28 settembre 2022

Morsi

 

Marco Peano

Morsi

Milano, Bompiani, 2022

 

 

Mordere ha a che fare con i denti, ma anche con la parola: addentare e dir male sono azioni che fanno della bocca un organo di senso ambiguo, come ambigui sono sia il morso che il linguaggio. Ne è consapevole Marco Peano ( Morsi , Milano, Bompiani, 2022) che, con la sua penna furiosa, costruisce una fiaba intrisa di realtà simbolica: ci sono gli adulti che, a furia di ripeterle, sembrano aver svuotato di significato le parole; e i bambini, con i denti da latte e l’incapacità di masticare il senso vergognoso di quei discorsi che, seppure non li riguardano, non li risparmiano: i più piccoli sognano parole che fanno paura e che divengono morsi. Vi è un pazzo, senza denti e per questo incapace di fare male a sé e ad altri; vi è un dubbio pre-adolescenziale che è racchiuso in una domanda: “Quando si bacia con la lingua … come si fa a non mordere l’altro e a non essere morsi a propria volta?”; vi è una scuola, che dovrebbe incarnare l’altare del senso e invece si rivela essere il “centro esatto del caos”; vi è il Natale, promessa simbolica della quiete domestica, che si trasfigura, invece, in un concentrato di tabù, nell’alba di tutte le morti. Infine, vi sono le masche , il cui potere si tramanda di donna in donna, da nonna a nipote, saltando, meticolosamente, una generazione.

 

 

Ricordando le streghe di Dahl

Vi son donne che possono fuggire al destino di strega, ma non esistono streghe in grado di sottrarsi al loro destino di donne, si sa. Certamente lo sanno i bambini, almeno da quando, con un celeberrimo romanzo per ragazzi ( Le streghe , 1983), Roald Dahl lo spiegò con una certezza quasi descrittiva. La citazione è d’obbligo, poiché anche Morsi , conferma lo stesso assioma, raccontando di una nipote che si ritrova a passare le vacanze con la nonna materna, in un paesino perso nel tempo e coperto dalla neve, sconvolto da un evento indicibile, “l’incidente”… Al di là del parallelismo, però, Marco Peano, con la sua scrittura saettante, vuole colpire la coscienza del lettore adulto e, per questo, narra una fiaba che chiede di essere decodificata su più piani.

 

 

Tra significante e significato

Vi è, innanzitutto, il piano del linguaggio, la cui struttura detta le regole di un macabro gioco. I protagonisti di Morsi avanzano, come equilibristi, sul crinale tra significante e significato, lungo la sottile linea di confine che separa il mondo reale da quello fantastico, il luogo dell’essere dal luogo del dire. “Aveva di nuovo sognato le parole”, così comincia il romanzo e continua: “Le accadeva spesso, quando passava la notte a Lanzo: una successione di lettere che sbocciavano una dopo l’altra mentre dormiva, e nessuna catena logica a guidarle. Le parole generate da quelle lettere sfilavano come su un nastro e si rincorrevano dando forma a frasi incomprensibili, risultando oscure anche al risveglio. Talvolta, appena spalancati gli occhi sul mondo reale, si sforzava di riacciuffare brandelli di senso…” A sognare le parole è Sonia, una bambina per cui molti vocaboli non sono “nient’altro che suoni” che lei tenta, inutilmente, di decifrare. Sua nonna Ada, la strega, invece “a un certo punto della vita … aveva imparato i segni”.

 

 

La fragile logica della parola

Alla dimensione del linguaggio si interseca il tema della crescita, il percorso nell’orrore che porterà Sonia e Teo – i due giovanissimi protagonisti – a valicare la dentellata cortina dell’infanzia: “Quell’evento di cui da giorni erano unici testimoni non sanciva la fine del mondo, ma solo la fine di un mondo: il loro.” Una spinta verso una maturazione affettata, all’interno dell’istituzione familiare, dove la logica della parola è talmente fragile da non essere in grado di svolgere il proprio ruolo: istituire l’esperienza del limite, segnare lo spartiacque tra ciò che può essere fatto e ciò che non deve avvenire. Nel piccolo paesino di Lanzo, metafora di un’intera generazione, le colonne crollano: gli adulti sono morti, assenti, alcolizzati, violenti, blasfemi. Individui troppo occupati a berciare “contro il mondo e contro la vita” per rendersi conto che è in atto, davanti agli sguardi innocenti dei bambini ( testimoni di quei disperati) , una simbolica, definitiva autoeliminazione: il giorno del giudizio si manifesta per mezzo di un’inspiegabile “infezione cannibale”.

