30 novembre 2020

Il Testamento di Heiligenstadt

 

È il 6 ottobre 1802. Beethoven ha appena 32 anni. Si trova, su consiglio del suo medico, ad Heiligenstadt in una piccola casa (oggi trasformata in museo), allora nella periferia di Vienna. Qui il grande compositore redige un breve testo, passato alla storia come “Testamento di Heiligenstadt” (il nome “d’arte” gli fu affibbiato da un giornale di Lipsia, il Pfennig-Magazine; Buscaroli 2020: 436), indirizzato ai suoi due fratelli, ma mai spedito e ritrovato fra le sue carte solo dopo la morte, nel quale lascia alle generazioni che verranno una chiave di lettura per interpretare non solo la sua tragedia personale, ma anche alcuni aspetti sostanziali della sua arte.

Nonostante che alcuni studiosi e critici beethoveniani abbiano varie riserve sul documento (perché non è mai stato diffuso, ed è di fatto reso inutile dopo la morte del fratello Karl, cfr. Buscaroli 2020: 437), si tratta di una testimonianza “di bruciante immediatezza esistenziale e di grande spessore ideologico” (così si esprime Paolo Gallarati, in una recente rievocazione dell’Artista), una confessione accorata, segno incontrovertibile di un periodo di sconforto violento in cui forse idee suicide serpeggiarono nella sua mente.

 

Il dramma di un Titano

 

L’incipit ci mette subito di fronte alla situazione drammatica che egli sta vivendo: O voi uomini che mi ritenete o mi fate passare per astioso, folle e misantropo, come siete ingiusti con me! Voi non conoscete le segrete ragioni di ciò che vi sembra. Rabbia e scoramento si possono leggere nella climax iniziale (astioso, scontroso o addirittura misantropo: feindselig, störrisch oder misantropisch) e nell’insistita anafora dei pronomi personali (voi…voi…vi…).

Beethoven ha preso atto, e lo esprime chiaramente con parole lucide e dure (costretto alla prospettiva di un male duraturo dauernden Übels, la cui guarigione richiederà forse anni, se non è addirittura impossibile) della crudeltà e della spietatezza della malattia che lo ha colpito – la peggiore delle iatture per un musicista –: una sordità che si portava dietro ormai da qualche anno.

Il dramma della perdita dell’udito (in una lettera all’amico Wegeler chiamerà la sua salute demone geloso) ha come conseguenza un radicale cambiamento dei suoi rapporti pubblici e un progressivo isolamento dalla vita sociale (ho dovuto ben presto isolarmi e trascorrere la vita in solitudine. Se anche io volevo, talora, superare tutto questo, oh, come duramente venivo respinto dalla consapevolezza doppiamente triste del mio udito). Ma, soprattutto, la sordità rischia di minacciare davanti al mondo la sua credibilità di musicista (come potrei rivelare proprio la debolezza di un senso che io dovrei possedere più perfetto di ogni altro), tanto che egli ha vergogna nel manifestare la sua malattia: non mi era possibile dire agli uomini: “Parlate più forte, gridate, perché io sono sordo” (sprecht lauter, schreit, denn ich bin taub) che vive come un’umiliazione, sentimento reso vividamente con una marcata anafora di verbi udire e sentire posti in parallelismo in un altro punto del Testamento (quale umiliazione […] quando avevo vicino qualcuno che udiva in lontananza un flauto ed io non sentivo; lui udiva il pastore cantare, e ancora io non sentivo niente).

L’artista ritiene, pertanto, penosamente di doverla nascondere agli occhi del mondo (perdonatemi dunque se mi vedrete vivere in disparte; debbo vivere come un proscritto; se mi avvicino alla gente, vengo sopraffatto da un’angoscia divorante, per il pericolo, che allora corro, di rivelare il mio stato).

Beethoven era un musicista, certo, ma anche un uomo di cultura. Non dimentichiamo che con lui la figura del musicista cambia status e si apre alle diverse sollecitazioni extramusicali provenienti dagli ambienti accademici e dai circoli letterari: il “non sentire” e il non potersi rapportare col mondo rappresentava per lui un deciso impoverimento intellettuale (reso, retoricamente, con un’angosciante climax: für mich darf Erholung in menschlicher Gesellschaft, feinere Unterredungen, wechselseitige Ergiessungen nicht statthaben per me non esiste il ristoro della compagnia con i miei simili, delle delicate conversazioni, delle mutue confidenze’).

Da questo punto di vista, i cosiddetti Konversationshefte (‘quaderni di conversazione’), dei taccuini in cui egli rispondeva a domande che gli erano poste dal pubblico (circa undicimila pagine manoscritte), costituiscono una testimonianza di valore inestimabile per comprendere con quale tenacia Beethoven tenesse ai rapporti con l’altro.

