05 dicembre 2017

Undici settembre

di Mirko Volpi*

 

Ultima delle date-simbolo capaci di individuare un’epoca con la semplice loro evocazione e, al contempo, sotto il profilo strettamente linguistico, di farsi nomi propri, l’Undici settembre (o «11 settembre», o «11/09», o, all’americana, «09/11») sembra aver già ripercorso il tragitto semantico-lessicale che hanno conosciuto parole e sintagmi affini come Otto settembre e, ancor di più, Caporetto.

Si può infatti osservare come in italiano (ma molto interessante sarebbe un’indagine analoga nell’anglo-americano, e non solo) il sintagma stia conoscendo, o abbia ormai conosciuto, un autentico processo di risemantizzazione, che lo ha portato a indicare, anzitutto e fin da subito, i fatti terroristici avvenuti a New York l’11 settembre del 2001 (dire «l’11 settembre» significa dunque, semplicemente, «l’attentato alle Torri Gemelle»). Lo notava nel settembre del 2013, in un articolo su “la Repubblica”, Stefano Bartezzaghi:

 

Per certi giorni speciali una prima operazione retorica porta a usare la data per nominare i fatti che l’hanno resa memorabile. Facile esempio, l’11 settembre. […] Ogni anno c’è un undici settembre, ma l’Undici settembre, maiuscolo e inteso come atto di guerra terroristica inatteso e di mostruosa entità, è solo e per eccellenza (o per “antonomasia”) quello del 2001. Non è facile immaginare la catastrofe che potrebbe farci dire: «è stato un undici settembre».

 

Bartezzaghi però, come si ricava dall’ultima frase, non aveva ancora colto che quel procedimento che secondo lui, con Undici settembre, è ancora difficile da vedersi pienamente realizzato, in realtà era già operante da qualche tempo.

Infatti, compulsando gli archivi storici dei quotidiani (ossia le principali fonti documentarie per uno studio dell’italiano contemporaneo), oppure sfruttando il motore di ricerca di Google e Google books, si nota come Undici settembre, con più densa evoluzione – appunto – antonomastica, affermatasi però solo a distanza di qualche anno dal 2001, venga impiegato per riferirsi a un evento tragico di enormi dimensioni e dalle enormi ripercussioni.

 

Dopo una terribile sciagura

 

Mi pare insomma che (dopo questa prima, sommaria ma orientativa, indagine sul più ovvio e però eloquente corpus a nostra disposizione, ossia la stampa quotidiana) siamo di fronte a delle vere e proprie rideterminazioni semantiche di Undici settembre, a indicare, non tanto una disfatta (come per caporetto), quanto due cose tra loro un poco differenti, e cioè: 1) una terribile sciagura, una tragedia “generica” benché di notevole entità, ossia non politicamente connotata o legata a fatti bellici (siamo per lo più nell’ambito dell’incidente imponderabile, per così dire, ideologicamente “neutro”); 2) un evento ritenuto di enorme gravità, a livello politico e geopolitico, economico-finanziario, ecc., dagli effetti devastanti, che soprattutto però (questa la mia impressione a un primo scavo nelle recenti fonti giornalistiche) segni un prima e un dopo. Come è stato definito fin da subito, appunto, è «il giorno che cambiò il mondo» e spesso, dunque, in questo tipo di riusi si carica di un forte valore di accadimento che funge da spartiacque, qualcosa che traumaticamente determini il passaggio a un nuovo, quasi sempre non positivo, momento storico.

Per la prima sfumatura propongo quattro esempi dove si noterà almeno il peculiare impiego dei pronomi possessivi (il suo, il nostro 11 settembre); salvo diversa indicazione, tutte le citazioni provengono dal quotidiano “la Repubblica” (ma credo che una più vasta campionatura condotta negli archivi di altri quotidiani nazionali, come “La Stampa” o il “Corriere della Sera”, darà riscontri non dissimili):

 

«Un boato cupo e improvviso. Subito dopo, il crollo come quello delle Torri Gemelle», Marcella Imparato racconta il suo 11 settembre. «Ho iniziato a correre, trascinando il carrozzino. Le vicine mi hanno afferrata per le braccia, e messa al sicuro». (12 luglio 2008)

 

«Siamo ancora sotto choc, venerdì è stato il nostro 11 settembre» sospira Tommaso, non ancora trent’anni e il turno di lavoro appena concluso. (27 luglio 2008; esplosione di uno stabilimento della Peroni a Bari)

 

«Che tragedia, che tragedia immane - ripete il capopilota - È il nostro undici settembre». (9 maggio 2013)

 

E poi, comandante Lettich? «E poi è stato l’inferno, il nostro undici settembre. Ma abbiamo comunque cercato di mantenere la calma, a cominciare proprio da Anfossi» (12 maggio 2013; incidente della Jolly Nero nel porto di Genova)

 

Un uso disinvolto

 

Nei brani relativi alla seconda, e forse più attestata, sfumatura si potrà facilmente misurare l’uso ormai disinvolto di questa rideterminazione, e ancor più in contesti il cui tasso di gravità è, credo oggettivamente, assai variabile. Ma si tratta, direi, di dettagli, perché quel che è certo è che Undici settembre – al pari di altre date e luoghi di sconfitte o disfatte (ci si muove sempre in un contesto bellico, anche se ora siamo di fronte a un tipo di conflitto del tutto diverso, ossia quello degli attentati di matrice islamista) – è diventato a tutti gli effetti un lessema.

