05 dicembre 2017

8 settembre

8 settembre è un crononimo lessicalizzato che, come accade nei rari casi del genere (25 luglio, 11 settembre, forse anche 25 aprile), non è registrato dai dizionari (dal GRADIT allo Zingarelli, al Devoto-Oli, al Sabatini-Coletti, al Garzanti): notoriamente, nei dizionari la lemmatizzazione non procede attraverso i numeri, che hanno uno statuto particolare anche nella microstruttura lessicografica, cosicché l’inserimento di una data pone problemi tecnici evidentemente finora irrisolti.

 

Badoglio e l’armistizio

 

La storia degli avvenimenti che portano all’8 settembre 1943 è nota. I prodromi vanno cercati nella drammatica seduta del Gran Consiglio del fascismo e nell’Ordine del giorno del conte Dino Grandi (24-25 luglio 1943) con cui veniva sfiduciato Benito Mussolini, arrestato subito dopo nel pomeriggio del 25 luglio. Il Re, Vittorio Emanuele III, incaricò allora come capo del governo il Maresciallo Pietro Badoglio. Rassicurati gli alleati tedeschi sulla prosecuzione della guerra, Badoglio trattò invece con gli americani un armistizio poi segretamente firmato a Cassibile il 3 settembre e tenuto riservato, appunto, fino all’8 settembre, quando fu reso pubblico, e quindi entrò in vigore, prima dal generale Eisenhower e poi dallo stesso Badoglio. «Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane», recita il testo diffuso dall’EIAR.

 

Presto per antonomasia

 

Il processo semantico che vede 8 settembre passare a indicare per antonomasia una disfatta (prima ancora che un armistizio) è vicinissimo all’evento e risale addirittura a prima della fine della guerra. Ecco che cosa scrive «L’Osservatore», Rassegna di politica estera, in Il pomeriggio, edizione pomeridiana del Corriere della sera, già il 26-27 luglio 1944, p. 1 (è passato meno di un anno dall’8 settembre 1943): «Sebbene finora manchino alcuni particolari per avere un quadro completo degli avvenimenti del 20 luglio, sappiamo tuttavia che anche questa volta in Germania alcuni elementi, partecipanti ora o prima al Governo, hanno tentato di effettuare un colpo di Stato che avrebbe dovuto essere – lo rivelano le parole del Grande Ammiraglio Doenitz circa l’intenzione di consegnare la Germania ai nemici – un 8 settembre germanico», laddove l’articolo indeterminativo indica senza esitazioni il passaggio alla categoria di sostantivo.

 

Associato con il 25 luglio

 

Poi il sintagma diventa popolare sul finire degli anni Cinquanta, ed è spesso associato con il 25 luglio. «È stato detto, a ragione, che le dimissioni del governo di Fanfani furono il 25 luglio della Democrazia Cristiana. Ma ci sarebbe stata, poco dopo, la possibilità di un 8 settembre, che Fanfani rifiutò», scrive Alfred Pieroni (Chi comanda in Italia, Longanesi, 1959, p. 47). E, dopo poche pagine, Pieroni scrive ancora: «La minaccia di un 8 settembre, che impensieriva i democristiani, era sfumata» (p. 54). Ecco Gianfranco Piazzesi, Il Vietnam è stato fermato proprio sull’orlo dell’abisso, 20 novembre 1963, in Corriere della sera, 20 novembre 1963, p. 3: «Se non altro i sedicimila “consiglieri” che sono già tornati in zona di operazioni garantiscono che al 25 luglio non seguirà un 8 settembre». E a proposito di date, ma questa volta siamo in un contesto scherzoso (si tratta della cronaca brillante di un congresso della Dc), il nostro 8 settembre messo in correlazione con la festa della liberazione da Giampaolo Pansa («Ma è davvero il 25 aprile della Dc? Chissà, forse siamo soltanto all' 8 settembre della Balena», Repubblica, 23 febbraio 1989).

 

Disfacimento tragico e caotico

 

Il senso di disfacimento tragico e caotico è però piuttosto costante nelle fonti degli ultimi trent’anni, tanto che 8 settembre è costante nei momenti drammatici della storia repubblicana. Riferito al periodo degli anni di piombo, Alberto Ronchey, nell’articolo Alla prova del fuoco (Corriere della sera, 7 maggio 1978, p. 1), scrive, dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, che Le Brigate Rosse avevano usato «la sospensione della condanna [di Moro] per forzare uno scambio di prigionieri e un virtuale riconoscimento del “partito armato” […] allo scopo di provocare quel disfacimento del sistema legale che poteva essere simile a un 8 settembre interno». Di 8 settembre delle Brigate rosse parla anche Pino Casamassima (Gli irriducibili. Storie di brigatisti mai pentiti, Bari, Laterza, 2012) a proposito dell’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini.

 

Sconfitte elettorali

 

Meno tragicamente, ma solo per l’assenza di fatti di sangue, la sconfitta dello schieramento di sinistra nelle prime elezioni della seconda Repubblica è ripetutamente accostato all’8 settembre nell’opinione dei commentatori politici e persino di narratori. Ecco Giampaolo Pansa (Tipi sinistri, Bur, 2012): «Il tripartito di Berlusconi grida di avere già vinto. I Progressisti, invece, balbettano. Sembrano rivelare una rassegnazione pericolosa. Non si rendono conto che, in caso di sconfitta, verrà il loro 8 settembre: tutti a casa, a cominciare da Occhetto». E Valerio Varesi (Lo stato di ebbrezza, Milano, Frassinelli): «Insomma, l'8 settembre della sinistra. Berlusca già sbavava all'idea del potere»; va detto, però, che l’8 settembre della sinistra è continuo, non legato solo alla sconfitta di Occhetto e alla sua gioiosa macchina da guerra. Esiste poi – applicando una sorta di par condicio – un 8 settembre della destra (Curzio Maltese e tanti altri), uno di Berlusconi (tra i tanti, un titolo del Manifesto sulla sconfitta politica del Cavaliere durante l’elezione di Mattarella, il 31 gennaio 2015), uno del Pd («L’8 settembre del Pd non è un armistizio», è la considerazione metastorica dell’Huffington Post, 7 settembre 2015) e uno della minoranza dem (ancora l’Huffington Post), e persino uno degli intellettuali (Ernesto Galli Della Loggia nel 1993), del patrimonio culturale (dopo il terremoto del 2016, in un blog di Repubblica, il 2 novembre dello stesso anno), della politica (Il Fatto Quotidiano), della camorra (in un libro di Paolo Sidoni e Paolo Zanetov, Pentiti, Roma, Newton Compton, 2013), della finanza italiana (Panorama), degli avvocati (in un saggio di Concetto Vecchio, Ali di piombo, Milano, Rizzoli BUR, 2007).

E la data diventa anche un punto di riferimento metaforico per rappresentare lo smarrimento di eserciti (politici) allo sbando: «I rispettivi quartieri generali [di Renzi e Grillo] si sono così ritrovati di punto in bianco sbandati e persi come in un 8 settembre», scrive Marco Demarco, Il mistero di Rosa Capuozzo nel labirinto della politica, in Corriere della sera, 19 gennaio 2016, p. 32. Il sangue, come si vede, ha smesso di scorrere, per fortuna.

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0