ordine. Questo il testo più arduo, magistralmente vòlto in rumeno:

 

Roma mi guarda col suo occhio strabico,

da un insieme di distanze incalcolabili, di labili

percezioni, di cancellazioni, di nulla: col suo occhio

strabico stracotto ch’è una rosa di stoffa, gialla,

sporca di rossetto, e ora simula una stolta margherita

dello stesso colore tubercolotico, e si lascia

stringere nella notte che cresce tra cielo e cristallo

— superficiale vanità — da un nastro assai poco astrale

di carta plastificata blu, dentro un vasetto Deruta.

 

Roma fa prove di sopravvivenza nella notte, con funesto

scialo di lampi, donne svampite, squagli

di cioccolata, mutismi da tagliagole. Affonda

nell’onda del suo ombelico di pietra dolce, è un manichino

moltiplicato che mi guarda col suo occhio strabico, cadendo

in una pozzanghera con tutta la sua flotta

sbandata che passa da un ritardo all’altro senza mai

approdare a un castello giusto.

Roma mi fissa in francese, e non mi vede, col suo grande

visage tumefatto: e si sogna in un caffè storicamente

determinato, in un pezzo di Rinascimento postmoderno, indossando

scarpe di coccodrillo miliardarie e reliquie

che le permettono più di un pentimento, di una

lacrima elettronica, un singhiozzo: mentre

con qualche chilo di goffaggine più del necessario

mi muovo, vecchio ippopotamo cieco, e mi congedo

da quasi tutto. Chapeau.

 

Di Francesco Muzzioli (Roma, 1949), docente di Teoria della letteratura alla «Sapienza» di Roma, Popescu pone in rilievo la ricerca su due piani: «da un lato sulla discussione e sul confronto delle posizioni teoriche, con attenzione al dibattito metodologico e, nell’ultimo periodo, alle questioni della postmodernità e della nuova comunicazione; da un altro lato, sugli sviluppi della letteratura in corso e su un riesame del Novecento letterario puntato ad identificare e valorizzare le punte di avanguardia, di sperimentalismo, di scrittura alternativa». Un lacerto da Kilkoa, versi economici (Roma, Oedipus, 2002):

 

Incedere negli incendi intanto che si

tiene alla scopa sempre intenta ai giri di

ruota tipo la spalla di centro di un mari-

naio maritato dentro il suo gioco della

paglia infetta si nutre di wurstel che non

sono più caduti fendono le superfici

della ghiacciaia e dicono infine gioca tu

che devo andare fino alla fine dei secoli,

la scrittura automatica dimostra che auto-

ma che sono

E questo apprendi dalla nostra Anatomia: che il male generale

di questo mondo non risiede in una qualche parte,

ma dacché l’hai veduto marcio nel cuore, vedi ora che

una febbre consuntiva ha fatto presa su tutta la sostanza,

e non la si può curare, e che tu non hai che un sol mezzo

per non contagiarti dall’infezione del mondo, quello di

non far parte del mondo, riconosci che la proporzione del mondo

è sfigurata, la proporzione è morta perché la follia,

che è l’unica cosa che ci sia rimasta, è senza proporzione

e qualunque cosa noi vediamo è soltanto disarmonia

e incongruenza, soltanto difetti, corruzione nei

nostri cervelli, avvelenamento delle sorgenti […]

 

 

«Aperto alle dinamiche letterarie e in genere culturali, ossessionato dalla condizione umana vista nel rapporto col divino, mai mistico, e con un particolare senso della libertà e del posto del singolo in un mondo trattato in un processo di cambiamento, non tanto di miglioramento, ma di declino»: così il curatore tratteggia la poetica di Marino Piazzolla (San Ferdinando di Puglia, 1919 - Roma, 1985), di cui traduce alcuni testi da Quando gli angeli ascoltano (1969); qualche verso da In difesa del poeta:

 

La sua pietà è abisso

E gli pesa sul petto

L’ombra del mondo.

 

Ascolta i soliloqui

Degli angeli puniti.

 

La melograna aperta

È il suo brio di fanciullo.

Nessun roseto

contiene le sue piaghe;

E conduce il sole millenario

Alle feste dei morti.

 

Vive in esilio come la Polare

Sui nevai dell’Orsa;

E ha la pazienza degli astri

Rassegnati a spegnersi. […]

 

«Una poesia dei sensi, innalzata alla dignità dell’essenziale, proprio tramite la magia della Parola trasformata in un atto di Purificazione, in via di arrivare a quel rimedio e fuga da un mondo incapace di conservare la felicità tanto voluta» è il ritratto di Antonia Pozzi, nata a Milano nel 1912 e ivi morta suicida appena ventiseienne. Grido, da Parole (1939):

 

Non avere un Dio

non avere una tomba

non avere nulla di fermo

ma solo cose vive che sfuggono —

essere senza ieri

essere senza domani

ed acciecarsi nel nulla —

— aiuto —

per la miseria

che non ha fine —

 

L’identità uomo-poeta definisce, secondo Popescu, la figura e la personalità di Vittorio Sereni (Luino, 1913 - Milano, 1983): «Infatti, l’universo sereniano si presenta, oggi più di ieri, come una monade leibniziana in cui il silenzio e la parola si incontrano e si riscontrano, sia in una viva presenza dialogante che nella prospettiva visionaria». Canzone lombarda, da Frontiera (1941):

 

Sui tavoli le bevande si fanno più chiare

l’inverno sta per andare di qua.

Nell’ampio respiro dell’acqua

ch’è sgorgata col verde delle piazze

vanno ragazze in lucenti vestiti.

Noi dietro vetri in agguato.

Ma quelle su uno svolto strette a sciami

un canto fanno d’angeli

e trascorrono:

                                               —  Digradante a cerchi

                                                           in libertà di prati, città,

                                                           a primavera.

 

Sperimentatore fin oltre i limiti del linguaggio poetico è, secondo Popescu, Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 1921 - Conegliano, 2011), di cui si traducono testi da Dietro il paesaggio (1951), Fosfeni (1983) e IX ecloghe (1962). Da quest’ultima:

 

Alberi, cespi, erbe, quasi

veri, quasi all’orlo del vero,

dal dominio del monte che la grande luce simula

sempre tornando, scendendo

a incristallirvi

in oniriche antologie:

mite selva un lamento

mite bisbigliate un accorato

ostinato non utile dire.

Significati allungano le dita,

sensi le antenne filiformi.

Sillabe labbra clausole

unisono con l’ima terra.

Perfettissimo pianto, perfettissimo. […]

 

 


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