26 settembre 2022

I segreti delle parole

 

Noam Chomsky e Andrea Moro

I segreti delle parole

Milano, La nave di Teseo, 2022

 

Quando due maestri dialogano tra di loro, non si può far altro che rimanere in silenzio e ascoltare (o immergersi in una lettura attenta). A maggior ragione quando si tratta di due studiosi che hanno inciso profondamente sui paradigmi della linguistica: Noam Chomsky e Andrea Moro.

 

Noam Chomsky, classe 1928, sfugge a ogni definizione. La nota biografica del risvolto di terza di copertina del volume I segreti delle parole sintetizza: «linguista, filosofo, scienziato cognitivo, saggista storico, critico sociale e attivista politico».

Oltre ad avere contribuito con i suoi studi a illuminare la strada della conoscenza del linguaggio, Chomsky si è sempre allontanato dal “discorso ufficiale”, proponendo un’analisi approfondita e pacata – non sempre gradita ai «padroni del mondo» – delle più attuali questioni di politica internazionale. Il suo ultimo libro è Perché l’Ucraina (Ponte alle Grazie).

Andrea Moro è professore di Linguistica generale alla Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia. Allievo di Chomsky al Massachusetts Institute of Technology (MIT), con il suo lavoro ha favorito l’incontro tra linguistica e neuroscienze, rivoluzionando gli studi sul rapporto tra linguaggio umano e cervello anche attraverso tecniche fondamentali di neuroimmagini come la PET (tomografia a emissione di positroni) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI).

«Quando s’incontrano due discipline, se un cambiamento può portare a un’unificazione, tale cambiamento non è mai unilaterale, e questo di certo vale per la linguistica formale e per la neurobiologia del cervello. La neurolinguistica, se mai riuscirà ad emanciparsi come disciplina autonoma, emergerà dal connubio tra una nuova linguistica e una nuova neuropsicologia, e non per la confluenza della prima nella seconda […] Le annessioni unilaterali, almeno nella scienza, o non hanno senso o sono propaganda» (p. 121).

 

Nel libro I segreti delle parole i due studiosi intrecciano una conversazione a tutto campo in cui, in maniera agile e sintetica, ed estremamente stimolante, ripercorrono le principali tappe di una rivoluzione iniziata a metà Novecento; al contempo offrono al lettore una prospettiva privilegiata, rendendolo partecipe – e testimone – della Storia della linguistica.

 

Il dialogo si incardina, tra le altre cose, su ciò che sappiamo del linguaggio umano (che, per quanto studiato, lascia sempre un margine di mistero), sulle cosiddette lingue impossibili («sistemi grammaticali che possono essere coerenti, completi e forse anche semplici nella loro natura ma che non rispondono alle proprietà formali specifiche del linguaggio umano e che, pertanto, non vengono riconosciuti dal cervello come dati linguistici e non vengono computati dalle reti naturali del linguaggio» - p. 118), sul modo in cui gli esseri umani imparano a parlare («[…] per usare le parole di Chomsky, i bambini imparano la grammatica proprio come imparano a camminare e a digerire» - p. 98), sul miraggio dell’infinita varietà di Babele, sulle lingue perfette e su molti altri aspetti che, oltre a offrire risposte, sollevano interrogativi. E questo modo di esplorare il linguaggio genera una meraviglia costante.

 

Nel capitolo conclusivo, Quel che resta del futuro: note a margine di una conversazione, Andrea Moro sottolinea: «Negli anni cinquanta del secolo scorso, nel pieno della rivoluzione strutturalista che, partita da Ferdinand de Saussure a Ginevra, aveva investito non solo il resto di Europa e gli altri continenti ma soprattutto altri dominî oltre quello della linguistica, si era certi di poche cose sul linguaggio ma due di queste apparivano conquiste assodate. La prima certezza era che Babele fosse un continente senza confini: le lingue possono variare “indefinitamente e senza limiti” (come sosteneva, autorevolmente, Martin Joos). La seconda certezza era che le regole strutturali di questo colossale artefatto fossero invenzioni pure e che le regole delle lingue fossero “convenzioni culturali di natura arbitraria” […] Un secolo dopo, abbiamo ancora poche certezze circa il linguaggio […] ma di certo sappiamo che quelle due certezze –variazione illimitata e pura convenzionalità delle regole – si sono rivelate completamente false» (p. 91).