 

 

Il mito di Erisittone

Ed ecco che, sul piano della crescita, appare il tema dell’uccisione simbolica dei padri: Marco Peano, con incredibile grazia, costruisce un romanzo/fiaba capace di emblematizzare la crisi dell’uomo moderno. A colpire, però, non è la mano di Edipo: i padri, le istituzioni, le forme, le leggi si smantellano da sé e ai figli – i giovani, gli eredi – non resta neanche la colpa…

D’altra parte è chiaro ai protagonisti che “diventare grandi significa imparare a dire addio”.

Un mito narra che Erisittone, uomo privo di regole, limiti e rispetto per la natura e per il divino, scatenò l’ira implacabile di Demetra; lei, la dea dell’abbondanza e del nutrimento, non dovette fantasticare molto per trovare una punizione originale: e fu così che Erisittone, affamato e insaziabile, finì per mangiarsi da solo. Marco Peano si spinge oltre, immaginando l’autofagia di un popolo. Ma è un’autofagia di gruppo ad azzerare gli abitanti di Lanzo, oppure una violenta scossa di terremoto? L’ambiguità regna nella narrazione, come regna nello sguardo – innocente e fantasioso – di Sonia e Teo. Al lettore la scelta, che ciascuno trovi la propria spiegazione. D’altra parte, potrebbe non essere poi così fondamentale stabilire la natura degli eventi che sconvolgono il paesino di Lanzo; basti pensare che Erisittone significa letteralmente: “colui che apre la terra”.

 

 

Il germoglio è nel dialetto

Resta una speranza, un germoglio, e il germoglio è nel dialetto (piemontese), che apre un nuovo piano dove, dalla demolizione del vecchio, si accede alla reinvenzione di ciò che, nelle radici, rimane. E ancora in tema di linguaggio, leggiamo Peano che dissemina una serie di corsivi, voci dialettali, dialettalismi e regionalismi di cui, non soltanto noi lettori, ma anche i due protagonisti ignorano il significato: sono solo suoni, riferiti a oggetti, tradizioni, ormai dimenticati. Meliga, merenda sinoira, putagé, papìn, masca, sukaj, rubatà, bocia, puciu, chintana, sgiai, gagni, conegrina, fricieuj, rumenta, peru-peru, erba brüsca, ciapinabò, fricandò, bagige, patela, bialera e via così. Il dialetto è il simbolo dell’incomunicabilità, del conflitto intergenerazionale, del fatto che “Lanzo era un posto da vecchi” dove erano rimasti soltanto i giovani. Sono non-parole e per questo possono essere utilizzate come un gioco, senza che a esse si attribuisca la responsabilità di un significato. Fin quando, proprio le parole, che sino a un certo momento non avevano avuto senso, cominciano ad acquisirne e i più giovani si riappropriano del linguaggio. La crescita, però, ha un caro prezzo: quello evidente, che si inerpica tra le tragiche pagine di Morsi, e quello simbolico, che qualche lettore attento saprà stanare al di là del narrato. Una cosa è certa: chi diceva, “non-dice” più, perché non è solo nel dire, ma soprattutto nel non dire (o nel non ascoltare) che si apprende l’alterità e, solo attraverso questo passaggio, si acquisisce l’identità.

 

Siamo proprio uguali noi due, sai? , non-disse suadente la voce di mamma Sara, nell’istante in cui le scarpe di Teo e la fronte di Sonia stavano quasi per fondersi con l’infinito.”

 

 

Immagine tratta dalla copertina del romanzo Morsi (Bompiani, 2022) di Marco Peano.

 


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