06 luglio 2022

Il mostro

 

Alessandro Ceccherini

Il mostro

Milano, nottetempo, 2022

 

A me del Gesualdo verghiano è sempre piaciuto il tempo: rotto, frantumato, incapace di tenere regolarmente la lancetta nel descrivere la corruzione di un uomo e il suo asservirsi ad una religiosità amorfa portatrice di sventure e ripercussioni sulla stirpe. Ho sempre custodito in segreto questa mia fascinazione, sono stato costretto a rispolverarla a causa di un’altra opera certamente lontana per tempi e per fatti, eppure parente per studio dell’umano e concezione del male: ne Il mostro (nottetempo, maggio 2022) Ceccherini ripropone un perimetro del cadere ad ampio spettro, consapevole che la ferinità, la violenza e il morbo da questa propagato non possa essere inquadrato nello spazio di pochi centimetri.

 

È la lingua, come sempre, a solcare il tracciato, e chi scrive vuole immediatamente chiare un concetto: non sarà qui la questione giudiziaria del Pacciani ad essere oggetto di trattazione e neppure quell’Italia scivolosa e nevrotica (di quelle agitazioni causate dal tutto che può accadere o ci si illude che possa) che ha segnato in pieno gli anni Settanta. Del dolore, qui, si vuole parlare, e di ciò che lo scatena e lo motiva: in fin dei conti stiamo leggendo un romanzo e non un’inchiesta da tribunale o da saggio storico.

La pericolosità oscena del male è che si attacca alla gola e deforma il parlato sin dalla tenera età, annichilendo la parola e cercandone un aborto: colpisce Ceccherini nelle prime pagine con una frase che mi ha indisposto (e quando si ha un libro tra le mani è sempre un bene, è dalle camomille impaginate che ci si deve salvare) e costretto a rimettermi in equilibrio sulla sedia: un Pacciani bambino manda a dire a un altro che gli vòle insegnare ‘i silenzio. Eccola la tenaglia, ecco il rischio dello squarcio: raccontare una storia del genere è pericoloso, perché cercherà in tutti i modi di non farsi dire, perché non è possibile descrivere manzonianamente dall’alto bravacci e comparse sperando che il fruitore comprenda. Se ne si vuole scrivere bisogna affondare le caviglie nel fango, percorrersi i boschi teatro di tanto scempio e mettersi al livello di chi le mani le ha zuppe di sporco – i contadinacci gnoranti – suggerisce l’autore, ma anche gli incamiciati, gli incravattati e gli insospettabili che si muovono sui margini di questo romanzo tracciando linee pericolose e tutte tendenti ad una delle espressioni che più compare nell’opera: una cosa di sangue.

 

Non uno quindi, ma tanti mostri, nella loro etimologia deforme e prodigiosa, nella loro complessa indagabilità, raggiungibile solo per aneddoti e racconti, per voci e silenzi. La vita – nella provincia contenitore delle storie, lontana dalla legge di dio e impermeabile a quella degli uomini – ΄un è allegra, e alla morte ΄un ci si abitua. In questo limbo, in questa terra di mezzo che del purgatorio neppure ha l’ingresso, si rischia sempre e solo di cadere e sempre dalla parte sbagliata: più volte i personaggi mostrano i denti, come a voler restare in una logica ferina precedente a qualsiasi vincolo sociale. In tante occasioni sembrano ammalati di una violenza irrisolvibile che nel compiere il male non trova sfogo ma sembra quasi rinnovarsi: una sera Angiolina, la moglie del Pietro, lo vede tornare a casa con tre leprotti – ad un occhio disattento e non corrotto dai fatti potrebbe sembrare il preludio di una sorpresa alle figliolette, di un piccolo idillio bucolico-familiare. Le teste fracassate degli animali, le urla alla donna e le bambine stralunate in cieca fuga per la casa possono solo rompere la scena, costringere il lettore a chiudere le pagine per cercare il respiro perduto e prendere coscienza che, in questo mondo alla rovescia che di mondo ha pure poco, gli omini son tutti cattivi e alla componente femminile e bambina tocca il rifugio e l’attesa nella preghiera che nulla accada e che il morbo, la malattia che sembra propagarsi e riempire le vene, non scelga loro come vittime successive da sacrificare ad una cieca e ingiustificabile follia.

 

Come porre argini a questa piena? Viene in mente, tristemente, una poesia di Caproni, là / il buio è così buio / che non c’è oscurità, nel raccontare che Ceccherini, con sapienza, riavvolge i gomitoli in cerca del nodo, senza risolvere ciò che, per sua natura e contesto storico, non può essere sbrogliato senza alterare i fatti: da qui un riconoscimento – doveroso – all’azione dell’autore toscano, capace di non edulcorare ciò che è amaro e irrisolvibile, costringendo il lettore a bere ciò che si deve, a guardare ciò che accade, a sentire quel dolore e quella partecipazione che porta sì, questa volta probamente, ad un rispettoso silenzio davanti alla sciagura: ci si intrappola – e non può essere altrimenti – negli occhi di quel ragazzino che, vedendo ciò che mai avrebbe dovuto e meritato di vedere, è costretto a tornare nel lettone coi suoi genitori cercando di convincersi che quello che è capitato sia stato solo un sogno.

È questo nel descrivere il male, nell’indagarlo, che deve fare un libro.


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