23 maggio 2022

Lux (nova et vetera)

Assunta Sànzari Panza

Lux (nova et vetera)

Prefazione di Gualberto Alvino

Illustrazioni di Maura Ragazzoni

Torino, Robin Edizioni, 2022

 

Debbo al prefatore di questo libro la sua conoscenza: la poesia circola sempre più (quando circola) attraverso la rete delle amicizie e delle conoscenze, e sono spesso vie tortuose e casuali. Del resto, si sa, i libri, una volta pubblicati, acquisiscono una vita propria, e il loro modo di viaggiare, di suggestionare i lettori, e anche di contaminarsi reciprocamente, è uno dei più affascinanti misteri di quel mondo a sé che si chiama letteratura. Ma forse è così che deve essere, la “fortuna” di un libro è un gioco di scoperte, di incontri occasionali, di ritrovamenti e di agnizioni che fanno della letteratura un romanzo a più mani, infinito e perenne.

 

L’autrice irpina, così, trova adesso un lettore sulle rive del Mar Ligure per mediazione romana. Dobbiamo essere sinceri, non è facile “leggere tutto” e incontrare ovunque qualità: per un paradosso apparente, in questi tempi di grande comunicazione, il proliferare delle proposte genera una sorta di “cantonalizzazione” della letteratura, un restringimento degli spazi che, al di là dei nomi ricorrenti, rischia spesso di circoscrivere la diffusione dei libri in ambiti territoriali ristretti. Chi è in grado di controllare oggi il flusso continuo di proposte editoriali nel quale ci troviamo coinvolti?

 

Ma per fortuna, appunto, e come in fondo è sempre stato, si legge (e ci si legge) in virtù di una rete più attenta e profonda di quella del web, la rete dei consigli reciproci e dei suggerimenti amicali. E così capita di ritrovarsi tra le mani un libro come questo, sensibilmente illustrato da Maura Ragazzoni, che piace leggere e piace commentare brevemente, perché vi si riconosce un valore intrinseco, a partire dall’intento riepilogativo che connota la sistemazione dei testi, dagli esordi fino alla “svolta” dichiarata dall’autrice, ben annunciata dai titoli delle due sezioni, Nova e Vetera, fino alle prove più recenti.

 

Una svolta forse più radicale di quanto non appaia dai testi così come sono presentati in questa edizione, se Alvino stesso, nella sua prefazione, parla francamente di un «rinnegamento» della prima maniera, e l’autrice di un «radicale cambio di passo», forse meno visibile nel momento in cui i Vetera hanno subito quel «prosciugamento della sintassi», quel «potenziamento del lessico», quell’«affinamento della prosodia» dichiarati dalla Sànzari Panza.

 

Il convincente risultato di questa operazione rende apprezzabile, in ogni caso, la sostanziale unità di fondo della sua poesia, evitando il rischio di una lettura drasticamente polarizzata tra un “prima” e un “dopo”: vero è che si avverte quasi plasticamente un ripudio di «ogni forma di autocompiacimento sentimentale», ancora presente nella sezione più antica, ma il lavoro operato sul proprio linguaggio lascia riconoscere l’autrice nella sua ricerca, scrive ancora Alvino, di un «dettato asciutto, puro, essenziale», di «un ritmo inedito e cangiante» di un «vertiginoso susseguirsi di emblemi visuali, amalgamati dalla quasi totale assenza di punteggiatura»:

 

Weltschmerz

 

Se l’ora si ferma negli orti di guerra

se urla lo sfacelo del balocco perduto

il sandalo ficcato nell’asfalto crepato

il fiocco strappato nel guazzo

frangia di veste stinta impigliata nel pruno

se l’eco di voce sola

colma la quiete delle stanze

immoto il silenzio

attesa d’un lieve sospiro

se narra conti il soffitto

che preme il petto soffoca

se la resa ai rami dispersi

offre lignee impressioni di stasi

se la colpa può farsi misfatto

masso scagliato sfida sanguigna

orde di pensieri ostinati riottosi

sillabano il tempo in minute frazioni

– quando taceranno quando il momento

della loro migrazione? –

se arduo è ammettere la fine

passare oltre dopo tanto di vita e colori

fino all’ombra, senza voltarsi, lasciata andare

se lo strappo dalla cara mano

genera lutto strozzato in gola

l’universo è dannato a inguaribile epifania

d’un progetto rotante feroce.

 

Il coraggio di rinnovarsi, di passare dalla fase tutta letteraria dell’idillio, dell’assenza, della mancanza, a quella del sentimento espresso con forza d’immagini attraverso una lirica «oggettuale, materica, costantemente sul crinale tra arte quale artificio e vita marchiata a fuoco sulla carne viva» (Alvino) connota così le scelte dell’autrice, disegnando un itinerario di crescita che risulta dall’acquisizione di una consapevolezza che è al tempo stesso, evidentemente, dato biografico e maturazione artistica, riflessione interiore e caparbia ricerca di una nuova e più coinvolta musicalità, passaggio dalla fase orfica della creazione a quella di una attenta e complessa opera di rilettura, rimodellazione, auto-analisi, per certi aspetti, «durante la quale», scrive ancora Alvino, «nulla si salva dal rigore correttorio», in una palese continuità tra atto creativo e rielaborazione che è, o dovrebbe essere, la formula più convincente del migliore poetare.

 

La “grecità” evocata come cifra costante e unitaria dal prefatore al di sopra delle due fasi della poesia della Sànzari Panza sta verosimilmente proprio in questo suo saper giocare tra classicità e sperimentazione, anche nella ricerca tematica che conserva ad alcuni snodi ricorrenti un valore testimoniale evidente, nell’attenzione per il paesaggio, nella franca espressione del proprio pensiero, nella più volte proclamata fede nel valore degli affetti:

 

Ecco, si stacca un brano di lei

dilegua piano nel letto dell’esistere.

Segui con gli occhi il cuore che viaggia

la vita che cresce scivola

guizza tra le onde del divenire.

Cerchi da lontano di decifrare il suo fiato

nel silenzio dell’attesa

nella quiete del suo passo lento.

Controvento i tuoi pensieri,

perdi il conto delle parole

che hai disseppellito dal ventre.

Pulsa la cava di emozioni

che s’infiamma e arde.

 

Una poesia intensa, avvolgente, che non lascia indifferenti.


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