07 dicembre 2022

Settecentenario della morte di Dante (13-14 settembre 1321-2021)

 

AA.VV.

Settecentenario della morte di Dante (13-14 settembre 1321-2021)

Atti della manifestazione celebrativa di Roma (8-9 settembre 2021)

A cura di Bruno Itri

Roma, Salerno Editrice, 2022

 

Bruno Itri, pilastro della Salerno Editrice da oltre un trentennio, cura da par suo gli Atti della manifestazione celebrativa di Roma per il settecentenario della morte di Dante, promossa dalla Casa di Dante in Roma e dal Centro Pio Rajna sotto gli auspici dalla Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro.

 

Dopo i saluti del presidente del Centro Pio Rajna Enrico Malato e delle autorità presenti (il cardinale Gianfranco Ravasi, il ministro della Cultura Dario Franceschini, la ministra della Giustizia Marta Cartabia, il sindaco di Firenze Dario Nardella, l’assessore alla Cultura del Comune di Verona Francesca Briani, l’assessore al Turismo del Comune di Ravenna Giacomo Costantini) e un denso quadro storico ottimamente tratteggiato dal medievista Alessandro Barbero, l’economista appassionato di Dante Giuseppe Indizio ne traccia un accurato profilo biografico, cui segue — a firma di Corrado Bologna, docente di Filologia romanza all’Università «La Sapienza di Roma» — un saggio su La poesia di Dante , in cui si sostiene che «La Commedia è poesì ‘risorta’ perché sussume e supera il livello delle “rime”, dei molti poemata giovanili, e di tutta la ‘poesia’ lirica composta nella modernità nelle lingue neolatine, per traguardare un nuovo progetto mai prima pensato da alcuno, il poema sacro in volgare capace di emulare i poemi della classicità, la poesis e l’ ars poetica che la civiltà latina elaborò» (p. 85); alla Commedia spetta inoltre il titolo di poema per eccellenza perché il suo dictator divino è l’Universo, «il “cielo” che ha ‘composto’ la Commedia ‘con’ la “terra-Dante”, ‘attraverso’ di lui, ‘dentro’ di lui, in quanto Amore» (p. 86). Lo studioso rovescia la posizione crociana affermando che il rivoluzionario Dante «traguarda un’idea di poeta che ingloba e supera quella di artista , e dunque una categoria di poema sacro che sfugge alle regole retorico-stilistiche dell’ ars poetica , in quanto assume una materia in sé ineffabile, sovrastante qualsiasi modus , rectum , finis , callida iunctura . Sforzando il signum oltre il limite della significabilità, giungendo a dire l’indicibile, Dante sopravanza la stessa dialettica fra il rinnovamento formale e la profondità del contenuto, e realizza invece il suo progetto di “trasumanar”, adempiendo infine lo scopo programmatico di espressione in un vulgare illustre capace di superare la soglia dell’ineffabile attraverso una scrittura superiore a qualsiasi umana misura» (p. 107).

 

Pasquale Porro, ordinario di Filosofia medievale, Filosofia antica e Filosofia dantesca presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’ateneo torinese, s’incarica di chiarire il complesso pensiero dantesco, sgombrando il campo da una serie di equivoci, il massimo dei quali è rappresentato dal fatto che etichette come agostinismo , averroismo , tomismo ecc. sono creazioni della storiografia contemporanea e non già correnti dei secoli XIII o XIV; un solo esempio: è communis opinio che il XIV secolo sia caratterizzato dalla crisi dell’aristotelismo, mentre, secondo Porro, è certo «che il XIV rappresenti piuttosto il secolo della compiuta affermazione e del radicamento dell’aristotelismo nelle Università e nella cultura filosofica europea, e che Scoto e Ockham non possano certamente essere considerati “meno” aristotelici di Tommaso. Analogamente, sembra oggi difficile difendere la tesi, anch’essa comunemente accettata nella storiografia di matrice neoscolastica […], che il Trecento segni la fine di quella ‘luna di miele’ tra filosofia e teologia che si riteneva si fosse perfettamente realizzata, nel secolo precedente, proprio con Tommaso D’Aquino: è vero invece che negli anni di Dante e nei decenni immediatamente successivi prendono forma articolazioni diverse tra i due ambiti, dopo gli attriti precedenti e la grande crisi del 1277, come mostra per esempio il celebre dialogo (a prima vista impossibile) tra teologi e filosofi messo in scena da Duns Scoto nel Prologo dell’ Ordinatio » (p. 121).

 

Il filosofo, medievista e accademico svizzero Ruedi Imbach riflette sulla fede e sul pensiero teologico in Dante, identificando prima il nucleo della dottrina cristiana, poi i momenti più salienti dell’insegnamento religioso di quel grande, per giungere alla conclusione che «la dottrina religiosa di Dante può essere interpretata come una straordinaria sintesi tra l’idea metafisica dell’amore e la concezione cristiana: l’amore come tendenza al bene, l’amore come dono del bene, l’amore che muove il cielo e la terra e l’amore che è la salvezza dell’uomo» (p. 178).

 

Infine, la storica della lingua italiana Giovanna Frosini dell’Università per Stranieri di Siena, accademica corrispondente della Crusca e condirettrice degli «Studi linguistici italiani» diretti dal compianto Luca Serianni, si cimenta in un’impresa da far «tremar le vene e i polsi»: un saggio sulla lingua di Dante. Accenniamo ai concetti più notevoli. Nell’ultimo Duecento il volgare fiorentino, per motivi storici oltre che economici e letterarî, passa da una fase arcaica (dugentesca) alla fase “classica” che contraddistinguerà l’aureo Trecento: «Evoluzione significa in una lingua una complessa compresenza […] di fattori dinamici, evolutivi, alcuni in regresso altri in espansione, la cui durata e tenuta potrà poi essere più agevolmente verificata sulla lunga distanza del secolo a venire. Il fiorentino due-trecentesco non esiste dunque come entità monolitica e astratta: possiamo individuarlo e qualificarlo come una realtà poliforme, plurale, evolutiva, e alla scansione dei fenomeni si dovrà prestare una cautelata attenzione» (pp. 179-180). La novità della lingua dantesca nel poema è rappresentata — prosegue Frosini — dalla cura del livello formale, in particolare di quello lessicale, con una particolare attenzione ai meccanismi di formazione, al fine di «ampliare le potenzialità generative del nucleo lessicale» (pp. 183-184); citiamo una delle esemplificazioni addotte: « Acceffare è raro, nella sua storia, quanto inluiare , anche se diverso è il gradiente di invenzione dantesca: inluiare è un neologismo di Dante, acceffare ha un antecedente noto, in quanto deriva da ceffo , che è a sua volta parola non comune; essa rimanda a un preciso circuito della poesia realistica ( ceffo si trova in Rustico Filippi), e appare perciò dotata, agli occhi di Dante, di quella patente di letterarietà che già all’esame di Bruno Migliorini era apparsa essenziale come principio che ha guidato la scelta del poeta» (pp. 182-183): non possiamo esimerci dall’eccepire che l’«antecedente noto» è ceffo , non acceffare , e che il «gradiente dell’invenzione dantesca» è in ambo i casi identico: le basi lui e ceffo vengono con egual perizia utilizzate per la creazione del parasinteto verbale; anzi, inluiare supera in pregnanza espressiva l’altra coniazione di molte lunghezze in quanto trattasi non di un nome, bensì — somma maestria onomaturgica — di un pronome personale.

 


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