03 gennaio 2022

Ragioni, a piene mani, per l’«enfin!»

 

Augusto Blotto

Ragioni, a piene mani, per l’«enfin!»

[estrazioni dai giacimenti dell’opera]

introduzione di Daniele Poletti

saggi critici di Giacomo Cerrai, Philippe Di Meo, Chiara Serani

con un intervento di Stefano Agosti e una cartolina-collage di Francesca Marica

Viareggio/Pisa, [dia•foria/dreamBOOK, 2021

 

 

Del poeta altrettanto prolifico che semisconosciuto Augusto Blotto (Torino, 1933) — titolare di uno sterminato, ultrasperimentale corpus sinora inquantificabile (si contano all’incirca 59 volumi, di cui ventuno editi e quattro disponibili in Rete) —, la benemerita Casa pisana dà fuori, per la collana «f l o e m a - esplorazioni della parola», un breve florilegio d’un’opera fluviale, iniziata nel 2002 e ancora in progress, benché abbia già superato l’incredibile cifra di 2500 pagine.

 

Così Daniele Poletti nel saggio introduttivo dall’eloquente titolo Blotto o della «desmesura»: «La molteplicità della scrittura di Augusto Blotto, che si invera sotto tutti gli aspetti del dispiegamento linguistico, assolve più che ampiamente a quella eterna “funzione Gadda” (di continiana memoria) che va da Folengo e gli altri macaronici al Joyce di Finnegans Wake e oltre, sottoponendoci una visione della letteratura come atto di conoscenza e non come sua riduzione selettiva a uno schema metafisico. […] Blotto tenta in tutti i modi, con tecniche di accelerazione e iperstimolazione espressionistica della lingua, di riportare il senso del caos, del molteplice non dissipabile o ordinabile, dentro l’esplosione plurale della nominazione; e lo fa anche con una buona dose di ironia. […] la cosa sorprendente è che “la forza grossa e varia” delle sequenze di versi, a una lettura liberata dall’ansia della comprensione immediata e protratta in un lasso di tempo prolungato, produce un effetto di secondo grado, un’unità sonora che è paragonabile al rumore bianco, comunemente conosciuto come processo aleatorio caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo, con un segnale a spettro costante».

 

Mai come in questo caso la poesia ha avuto bisogno di viatici, istruzioni per l’uso, cartellini indicatori che diradino l’atroce nebulosità semantica da cui è avvolto il dettato blottiano (qui il limite e il pregio dell’operazione). A ciò provvedono persuasivamente, nell’Apparato critico, tre interpreti di vaglia: Giacomo Cerrai, Philippe Di Meo e Chiara Serani.

 

Il primo, in Piani di Blotto. Appunti di lettura, avvisa trattarsi di un linguaggio materico, «bruto», nondimeno capace di grandi finezze: «Il linguaggio sembra avere per Blotto un peccato originale, una tabe, variamente connotata, in primis dalla rigidità del codice, con il quale tuttavia, in quanto materia, dobbiamo avere a che fare (non dimenticando che il linguaggio nella sua essenza è sempre ‘narrativo’, sequenziale, ordinatorio, e vive nel tempo che il testo si è dato)».

 

In La «fantasmagorea» di Augusto Blotto: ovvero il locus solus di un narcisismo assoluto Philippe Di Meo discorre di un poeta-sportivo che, tra il «camminare (movimento fisico)» e il «poetare (movimento mentale)», ingaggia una grande sfida con sé stesso. Il camminatore celebra, da una parte, la «disappartenenza alla lingua d’uso» e, dall’altra, ai paesaggi attraversati, dei quali — riassume Poletti — «s’impossessa soggettivamente, offrendo al lettore, nonostante i precisi riferimenti geo-temporali, soprattutto “un viluppo di impressioni” personali e soggettive, giungendo alla creazione di un idioletto unico e irripetibile».

 

«Dell’estrema varietà e dell’estrema ricchezza»: la topografia immaginaria di Augusto Blotto s’intitola il contributo euristicamente remunerativo di Chiara Serani nel quale si esamina per per la prima volta il codice interpuntivo e paragrafematico di Blotto, dimostrando come anch’esso sia frutto d’una poetica dell’eccesso e del mostruoso in chiave ludica. Sull’omissione del punto fermo: «Le ricorrenze di assenza del punto in Blotto contraddicono certo queste istanze sul suo utilizzo, creando dei ‘finali aperti’ (di verso o di strofa), sottraendo al lettore la facile definizione di una realtà oggettiva e univoca e abolendo ogni rigidezza-certezza assertiva per puntare proprio all’indicibile, all’impossibilità di contenere nella pagina la pienezza nonché l’infinità del reale e della lingua. E tuttavia quella blottiana non è un’abdicazione a dire, è anzi lasciare dischiusa, ed enfatizzata, la possibilità di dire ancora. […] le mancate chiusure di Blotto puntano in particolare allo smisurato, all’infinito incontenibile la cui apparentemente scoraggiante incomunicabilità viene però smentita dalla seguente e inarrestabile ripresa della parola, che dispiega una parte del Tutto esprimibile (il quale, a forza di tasselli, lacerti, frammenti… viene pian piano costruendosi)».

 

Qualche breve saggio della lingua-non-lingua blottiana:

 

questo assoluto alleva

il pensiero a costa nostra veruando spalleggiato

- ed era ben l’ora, il rintocco dell’“appunto!”

gazzarratosi come qui noi scalmanati siamo

(il piglio siculo infallibile ti sbatte là il maschio) -

radure d’oro bigio, austererìa che bronzeo

crottare del terreno libra con piede

mercurio calendario:

 

Non intendo che il lago sovrabbondi

(capisco mischiato che ce la faccio male)

le sue fette d’inarrivabile, zoccolo

lontrato

La pupilla di nessuno,

e mia, ha fiancato quello scorrere

del liquido dell’aria, che inirta

in ciglia il vitreo dei lumi, esperanza,

sempre ribattuto come un ansito d’orco

porpora tenti d’affacciarsi all’acrocoro

cui nefastiàm gioia appen arrivi il giorno

 

Ciclope in tutte quelle tenerissime

azzurrerìe bland’oltre, biaccate

là in calura che potrebb’esserci, testa

di cera che gigànti, poggiati

piedi arnes-largo sulle propaggini

che il braccio a cesto amplia, survivendolo

con uno slancio da sotto

 

Completa il volume un indice alfabetico delle parole presenti nei testi antologizzati, che «vuole essere — spiega Poletti —, oltre che un efficace strumento di analisi testuale, un saggio, pars pro toto, dell’inesauribile varietà del lessico blottiano, che si configura nelle modalità di un vero e proprio hapax legomenon. Infine, ci si è divertiti, insieme all’autore, a cercare un cammino per addomesticare il suo labirinto».

 

 

 


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