 

La salvezza è nella Musica

 

Lo stato d’animo del grande musicista non è facilmente comprensibile per un “profano”: la disperazione lo porta anche a pensare al suicidio (Poco mancò che io stesso non mettessi fine alla mia vita), ma, come recita il Testamento, soltanto lei, l’Arte, mi ha trattenuto: toccante, ma allo stesso tempo quasi toccabile con mano, è la personificazione della sua Arte che – essa soltanto – dà al grande compositore la forza di arrestare quel disperato e insano gesto.

La Musica diventa l’unica salvezza e diviene rivelatrice/svelatrice della vita del suo creatore, strumento conoscitivo di quei valori posti in alto nella scala gerarchica, un ponte tra l’uomo e l’oltre. La creazione artistica idealizza e trasforma il dolore in oggetto di contemplazione estetica. Eros vince su Thanatos, la vita vince la morte.

Il potere “medicamentoso” dell’arte si carica nel grande Musicista di una forte vis morale: egli “sente” la responsabilità di non dover sprecare i doni che la natura gli ha dato che ha il dovere di condividere con l’umanità intera: mi sembrava impossibile dover lasciare il mondo prima di aver compiuto tutto quello per cui sentivo di essere stato creato.

Il suo coraggio e la sua forza vanno oltre i limiti dell’umano (così prolungai questa vita miserabile, veramente miserabile): l’uomo Beethoven supera gli ostacoli derivati dalla crescente sordità e utilizza l’udito interno a sé stesso, l’orecchio del cuore, per dare spazio all’immaginazione e ascoltare la sua creazione. Come non ricordare la Sinfonia n.5 in do minore op. 67, quella del destino che bussa alla porta (secondo il commento dell’amico Anton Schindler), proprio quel destino tragico e terribile, cieco e spietato, sordo e brutale contro cui l’uomo combatte coraggiosamente, superando pregiudizi e tabù. Durante i quattro tempi, il tema del Destino – formato da quattro note (le famose tre più uno) dal carattere ritmico-tensivo –, si evolve alternando a momenti melodici ed elegiaci, linee tematiche concitate e decise e avanzando, come predestinato, verso una conclusione che afferma la titanica lotta del bene e del male.

Nelle ultime righe del testo ritorna la consapevolezza della propria grandezza, pur nella sofferenza. Qui Beethoven non si rivolge ai suoi fratelli, ma l’apostrofe è diretta all’umanità intera: o uomini, se un giorno leggerete queste mie parole, pensate che mi avete fatto torto, e se tra voi c’è un infelice, si consoli a incontrare un suo consimile, uno che, ad onta di tutti gli ostacoli della natura, ha fatto tuttavia quant’era in suo potere per essere ammesso nella schiera degli artisti e degli uomini degni. Non solo. L’Artista spera che quella morte, che solo poche righe prima solo la sua Arte aveva allontanato, tardi ancora (se essa, però, giungesse prima che io abbia avuto il tempo ed il mezzo di sviluppare tutte le mie facoltà artistiche, essa verrebbe ancora troppo presto, nonostante il mio duro destino, ed io, in questo caso, vorrei che tardasse ancora).

Beethoven compirà fino in fondo il proprio dovere: partendo dalla Sinfonia n.6 in fa maggiore op.68 “Pastorale” fino alla magnifica Sinfonia n.9 in re minore op. 125 “Corale”, approderà alla gioia luminosa e conclusiva di un travagliato percorso esistenziale.

 

Suggerimenti di lettura

Il testo del Testamento in italiano è tratto da W. Riezler, Beethoven. Saggi (Milano, Ghibli, 2014, pp. 40-45).

Il testo del Testamento in tedesco è tratto da Il testamento di Heiligenstadt = Das Heiligenstädter Testament / Ludwig van Beethoven; a cura di B. Rossi (Udine, Pizzicato, 1992).

La rievocazione di Beethoven a cura di Paolo Gallarati è consultabile al link: https://www.accademiadellescienze.it/attivita/noi-chi-siamo/soci-che-parlano-di/testamento-di-heiligenstadt-05-2020

Nell’impossibilità di citare la sterminata bibliografia su Beethoven si rimanda almeno a P. Buscaroli, Beethoven (Milano, Mondadori, 2020); W. Hess, Beethoven in Dizionario Enciclopedico Universale della Musica (Torino, UTET, 1990); G. Pestelli, Il genio di Beethoven: Viaggio attraverso le nove Sinfonie (Roma, Donzelli, 2016); V. Volterra (a cura di), Melancolia e musica. Creatività e sofferenza musicale (Milano, Franco Angeli, 2002).

 

Immagine: Il Testamento di Heiligenstadt

 

Crediti immagine: Ludwig van Beethoven, Public domain, via Wikimedia Commons


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