30 novembre 2020

Il titano “beethoveniano”

Beethoven e i suoi deonomastici

 

“Troppo rade volte si offrono tra noi le occasioni di udire simili capolavori perchè [sic] non sia nostro dovere il commendare a nome dei buoni cultori della musica lo zelo dei valenti professori ed allievi che nella gran sala dell’I.R. Conservatorio eseguirono la mattina della scorsa domenica questo magnifico Oratorio Beethoveniano” (Gazzetta Musicale di Milano, [anno I], n. 13, 28 marzo 1842, p. 52): così l’aggettivo di relazione beethoveniano fa il suo ingresso nella lingua italiana a meno di vent’anni dalla morte del musicista tedesco negli anni Quaranta dell’Ottocento, e lo fa soprattutto per merito del critico Isidoro Cambiasi, autore di molti articoli sul musicista tedesco pubblicati dalla stessa rivista milanese (la prima attestazione finora nota di beethoveniano ricorreva negli scritti del grande compositore, pianista e intellettuale Ferruccio Busoni, 1884, nell’opera Lo sguardo lieto, GRADIT).

Va detto che lo stesso Cambiasi fa ancora meglio qualche anno dopo nell’aperta e sincera venerazione verso il Titano: “La nona sinfonia con cori (Op. 125), il più gigantesco monumento istrumentale che il secolo XIX possa vantare, impose, scosse, trasportò: tutti rimasero soggiogati dal sovraumano potere del genio che si libra nelle più alte regioni dell’emisfero musicale, sì che talvolta rendesi quasi invisibile. Non crediate ch’io voglia azzardarmi ad analizzare la maggior epopea sinfonica; il culmine di essa è intangibile per la prosa. Liberamente vi dirò invece essere vergogna pel pubblico italiano, o per chi ad esso offre pasto musicale, la trascuranza delle sorprendenti opere beethoveniane. Quando mai i nostri artisti si torranno dal deplorabile loro letargo!” (Gazzetta Musicale di Milano, anno IV, n. 34, 24 agosto 1845, pp. 144-145). Appare chiaro, così, che nel significato, del tutto neutro, di ‘relativo a Beethoven e alla sua opera’ l’aspetto puramente denotativo di beethoveniano lascia il passo, sin da subito, alla connotazione titanica.

Nella stessa scia si muove la stampa quotidiana, per definizione aperta a un pubblico più ampio. Anche qui, accanto a contesti puramente denotativi (“sinfonie sullo stampo beethoveniano”, La Stampa, 7 ottobre 1911), si fanno strada prepotenti giudizi connotativi, come “La gioia beethoveniana inondò gli animi” (8 giugno 1919) o “chi non sente che un tema beethoveniano è un mondo a sè [sic], intraducibile, incomparabile, indivisibile” (27 ottobre 1920), “Anche il «dolore» beethoveniano è il più puro e il più alto” (13 ottobre 1926).

Non sono, peraltro, molti i derivati deonomastici di Beethoven: da una parte, l’affermazione così precoce di beethoveniano blocca immediatamente possibili concorrenti (come beethovenista o beethovenistico, mai nati), dall’altra si crea una rete di solidarietà, fatto sempre molto importante nella circolazione del lessico intellettuale europeo, con l’inglese beethovenian (dal 1890, Shaw, OED), il francese beethovénien (dal 1900ca., D’Indy, TLFi), lo spagnolo beethoveniano (1923-1974, articoli di José Bergamín, CORDE).

I materiali del Deonomasticon Italicum, messici a disposizione con liberalità da Wolfgang Schweickard e Francesco Crifò, ci ricordano l’esistenza del relativamente recente avverbio beethovenianamente (Luigi Della Croce, Ludwig van Beethoven. Le nove sinfonie e le altre opere per orchestra, Pordenone, Studio Tesi, 1986, p. 249; retrodatabile almeno al 1930, Fausto Torrefranca, Le origini italiane del romanticismo musicale, Milano, Bocca, p. 251) e dei prefissati prebeethoveniano (Arnfried Edler, Schumann e il suo tempo, Torino, EDT, 1991, trad. it. di Laura Dallapiccola, p. 143) e postbeethoveniano (almeno dal 1979, Mario Rinaldi, Il teatro musicale di Antonio Vivaldi, Firenze, Olschki, p.1). Più interessante, sul piano culturale, è invece beethovenismo, inteso come ‘atteggiamento culturale che riprende temi e motivi beethoveniani’, un neologismo d’autore, se è vero che a usarlo per primo in italiano sembra essere stato Giovanni Papini: “Questo sciapito impasto di beethovenismo austero, di sehnsucht romantica, di umanitarismo svizzero, di astrattismo francese, di eroismo carlyliano, a volte solleva momentaneamente ma più spesso assopisce e disgusta”, scrive nel 1913 su Lacerba (p. 16). Naturalmente beethovenismo ricorre anche in contesti meno militanti e polemici, in riferimento ai debiti contratti da altri musicisti ottocenteschi nei confronti del gigante di Bonn: “Il beethovenismo di Brahms, potremmo dire, è tecnico: Brahms riprende da Beethoven il principio della costruzione di più temi originati da una sola cellula. Il beethovenismo di Liszt è culturale” (Piero Rattalino, La sonata romantica e altri saggi sulla letteratura del pianoforte, Milano, Il Saggiatore, 1985, p. 179).

