27 giugno 2022

L’anno dell’alpaca. Viaggio intorno al mondo durante una pandemia

 

Giammarco Sicuro

L’anno dell’alpaca. Viaggio intorno al mondo durante una pandemia

Ceccano (FR), Gemma edizioni, 2021

 

Può capitare che un italiano si trovi dall’altra parte del mondo quando sta per succedere qualcosa di epocale, sebbene nessuno se lo aspetti: un’epidemia virale, scoppiata in Cina e segnalata dalle autorità locali il 31 dicembre 2019, si diffonde ovunque; è destinata a provocare milioni di morti in tutto il pianeta, a bloccare interi Paesi, a chiudere frontiere. Giammarco era partito il 22 febbraio 2020 per il Perù, una settimana prima che la pandemia diventasse un’emergenza senza precedenti. Poche ore prima, il 21 alle 8,15, l’agenzia di stampa Ansa aveva battuto la notizia che in Lombardia, all’ospedale di Codogno (Lodi), era stato identificato il “paziente zero”: un 38enne della zona. Nel giro di pochi giorni, migliaia di casi e tantissime vittime; con l'inizio della prima devastante ondata italiana e il lockdown nazionale posto come baluardo difensivo a partire dall’8 marzo.

 

Giammarco Sicuro, beccato alla sprovvista come tutti noi, non è un viaggiatore qualsiasi. Anche se va in Perù in vacanza, di mestiere fa l’inviato della redazione esteri del Tg2. Così ben presto, prima per necessità poi per lavoro, dovrà vagare da una parte all’altra del pianeta, durante 9 mesi densi di esperienze umane e professionali. Un viaggio in cui il fatto di essere italiano lo porterà, tra l’altro, a rincorrere scampoli di italianità, a scoprire radici comuni, a intervistare connazionali finiti nei luoghi più disparati, a provare sollievo misto a nostalgia sentendo qualcuno parlare la sua lingua.

 

Non a caso, il diario della lunga trasferta è diventato un libro: L’anno dell’alpaca. Viaggio intorno al mondo durante una pandemia, edito da Gemma Edizioni; ha la prefazione di un’altra inviata della Rai, Lucia Goracci, un corredo di ottime fotografie e il patrocinio di Unicef Italia. La narrazione personale si intreccia subito con quella del giornalista, destinato a rimbalzare – nonostante blocchi, controlli, quarantene, solitudine, aeroporti e voli semivuoti – tra Messico, Perù, Bolivia, Brasile, Spagna e Corea del Sud, in tre continenti. Scene tragiche legate alla pandemia, e non solo, si alternano a momenti quasi comici, in cui il protagonista deve destreggiarsi nelle situazioni più strane.

 

Nel libro – ricorrendo a un linguaggio tra l’intimistico e il giornalistico, chiaro e privo di iperboli, con concessioni all’immediatezza dei social network – l’autore racconta i suoi incontri con personaggi straordinari, medici in prima linea, compagni di viaggio occasionali quanto bizzarri, indios pronti a difendere l'Amazzonia con la vita, monaci buddisti, volontari coraggiosi e generosi, missionari, poliziotti minacciosi, criminali delle gang messicane; ha un match persino con un cane sudamericano, che lo morde mentre passeggia sul sentiero inca, regalandogli per qualche giorno l’atroce dubbio di aver preso “banalmente” la rabbia, dopo aver schivato il Covid.

 

Per fortuna fin dall'inizio, Giammarco può contare sul sostegno di un’alpaca, che dà il titolo al libro, e di una lama: due tipici animali delle Ande sudamericane, destinati ad accompagnarlo nel viaggio. Una compagnia non problematica, visto che sono piccoli peluche, comprati all’inizio dell’avventura e diventati le sue mascotte per mesi; le ha chiamate Isabela ed Esmeralda. Il fatto che siano pupazzi non impedisce loro di diventare una via di mezzo tra la coperta di Linus e Wilson, il pallone antropomorfo con cui parla il naufrago Tom Hanks nel film Cast Away (2000). Ovviamente, con loro il giornalista si confida: non lo fa parlando in inglese, il passepartout dell’inviato, ma nella lingua materna, l’italiano.

 

Ebbene, il 29 febbraio, una settimana dopo la partenza da un’Italia ancora ignara del suo destino, troviamo l’autore del libro su un vecchio pullman, impegnato ad arrampicarsi sulla montagna che sovrasta la città peruviana di Arequipa. L’avventura durerà fino al successivo ottobre, quando egli tornerà finalmente in Italia, dopo aver raccontato ciò che l’emergenza sanitaria stava provocando nel mondo. E dopo aver raccontato anche quello che non stava provocando di diverso dal solito dramma quotidiano, tra persone abituate a vivere e sopravvivere in emergenza continua, per problemi legati alla miseria, alla salute, alla guerra, alla criminalità dilagante. Glielo dice chiaramente una donna brasiliana, Glaucya, in una favela: “Qui il Covid-19 è l’ultimo dei problemi”.

 

La sua italianità entra spesso in gioco. Prima di tutto perché, grazie alla velocità con cui le notizie si diffondono oggi sulle ali del Web e della televisione, tutti sono più o meno informati anche su quella corriera che a fine febbraio arranca in Perù: sanno che l’Italia è in quel momento uno degli epicentri della pandemia. Fatto sta che sul pullman Giammarco prova ad attaccare bottone in spagnolo con la serissima signora che, avvolta in un poncho colorato, viaggia al suo fianco con un piccolo alpaca (vero) sulle ginocchia, avvolto in un panno come se fosse un neonato e intento a ciucciare un biberon.

