25 giugno 2018

Parole e storia del rugby

Contrariamente a quanto molti pensano, il rugby non nasce dal calcio e il calcio non nasce dal rugby: entrambi, però, hanno un antenato comune, il football giocato nei college inglesi fino alla metà dell’Ottocento, che di fatto non era ancora né il calcio moderno, né il rugby come oggi lo intendiamo, eppure era “in nuce” entrambe le cose. Di certo, non si può parlare di calcio prima dell’azione normativa operata dalla Federazione inglese (la Football association) al fine di uniformare i regolamenti allora esistenti; lo stesso può dirsi del rugby, prima della fondazione Football Rugby Union, la prima federazione rugbistica nazionale. Per i due sport, quindi, potrebbero essere scelte come date post quem le fondazioni delle due federazioni: il 1863 nel primo caso, il 1871 nel secondo (più tardi, le modifiche ai regolamenti vennero affidate a due organizzazioni internazionali, l’International Football Association Board e l’International Rugby Football Board, nate entrambe nel 1886). Secondo la leggenda, si deve a William Webb Ellis, uno studente della città di Rugby, l’invenzione del gioco che prese il nome da quella città: nel 1823, durante una partita di football, Ellis raccolse la palla con le mani, corse verso l’area avversaria (azione vietata dal regolamento) e la depositò oltre la linea di fondo. In realtà, per quanto ancor oggi siano presenti nei pressi della Rugby School una statua bronzea di Ellis e una lapide commemorativa che fissa al 1823 la nascita del nuovo sport, le cose andarono in modo diverso: calcio e il rugby si separarono definitivamente dopo la metà dell’Ottocento, e più precisamente nel 1863, quando alcuni club inglesi decisero di approvare le Football Association Laws.

 

Vietato il calcio negli stinchi

 

Il nuovo regolamento si fondava essenzialmente sulle Regole di Cambridge, già adoperate in quel college fin dal 1848, ma integrava a queste anche alcune norme tratte dalle Regole di Sheffield, con cui si giocava a football nel nord dell’Inghilterra e nelle Midlands. In particolare, i membri della federazione decisero di accettare la proposta dei delegati dello Sheffield FC che chiedevano di vietare l’hacking (‘calcio negli stinchi’) e la corsa con la palla nelle mani, peraltro due delle caratteristiche fondamentali del football praticato a Rugby. Per tutta risposta, i rappresentanti di alcune società decisero di lasciare l’associazione. Nel 1871, i club inglesi che non si riconoscevano nel regolamento della Football association – e tra questi il Blackheath F.C. e il Civil Service F.C., che pur erano stati tra i suoi fondatori – diedero vita a una nuova federazione, la Rugby Football Union, che tuttavia finì per dividersi già nel 1895, quando alcune rappresentative del nord dell’Inghilterra formarono la Northern Rugby Football Union (poi Rugby Football League). I cambiamenti alle regole di gioco apportati dalle due federazioni furono così profondi che vennero a crearsi due varianti assai differenti, distinte persino nel nome: la Rugby Football Union sovrintendeva il rugby union (ancor oggi la variante più diffusa al mondo, che si gioca con squadre di 15 uomini), mentre la Rugby Football League disciplinava il rugby league (con squadre formate da 13 giocatori).

 

«Importato dai Galli in Inghilterra»

 

Secondo i repertori lessicografici, la voce rugby (dal sintagma rugby football ‘football (con le regole) di Rugby’, attestata in inglese fin dal 1864, compare in italiano molto tardi: di norma la data alla quale si fa riferimento è il 1927, ma solo il DELIN cita come fonte la quinta edizione del Dizionario moderno di Alfredo Panzini (mentre il GDLI propone passi tratti dalla seconda edizione della Piccola Enciclopedia Hoepli dello stesso anno); Panzini, tuttavia, riporta la voce fin dalla prima edizione (1905), nel commento alla voce foot-ball (sebbene per errore scriva «rugly», sia qui sia nella seconda edizione del 1908, correggendo nella terza del 1918), e la lemmatizza soltanto nella sesta (1931): «Rugby: (ragbi): voce dello sport: gioco del pallone ovale, specie di palla al calcio (foot-ball); dal nome della città inglese Rugby. Se il nostro atletico gioco del pallone avesse nome inglese, che fortuna!» (p. 586). In realtà, l’anglicismo era presente nel lessico sportivo italiano da molto tempo, come ha dimostrato Nichil 2018 (p. 24): se infatti alla fine dell’Ottocento il Corriere della sera già parla del «football, colle regole di Rugby» (26 aprile 1894, p. 1), la Stampa traccia pochi anni dopo persino un breve profilo storico del nuovo gioco: «Fu importato in Inghilterra dai galli in tempi assai lontani; si ebbero due specie di Football: l’una corrisponderebbe su per giù all’attuale “Foot-ball-Rugby”» (28 gennaio 1898, p. 2). Il primo nome dello sport in italiano – come dimostrano anche le successive attestazioni (cfr., a titolo d’esempio, La Stampa del 4 marzo 1901, p. 2, e del 16 dicembre 1902, p. 2, il Corriere della sera del 18 dicembre 1905, p. 3) – fu quindi football rugby, con ordine dei costituenti invertito rispetto all’inglese rugby football. In realtà, il gioco si diffuse abbastanza precocemente in varie parti del mondo (soprattutto in Francia, ma anche in paesi lontani come Australia e Nuova Zelanda), ma non in Italia, dove arrivò tardi e per di più tardò ad affermarsi, sebbene il suo nome, ridotto semplicemente a rugby, continuasse a essere impiegato nel linguaggio sportivo dell’epoca (talvolta anche in riferimento al football americano, in questo periodo non di rado indicato come rugby americano, certamente a denotare l’affinità tra i due sport).