 

Il Titano di Bonn

 

E se Bach è “il grande artigiano” (così nella collezione di vinili della Fabbri pubblicata nel 1978 su cui tanti di noi si sono formati come utenti non professionali della musica classica), se Mozart è “l’anima della musica”, Beethoven è “il titano”; nello specifico, “il titano di Bonn”. Leggiamo allora qualche giudizio già ottocentesco: “Qui finiscono le particolarità sulla infanzia, ed incipiente giovinezza del Titano musicista” (La Gazzetta Musicale di Milano, anno VI, n. 52, 29 dicembre 1847, p. 412: ancora una volta, Isidoro Cambiasi); “I singhiozzi scoppiarono da tutte le parti, quando gli avanzi del Titano furono calati nella fossa e i suoi amici ed ammiratori furono invitati a gittare le prime manate di terra in quella tomba che stava per chiudersi per sempre” (La Gazzetta Musicale di Milano, anno XXXII, n. 37, 16 settembre 1877, p. 301, in una cronaca a cinquant’anni dai funerali del musicista); “Beethoven fu il più grande fra i compositori di musica istrumentale ed il vero titano della sinfonia classica” (1894, Giuseppe Branzoli, Manuale storico del violinista, Firenze, Genesio Venturini, p. 77); “Ma qui trattasi della grand’arte del Titano di Bonn!” (Amintore Galli, Estetica della musica, Torino, Fratelli Bocca, 1900, p. 219). Lo stesso accade nei giornali quotidiani; torniamo quindi alla banca dati de La Stampa di Torino, in cui si leggono di frequente, sparsi per tutto il Novecento, giudizi come “Nei giornali italiani del tempo di Beethoven si leggono locuzioni come «genio immortale, sommo Alemanno, Titano della musica strumentale»” (26 marzo 1927), “Titano dei musicisti” (27 marzo 1927), “Il Beethoven titano della libertà” (30 maggio 1981).

 

L’Atlante corrucciato

 

Naturalmente Ludwig van Beethoven tutto è tranne un uomo che ha costruito il suo personaggio per apparire com’era: non stiamo parlando di una personalità multimediale, neanche ante litteram. E però la sua iconografia, così vicina al prototipo romantico dell’artista combattuto, tenebroso, morto in povertà, ha molto concorso alla sua popolarità presso il grande pubblico. E così la sua “testa leonina ben nota a tutti i viennesi” si attacca bene con un paio di giudizi forse impietosi nelle intenzioni, uno di Goethe (“è un selvaggio”) e uno di Cherubini (che definisce la sua casa “una tana per gli orsi”) (tutte le citazioni sono tratte dalla bella monografia della redazione della Fabbri, Beethoven e il primo romanticismo, Milano, Fabbri, 1964, p. 19).

Per quanto l’insistenza generale su questi aspetti generi ogni tanto qualche fastidio (“Mauri è rimasto anche alla larga dalle tentazioni della biografia romanzata: oltre che all’epistolario e ad altri documenti, si è attenuto scrupolosamente ai Quaderni escludendo per fortuna ogni ricamo aneddotico sulla convenzionale e abusata immagine del Titano”, La Stampa, 11 aprile 1974), gli esempi di questo genere abbondano. Ne segnaliamo uno per secolo: “Wagner […] se ne servì per emanciparsene, rimanendo forse unicamente aggrappato alla chioma scomposta di quel Titano della musica, il Beethoven” (Almanacco pel 1864, Milano, Tipografia di G. Bozza, p. 8); “Davanti alla sua maschera, subito la gente pensa rapita al sublime, all’eccelso, al sovrumano che concorsero a far di lui un titano, anzi un Atlante corrucciato, con tutto il peso del mondo sulle spalle (La Stampa, 11 settembre 1957).

Nel corso del Novecento, alla popolarità pop (usiamo volutamente l’aggettivo, che ha un senso almeno dagli anni Settanta in poi) di Beethoven hanno contribuito prima la disseminazione della sua musica orchestrale da parte delle bande musicali, la cui importanza nella diffusione popolare della musica classica non si loderà mai abbastanza; poi l’adozione dell’Inno alla gioia della Sinfonia in re minore, op. 125 “Corale” come inno dell’Unione Europea; e infine, e non certo per importanza, il potentissimo attacco della Sinfonia n.5 in do minore op. 67, per antonomasia la Quinta: un attacco talmente pervasivo nella cultura popolare mondiale da essere persino diventato, nel più puro kitsch degli anni Ottanta, il tema di un clacson per automobili. Lo imparò bene a sue spese – ci si permetta di chiudere con questa nota di colore istruttiva per comprendere quanto la fama del musicista sia capillare anche tra chi probabilmente di lui conosce appena il nome – un signore di un piccolo Comune del Sud Italia, Calimera (quindi concittadino di chi scrive), il quale comprò entusiasta un’auto che aveva come suoneria l’attacco della Quinta, scoprendo poi dopo qualche giorno di essere stato appunto soprannominato Beethoven dai suoi concittadini per via del clacson: un soprannome che ancora porta, nonostante che siano passati gli anni e che la sua vecchia auto sia ormai un ricordo. Se le vie di Beethoven non sono infinite, insomma, poco ci manca.

 

Immagine: Beethoven compone la Missa Solemnis, ritratto di Joseph Karl Stieler

 

Crediti immagine: Joseph Karl Stieler, Public domain, via Wikimedia Commons


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