30 giugno 2022

Brutte, sporche e cattive. Le parolacce della lingua italiana

 

Pietro Trifone

Brutte, sporche e cattive. Le parolacce della lingua italiana

Roma, Carocci, 2022

 

Lo studio del turpiloquio richiede, oltre agli imprescindibili strumenti dell’analisi linguistica tradizionale, la capacità di sondare i mutamenti e le esigenze espressive della società con lo sguardo acuto dell’antropologo: ne è un perfetto esempio questo godibile saggio di Trifone (Brutte, sporche e cattive. Le parolacce della lingua italiana), che non disdegna aneddoti autobiografici e incursioni nel mondo dei mass media per mostrare la duttilità delle parolacce, che traducono forti emozioni negative in violenza verbale, ma servono anche a modulare il registro colloquiale, ad esempio attenuando l’affetto per evitare toni troppo sdolcinati (il vocativo «A stronzi!», rivolto a carissimi amici dal personaggio verdoniano di Ivano in Viaggi di nozze [p. 20]).

 

La selezione del lessico da analizzare è condotta essenzialmente sul GRADIT (parole etichettate come «volg[ari]»), con gli opportuni aggiustamenti (ad es., l’aggiunta di mignotta, non marcato nel dizionario): ne risultano 323 lemmi, catalogati nel settimo capitolo in base all’uso (parole di base, comuni e obsolete), escluse le polirematiche (162, in base al criterio adottato). Da notare che nell’aggiornamento online del vocabolario di base (23 dicembre 2016, un paio di settimane prima della morte del compianto De Mauro) sono stati inseriti tra i lemmi fondamentali cazzo, coglione, merda e stronzo; tra quelli di alto uso cazzata, fottere, minchia, stronzata e vaffanculo. Il linguista scomparso commenta così l’incremento dei trivialismi rispetto al vocabolario di base del GRADIT: «Il NVdB in questa sua prima edizione per ora non ha usato filtri, fotografa l’esistente. Così accade che tra le parole fondamentali (in neretto nella lista) e le parole d’alto uso (in tondo chiaro) figurino una decina di parole di accentuata volgarità. L’analisi dei dati rivela che queste volgarità sono di grande uso nella stampa e nello spettacolo e invece sono abbastanza ovviamente assenti in manuali e scritti accademici e sono usate con parsimonia in altri generi di scrittura e perfino nel parlato. Perfino il comune conversare (anche via computer) appare mediamente assai più rispettoso della decenza di quanto siano o non siano molto giornalismo e molti autori di testi per lo spettacolo».

 

Sulla frequenza delle parolacce nel parlato sono più attendibili inchieste linguistiche suddivise per categorie (età, genere, grado di istruzione, orientamento religioso ecc.), essendo forte nei testi non tecnico-scientifici la componente espressiva, che può determinare un certo squilibrio. Per quanto riguarda la scrittura digitale dei social network, si registra una crescente spregiudicatezza, a mano a mano che le barriere della censura cadono: basti pensare che su Facebook si contano 90 gruppi con cazzo nel titolo, 76 con merda, 65 con coglioni, 47 con stronzo, 44 con vaffanculo. A proposito di questo insulto, Trifone si sofferma sull’osservazione diacronica delle varianti del romanzo di Alberto Arbasino Fratelli d’Italia: «dall’indigesto v*ff*nc*l* (1963) alla forma piena vaffanculo (1976) a quella ridotta vaffa (1993) […] Lo scrittore non poteva certo immaginare che alcuni decenni dopo il vaffa sarebbe diventato il manifesto di un movimento politico capace di ottenere nelle elezioni nazionali del 2013 quasi nove milioni di voti» (p. 19). In più luoghi Trifone nota che l’assuefazione al turpiloquio ne depotenzia la carica sovversiva, il che in effetti è confermato dagli studi neurologici sull’abituazione, processo per cui i neuroni dell’attenzione non reagiscono più a uno stimolo riproposto spesso e considerato normale dal soggetto (si veda l’esperimento di Stephens/Umland 2011, relativo al contributo delle swear words nel sopportare il dolore).

 

Perfettamente comprensibile, anche al lettore meno esperto di storia della lingua italiana, la ricostruzione della genesi dell’ingiuria misogina immortalata nell’affresco della basilica romana di san Clemente (fine XI-inizio XII secolo): fili (da leggere figli) dele pute, con probabile sostituzione eufemistica (‘ragazza’ > ‘prostituta’). Peraltro l’insulto è la vera invenzione dell’autore dell’affresco, che ritrovava tutti gli altri elementi (la scritta in latino, i personaggi del patrizio Sisinnio e dei servi, il corpo del santo trasformato in colonna) nel testo della Passio sancti Clementis, anteriore al VI secolo. La forma con la preposizione articolata è esclusiva nel XII-XIII secolo, ma a partire dal Trecento si registra in toscano la locuzione moderna, anche se con il diminutivo: «figliuolo di puttana», nella Storia di Troia di Binduccio dello Scelto (Gozzi, a cura di, 2002, p. 126).