 

1928, il primo campionato italiano

 

Inizialmente i centri propulsori del rugby in Italia furono Milano e Torino, dove nel 1910 nacque la prima squadra italiana, il Rugby Club Torino. Si trattava però di fenomeni isolati, tanto che dovettero passare molti anni perché questo sport potesse aver fortuna in Italia: il momento decisivo può essere fissato nell’estate del 1927, quando Stefano Bellandi – rugbista, calciatore, arbitro, dirigente e giornalista sportivo – promosse dalle pagine della Gazzetta dello sport un «Comitato Nazionale di Propaganda del Giuoco della Palla Ovale (Rugby)». All’organizzazione (che l’anno successivo si sciolse per dar vita alla Federazione Italiana di Rugby) presero parte alcune personalità che già avevano animato il movimento rugbistico milanese nel decennio precedente, fra questi Pietro Mariani, che ne divenne presidente, e lo stesso Bellandi, che acquisì la carica di segretario. Un anno dopo la Federazione organizzò il primo campionato nazionale. Proprio in quel periodo, però, i giornali italiani cominciarono a indicare questo sport come (gioco della) palla ovale (cfr. La Stampa, 11 febbraio 1928, p. 5, Tutti gli sports, anno V, n. 27, 1-8 luglio 1928, p. 2, Lo Sport fascista, anno I, n. 4, settembre 1928, p. 110), sebbene la voce rugby fosse ormai radicata nel lessico, tanto da comparire nel nome della Federazione. Curiosamente, l’espressione palla ovale, che ai più appariva un perfetto esempio di “italianizzazione” del lessico sportivo, ricordava molto da vicino il fr. ballon ovale, attestato con questo significato già alla fine dell’Ottocento: non è possibile stabilire con certezza quanto la voce francese abbia potuto influenzare la parola italiana, ma è un fatto che il lessico italiano del rugby – sia in quel periodo sia tutt’ora – dipenda forse in modo maggiore dal francese, piuttosto che dall’inglese, che pure ne fu la “lingua madre”. D’altra parte, uno dei pionieri di questo sport in Italia fu Pietro Mariani, che aveva introdotto il nuovo sport a Milano agli inizi del Novecento, dopo averlo scoperto da emigrante in Francia.

 

La denominazione di palla ovale

 

Certamente, invece, anche in assenza dei un archivio storico della Gazzetta dello sport, che sarebbe preziosissimo in questo caso, è possibile retrodatare la prima attestazione di palla ovale (pallaovale, pallovale), per cui i repertori rimandano di solito al 1942: palla ovale, infatti, compare già sul Corriere della sera del 31 ottobre 1928 («il giuoco della palla ovale», p. 5), mentre le varianti pallaovale e pallovale sono attestate rispettivamente nel 1932 (cfr. Il Littoriale del 26 aprile, p. 5, e La Stampa della sera  del 2 novembre, p. 2) e nel 1933 (Piero Paselli, Pallovale, in Lo Sport fascista, anno VI, n. 1, gennaio, pp. 19-20).

 

L’autarchico rugbi perse contro rugby

 

Ad ogni modo, l’innovazione onomastica, che pure coinvolse la federazione che mutò nome in Federazione Italiana Palla Ovale (FIPO), salvo poi cambiare nuovamente denominazione qualche tempo dopo in Federazione Italiana Rugbi (FIR), non riuscì a scalfire il dominio della voce rugby, che al contrario resistette, tanto da comparire a partire dal 1934 nel titolo del bollettino omonimo «edito dalla Federazione Italiana Rugby». Neanche la scelta degli accademici d’Italia che nel XII elenco di sostituzioni (ottobre 1942) proposero per rugbi, italianizzazione grafica dell’originale inglese ebbe molta fortuna. Qualche anno dopo, così, Caretti (1951) constatava che «rugby addirittura la vince largamente su “palla ovale”» (p. 14).

 

Testi citati

Caretti 1951 = Lanfranco Caretti, Noterelle calcistiche, «Lingua nostra» 12, pp. 14-18.

Nichil 2018 = Rocco Luigi Nichil, Il secolo dei palloni. Storia linguistica del calcio, del rugby e degli altri sport con la palla nella prima metà del Novecento, con prefazione di Wolfgang Schweickard, Strasbourg, ÉLiPhi.

 

 

 


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