 

Come rompere il ghiaccio? «“Mi chiamo Giammarco e sono italiano!”, dico, sporgendomi un pochino verso di lei. Fa un salto di lato, facendo cadere a terra il povero alpaca, con un’inaspettata agilità… La donna mi manda un’occhiata di traverso e mi chiede: “Tu, coronavirus?”. Non mi sono ancora abituato a questo nuovo ruolo di untori-del-mondo riservato a noi italiani e ogni volta faccio fatica a cogliere certe reazioni. “Signora, in Italia c'e il coronavirus, ma io sono partito prima del contagio... non si preoccupi”. La risposta ormai rodata sembra tranquillizzarla e tranquillizza anche il povero alpaca, tornato al suo posto sulle gambe della donna».

 

Il giornalista in realtà è poco aggiornato, per mancanza di fonti italiane da almeno tre giorni, sulla reale situazione nel suo Paese. La signora comunque lo “perdona” e gli regala anche alcune foglie di coca, il toccasana locale: «Hoja de coca, mastícala...». Il giornalista, nel dubbio, ben presto si abitua a dover schivare, per lo meno nelle prime settimane, l’iniziale spavento dei suoi interlocutori, ovunque sia nel mondo, di fronte alla rivelazione della nazionalità, considerata “a rischio contagio”: si abituerà anche alle “confessioni” a bassa voce e a qualche reticenza, pur di evitare il fuggi-fuggi generale.

 

La sua italianità si trasforma invece in un “soprannome” quando, il 30 marzo successivo, sarà a Madrid nel pieno delle mansioni di inviato, con l’accompagnatore locale, Mariano. Dal 16 di quel mese anche in Spagna è stato decretato il lockdown generale e lui deve raccontare in tv e in radio quello che succede, tra ospedali (dove conosce Cinzia, una milanese, primaria in un reparto di una terapia intensiva colmo di malati di Covid), centri di assistenza e mense per i poveri. Il premuroso e borbottante Mariano, che è di origine argentina nonché orgoglioso di alcuni avi genovesi, non lo chiama per nome. Lo chiama Tano, con affetto. Lo «dice col suo italiano maldestro ma orgoglioso, tipico degli argentini nipoti di immigrati. Anche per questo gli piace così tanto definirmi Tano. È il modo in cui i suoi connazionali chiamano noi italiani. Viene da napoletano e fu qualcuno all'anagrafe del porto di Buenos Aires a inventarlo. Alla domanda “Da dove vieni?” quella gente povera e disgraziata rispondeva quasi sempre “Napoletano”. O in alternativa “Palermitano”. Così, un po' per pigrizia, quel qualcuno iniziò a scrivere Tano sul documento di tutti coloro che arrivavano in Argentina parlando la nostra lingua».

 

“Spedito” dalla Spagna direttamente in Corea del Sud, Sicuro, dopo un periodo di inattesa quarantena (a 100 dollari al giorno), si trova con Jay, il laconico accompagnatore locale; un tipo che gli fa bere a raffica caffè coreani per convincerlo (invano) del fatto che siano come il nostro espresso. Anche nell’iper-tecnologica Seoul, simbolo della risposta super efficiente alla pandemia, scopre uno spicchio di italianità e pure un’inattesa miseria. Scrive: «Da alcuni anni un prete italiano ha creato una mensa sociale che ogni giorno dà da mangiare a moltissimi emarginati e così abbiamo deciso di andare a conoscere questo connazionale. “Avete fame, amici?”. Padre Vincenzo ha un accento strano. Dagli anni Ottanta vive stabilmente in Corea del Sud e ormai mescola l’italiano al coreano. A volte, non gli vengono in mente le parole e allora ti guarda e chiede aiuto: “Ganan! Come si dice in italiano ganan?”. Caro Vincenzo, vado un attimo a studiare il coreano e torno tra un paio d'anni con la risposta, ok? “Vabbè, venite che vi mostro le cucine”, e si lancia di corsa giù per le scale. L’associazione benefica si chiama Casa di Anna, com'è scritto sui grembiuli di tutti i volontari. Anna era la madre di un tipo coreano che all'inizio ha aiutato Vincenzo nel suo progetto». Alla consegna dei pasti si presenta una folla enorme di persone. Emerge una circostanza incredibile, nel Paese considerato tra le maggiori potenze economiche dell’Asia: «In gran parte, si tratta di anziani. In Corea del Sud lo Stato non prevede pensioni e se non hai un figlio che ti può mantenere vai in difficoltà», racconta il prete.

 

Il libro di Giammarco Sicuro può dunque essere letto seguendo varie tracce: anche, appunto, quella dell’italianità vissuta in prima linea e degli italiani incontrati durante la lunga trasferta nell’anno del Covid. È anche uno spaccato della vita professionale dell’inviato: la mansione che sognano tutti i giovani aspiranti giornalisti e che purtroppo, a causa della crisi del sistema dei media nel nostro Paese (e non solo), è sempre più difficile svolgere. Comunque il libro, seppur scritto per raccontare un evento epocale e drammatico, ha un lieto fine: l’alpaca Isabela e la lama Esmeralda, che hanno accompagnato Sicuro per tutti quei mesi accoccolate dentro il suo zaino, il 28 ottobre 2020, alla fine del viaggio, diventano il regalo per Priscilla, una bambina incontrata nel cuore dell'Amazzonia: appartiene alla piccolissima comunità indigena dei Mura, minacciata prima dalla deforestazione, poi anche dal Covid. «Buona vita, amiche mie, vi lascio in buone mani», dice Giammarco alle “sue ragazze” (così le aveva definite). Glielo sussurra in italiano. «Anche questa volta, Isabela ed Esmeralda non rispondono, ma in qualche modo sento di interpretare il loro stesso pensiero». Poco distante lo attende l’auto che lo riporterà «verso la "civiltà"» e verso l’Italia. Ciao, ragazze.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata