11 luglio 2022

Lingue d’Europa. Elementi di storia e di tipologia linguistica. Nuova edizione

 

Emanuele Banfi - Nicola Grandi

con la collaborazione di Simone Mattiola

Lingue d’Europa. Elementi di storia e di tipologia linguistica. Nuova edizione

Roma, Carocci, 2021

 

 

Per la collana «Studi superiori» della Casa romana, Simone Mattiola aggiorna testo e bibliografia del manuale di storia e tipologia linguistica dato fuori nel 2003 (e ristampato ben 19 volte) dai glottologi e linguisti generali Emanuele Banfi e Nicola Grandi. A Banfi si devono i primi due capitoli, in cui si offre una esauriente, magistrale definizione storico-linguistica dell’Europa antica, medievale, moderna e contemporanea, intendendo per “Europa”

 

il territorio che si estende dall’Atlantico agli Urali, ovvero un’area geografica certamente più ampia di quella “piccola Europa” formata dai ventisette paesi dell’Unione Europea e comunque meno ampia dell’idea che dell’Europa hanno, tra gli altri, Lafont e Hagège, due autorevoli linguisti francesi, secondo i quali, superando il limite del Caucaso, dovrebbero essere inclusi entro i confini europei anche la Georgia e l’Armenia (in forza del loro comune passato cristiano e, per l’Armenia, anche in forza della tradizione indoeuropea); oltre ad Armenia e Georgia, dovrebbe essere incluso entro i confini europei anche tutto l’insieme delle regioni turcofone e iranofone dell’Eurasia: in altre parole, il complessivo spazio geografico ex sovietico dovrebbe essere considerato quale parte integrante dell’Europa. […] L’ex Unione Sovietica e la sua erede, la Russia di oggi, rappresentano insiemi “euro-asiatici” da considerarsi non completamente quali “interfacce” tra due distinte realtà continentali: l’Asia e l’Europa, propriamente dette; o, più semplicemente e più esplicitamente, l’ex Unione Sovietica e l’odierna Russia vanno interpretate come “periferie” dell’Europa, intesa quindi quest’ultima come realtà spazio-temporale “a sé” rispetto all’Asia. (pp. 13-14).

 

L’Europa linguistica è in netta prevalenza costituita da lingue della famiglia indoeuropea, eccettuati il basco (discendente da un sostrato pre-indoeuropeo), il maltese (lingua semitica), l’ungherese, il finnico, l’estone e il sami (appartenenti alle lingue uraliche), il turco di Turchia (lingua turcica) e il calmucco (lingua mongolica). Otto i principali gruppi linguistici indoeuropei:

‒ il gruppo delle lingue anatoliche;

‒ il gruppo delle lingue tocarie;

‒ il gruppo delle lingue celtiche;

‒ il gruppo delle lingue italiche;

‒ il gruppo delle lingue germaniche;

‒ il gruppo delle lingue balto-slave;

‒ il gruppo delle lingue indo-iraniche.

 

Banfi fornisce un’approfondita descrizione, oltre che dei gruppi estinti (le lingue anatoliche, sopraffatte dalla cultura e dalla lingua greca, e le lingue tocarie, soverchiate dalle lingue turciche e dal cinese), dei gruppi linguistici indoeuropei ancora oggi vitali e delle lingue “isolate” (neogreco, albanese e armeno), così dette perché non hanno lingue sorelle. Segue una altrettanto esauriente illustrazione del ruolo delle lingue classiche nella formazione, a decorrere dall’alto Medioevo, delle strutture politiche e linguistico-culturali del continente europeo («la storia di tutte le lingue dell’Europa medievale e moderna deve necessariamente essere collocata entro tale quadro di riferimento», p. 46; «Il greco e il latino, all’altezza dell’età imperiale romana, raggiunsero un livello progressivamente alto di convergenza linguistica e culturale: pur utilizzando ‘materiali’ diversi sul piano fonologico, morfo-sintattico e lessicale, […] le due lingue esprimevano comuni modelli culturali veicolati, in primo luogo, dalla comune cultura greco-latina e, in secondo luogo, dalla diffusione parallelamente nelle due lingue del comune messaggio cristiano. Johannes Kramer ha parlato, a proposito di tale situazione, dell’esistenza di una vera e propria koiné greco-romana di età imperiale», p. 48).

 

Il secondo capitolo è dedicato all’esposizione dei fatti extralinguistici che hanno determinato il costituirsi delle lingue europee dall’età basso-medievale alla moderna: l’Europa romano-germanica e bizantino-slava; l’emancipazione dei volgari dal latino; Stati e lingue nell’età rinascimentale; i grandi fatti dei secoli XVI, XVII, XVIII, XIX e XX; quanto al secolo in corso, esso sarà caratterizzato secondo l’Autore

 

da sempre maggiori aree ove domineranno forme di pluri- e multilinguismo, di diversa natura. Ai livelli comunicativi alti, nei settori del terziario aperti ai contatti internazionali, il bilinguismo lingua nazione-inglese (quando non, talvolta, il trilinguismo) sarà condizione sempre più normale.

L’internazionalizzazione degli scambi commerciali, la mondializzazione della ricerca tecnico-scientifica, la globalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa e dei modelli di vita hanno fatto sì che l’inglese, anche nella sua forma anglo-americana, abbia acquisito buona parte delle funzioni che il latino ebbe in età medievale. Ben diverso è però lo statuto socio-linguistico dell’inglese rispetto a quello del latino: nel Medioevo il latino era la sola lingua di cultura delle élite intellettuali, del resto numericamente limitate: oggi invece l’inglese, dominato per lo più in modo superficiale da un numero sempre più ampio di quadri, di tecnici, di addetti commerciali distribuiti in tutto il pianeta, è lingua di lavoro limitata a scambi ben determinati e ad attività specifiche. Inoltre, la legittimazione del latino in età medievale si fondava sul valore simbolico di una lingua che mediava un capitale culturale comune, laico e religioso, ereditato dal passato. Il non essere lingua di “una” nazione, bensì l’essere strumento sovranazionale, conferiva poi al latino medievale la funzione di veicolo di comunicazione “neutro”. Al contrario l’inglese, proprio in quanto lingua nazionale di un certo numero di Stati, è fatalmente privo della “neutralità” che era stata propria del latino medievale: ne consegue che l’inglese è da considerarsi lingua ausiliaria internazionale piuttosto che lingua sovranazionale. (p. 93).

 

A Nicola Grandi il formidabile cómpito di tracciare un profilo comparato delle moderne lingue europee; cómpito svolto in modo egregio non solo sul piano dei contenuti, ma anche — e non è pregio dappoco — in sede formale, grazie a un linguaggio non meno terso che denso.


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