 

Convincente la tesi sull’etimologia del romano fro(s)cio, da riconnettersi a floscio, con riferimento alla parlata prima dei francesi nel Sei-Settecento, poi degli «svizzeri tedeschi della guardia pontificia» (p. 39) nell’Ottocento, connotata in chiave omosessuale. Peraltro si può notare che nei dialetti della Svizzera tedesca si avverte l’influsso del francese per la vibrante uvulare: «French phonetic influence upon German, even at language boundaries, is difficult to prove, though the French uvular /R/ allophone is frequently held to have influenced the Swiss German dialects» (Rash 2002, p. 127).

 

Nell’utile catalogo delle parole più «basse ed espressive» della Divina Commedia (pp. 53-59) il lettore potrà apprezzare il discreto numero di prime attestazioni, quasi tutte in rima: i verbi parasintetici accaffare, acceffare, arruncigliare, verosimilmente coniati proprio da Dante; i sostantivi broda, cuticagna e fesso, nonché le accezioni metaforiche di letame (‘depravazione’) e zucca (‘testa’); il verbo trullare ‘scoreggiare’, gli aggettivi cagnazzo, detto dei visi dei traditori dell’Antenora, e merdoso, detto delle unghie della puttana Taide. Ne esce confermato il giudizio continiano sul plurilinguismo dantesco, i cui «innesti più temerari» (osserva acutamente Trifone) sono collocati dalla rima «in una sorta di riserva protetta della sperimentazione linguistica e della sollecitazione stilistica», una «ideale zona franca» di ricchezza lessicale che non compromette «la fondamentale saldezza» del poema (p. 61).

 

Il capitolo sul romanesco (La capitale italiana del turpiloquio [pp. 63-76]) conferma la centralità di Roma nello sviluppo del registro basso dell’italiano moderno e contemporaneo, grazie anche al cinema e alla televisione. Significativo il primato nella riflessione metalinguistica (come si dice a Roma) sul «Corriere» e «la Repubblica», rispetto ad altre espressioni del milanese e del napoletano.

 

Nell’analisi delle bestemmie spicca la citazione (p. 81) tratta da un racconto di Collodi, Anche il sole ha le sue macchie (dalla raccolta Occhi e nasi), in cui il giornalaio Pitagna, forte bevitore, non solo conferma il topos del fiorentino bestemmiatore, ma stabilisce un nesso tra il diritto di parola e le lotte risorgimentali (in senso fortemente anticlericale), là dove definisce «prepotenza» il «dire che un libero cittadino non sarà più padrone di bestemmiare, neanche se gli fa bene alla salute. O allora per chi s’è fatta l’Italia? Poeri quattrini spesi bene!».

 

Anche le riflessioni sull’etimologia di burino e buzzurro sono ragionevoli: il primo deriverebbe «dalla base burra ‘bure, parte dell’aratro’, con l’aggiunta del suffisso -ino caratteristico di numerosi “nomi di agente”», che «designano per lo più mestieri umili» (pp. 92-93); per il secondo, accanto alla proposta di Ottavio Lurati (retroformazione da buzzur[r]one ‘sodomita’, equivalente al fiorentino buggerone), si affianca l’intuizione trifoniana di un nesso con il settentrionale brüzur ‘bruciore’, a partire dal grido dei venditori italo-svizzeri di caldarroste a Firenze: «Bruciate calde, e fumano! Gridano i buzzurri» (Petrocchi 1887-1891, citato a p. 97).

 

Al contrario di quanto potrebbe credere un profano, i trivialismi costituiscono un oggetto di studio non facile, dal punto di vista sia diacronico (perché per secoli sono stati banditi dalla prosa scritta) sia sincronico (nell’ibrido panorama contemporaneo, in cui si sono allentate le tradizionali suddivisioni sociali). Trifone, con questo libro, riesce a coniugare ricerca scientifica e divulgazione, mostrando l’importanza linguistica e culturale delle parole «brutte, sporche e cattive».

 

 

Abbreviazioni bibliografiche

Gozzi (a cura di) 2000 = Binduccio dello Scelto, La storia di Troia, a cura di Maria Gozzi, Milano, Trento, Luni editrice, 2000

GRADIT = Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro, 6 voll., Torino, UTET, 1999 (consultato mediante il dispositivo USB, 2007).

Petrocchi 1887-1891 = Policarpo P., Novo dizionario universale della lingua italiana, 2 voll., Milano, Fratelli Treves.

Rash 2002 = Felicity R., The German-Romance Language Borders in Switzerland, in Jeanine Treffers-Daller/Roland Willemyns (a cura di), Language Contact at the Romance-Germanic Language Border, Clevedon-Buffalo-Toronto-Sydney, Multilingual Matters LTD, pp. 112-136.

Stephens/Umland (2011) = Richard S./Claudia U., Swearing as a Response to Pain-Effect of Daily Swearing Frequency, «The Journal of Pain», XII, 12 (December), pp. 1274-1281.

 


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