 

È interessante notare come Chomsky e Moro riconoscano reciprocamente il contributo che ciascuno ha apportato nell’ambito degli studi linguistici, favorendo un cambiamento di prospettiva radicale. Entrambi dimostrano peraltro quanto sia indispensabile il dialogo attivo tra studiosi e l’osmosi tra scienze in apparenza distanti tra loro. L’amicizia e la stima mutua, che traspaiono da ogni parola del libro, sono elementi che impreziosiscono ancor più l’opera.

Noam Chomsky: «I tuoi esperimenti con un insieme assortito di materiali che si basavano sull’ordine lineare hanno mostrato che questa curiosa proprietà della nostra vita mentale si manifesta nelle operazioni del cervello. Ciò fornisce un fondamento neuronale alla distinzione tra lingue possibili e impossibili discussa in modo estensivo nel tuo libro Le lingue impossibili. Perlomeno a mio giudizio, queste sono finora le intuizioni più illuminanti della neurolinguistica» (p. 35).

Andrea Moro: «[P]enso che gli esperimenti che si possono immaginare in questo campo, soprattutto quelli che coinvolgono la sintassi – il nucleo fondamentale del linguaggio umano – possano essere effettuati solo se consideriamo le procedure generative, e la loro corrispondente forza esplicativa, che tu avevi immaginato e progettato come una linea guida negli anni cinquanta» (p. 39-40). «[È] stato possibile concepire gli esperimenti sulle lingue impossibili […] contando unicamente sui tuoi primi articoli degli anni cinquanta» (p. 32).

«Come accade in tutti i dominî scientifici, le rivoluzioni difficilmente sono opera di un solo individuo in quanto riflettono lo Zeitgeist che ha permesso che attecchissero; tuttavia l’innesco si può spesso attribuire all’intuizione di un singolo. Nel caso dello studio del linguaggio umano, è stato il programma di ricerca di Noam Chomsky, tecnicamente noto come “grammatica generativa” (o “grammatica completamente esplicita”), che ha fornito il contributo essenziale per questo cambio radicale di prospettiva e per demolire le due false credenze che guidavano allora i linguisti» (p. 90-91).

 

L’ultima domanda che pone Moro è anche un’indicazione di metodo e un tributo al maestro: «Cosa rimarrà della linguistica di oggi tra cinquecento anni? Potremmo forse non avere una risposta chiara, ma se ci troviamo nella condizione di formulare domande nuove per il futuro, l’essenza della scienza, certamente lo dobbiamo alla rivoluzionaria visione del linguaggio innescata da Noam Chomsky» (p. 127).

 

Con Il segreto di Pietramala (La Nave di Teseo, 2018), Andrea Moro ha vinto il Premio Flaiano. Nel romanzo, Andrea Moro si spoglia (solo in parte) dell’abito del linguista per indossare le vesti del romanziere. Sembra quasi che l’autore voglia rivolgersi ad una platea ancora più vasta di quella fatta, per così dire, di esperti o curiosi della lingua, e intenda condividere la sua passione per il linguaggio traducendola in una narrazione alla portata di un maggior numero di lettori. Una passione, la sua, che trapela da ogni pagina. Moro imbastisce una storia avvincente, inaugurando quasi un nuovo genere letterario che potremmo definire giallo linguistico. Qui sono narrate le vicende del linguista parigino Elia Rameau che, dovendo completare un atlante geolinguistico, viene spedito in Corsica. Scopre però tre cose che lo sorprendono: il paesino di Pietramala è abbandonato, in esso non sono presenti parole scritte e nel cimitero mancano le tombe dei bambini. Attraverso numerose peripezie, il giovane studioso arriverà fino a Manhattan, alla scoperta dei misteri e dei pericoli legati a questa lingua fantasma.

Tra i numerosi passi memorabili del romanzo, che non è possibile riprodurre nella loro completezza, mi piace concludere prendendo queste parole: «[…] Ireneo […] mi disse: “Sei sicuro che per capire si debba vedere? Gli occhi non possono conoscere la natura delle cose. Solo uno stupido pensa che le cose bianche siano fatte di particelle bianche: il bianco viene fuori dopo. Bisogna invece riconoscere che esistono cose nella realtà anche se non si vedono. Anzi, capire vuol dire proprio trasformare ciò che si vede ed è complicato in ciò che non si vede ed è semplice».

 

Per saperne di più

I padroni del mondo (Ponte alle Grazie) è il titolo italiano del saggio di Noam Chomsky Who Rules The World.

Andrea Moro alla Milanesiana: un testo sul linguaggio e l’arte (3 luglio 2022, Corriere.it)

Andrea Moro, Linguaggio , in Enciclopedia Italiana , IX appendice (2015), Treccani.it

 


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