Eccone alcuni esempi, dove con facilità si rileva una specificità per questo genere di riusi, ossia che quasi sempre al sintagma segue il complemento di specificazione («l’11 settembre del…»):

 

Il loro è stato un errore scusabile, ha sottolineato il magistrato fiorentino. In realtà in questo modo salta uno dei principi fondamentali del diritto, cioè che l’ignoranza della legge non scusa chi la vìola. E infatti il procuratore generale ha detto che se la teoria applicata a Firenze passasse ci troveremmo di fronte «all’11 settembre del diritto». (6 giugno 2008)

 

Il presidente della Provincia Nicola Zingaretti ha invece detto che «Quello di oggi è l’undici settembre dell’economia romana e della sua provincia. È tempo di lottare affinché questo piano venga radicalmente cambiato». (12 settembre 2008)

 

Una cerimonia tenuta all’hotel Roosevelt che ha inorgoglito New Orleans e sollevato per un po’ lo spirito, nuovamente depresso dalla sciagura chiamata Marea Nera e ribattezzata da Barack Obama come l’undici settembre dell’ambiente. (20 giugno 2010; a proposito dell’uragano Katrina e di altri disastri ambientali)

 

Il nostro Ministro degli Esteri che paragona le rivelazioni di questo sito ad un undici settembre della politica internazionale. (politicamentecorretto.com, 30 novembre 2010; sul caso wikileaks)

 

Quei giorni oscuri, considerati universalmente l’Undici settembre della finanza (Linkiesta.it, 14 settembre 2011; in riferimento alla crisi del 2008)

 

Un undici settembre dell’economia mondiale. (“Sole24ore”, 5 febbraio 2016)

 

La crisi migratoria è l’11/9 dell’Europa (“Il Foglio”, 23 ottobre 2017)

 

Meno spesso lo si trova aggettivato:

 

Un lunedì nero sulle borse europee con ribassi che non si vedevano dal giorno degli attacchi terroristici alle torri gemelle di New York. Un nuovo 11 settembre per i mercati finanziari innescato dalle prospettive fosche per l’economia degli Stati Uniti. (21 gennaio 2008)

 

Il cantante [Jovanotti] è entusiasta per il neo-presidente Usa: «È un 11 settembre al contrario, il primo vero evento storico della mia generazione». (18 novembre 2008)

 

Il pericolo è tale, sottolineano fonti militari tedesche, che i loro commilitoni del Pentagono, per descriverne le dimensioni, già parlano di “Pearl Harbor elettronica”, di “11 settembre digitale”, o di un “Cybergeddon”, gioco di parole tra Armageddon e la cibernetica. (9 febbraio 2009)

 

Assolutamente

 

Tra gli esempi di impiego “assoluto”, per così dire, di Undici settembre (quel tipo, cioè, che Bartezzaghi riteneva improbabile), si possono citare parecchi brani (anche da blog o siti di varia natura, oppure, come il primo, assai interessante perché molto precoce, in testi di canzoni):

 

Ogni giorno è un undici settembre in Africa

ma non ne parlano per niente alla tivì (Babaman, Chi troppo chi niente, 2006)

 

In treno poi stavo leggendo un libro di Fabio Volo e c’era il pezzo dove lui diceva che nella vita di una persona c’è un Undici Settembre, che è il giorno che cambia tutte le cose, e quel giorno nel suo libro era il giorno in cui era morto un suo amico. (9 agosto 2011, lastanzabianca.net)

 

Crociere, qui non è un 11 settembre. (“Il Resto del Carlino”, 18 gennaio 2012)

 

Ogni giorno in America è un 11 settembre per le api. (www.spaziosacro.it, 23 aprile 2012)

 

Per qualcuno è un 11 Settembre ogni giorno. (occhidaiqualinonsitornaindietro.tumblr.com, 11 settembre 2015)

 

Cosa pensare allora se, nel 2016, leggiamo nella proposta di legge che “un figlio, un fratello, un nipote che fino al giorno prima camminava sereno al nostro fianco è diventato un altro” e che la malattia mentale grave è “un 11 settembre”? (180gradi.org, 8 giugno 2016)

 

E lo rinvengo poi in questo editoriale su Palermo, in cui per altro si riscontra un procedimento in tutto assimilabile, e sempre partendo da una data: cioè Ventitrè maggio, giorno della strage di Capaci dove trovò la morte Giovanni Falcone. Se molto scarse sono le possibilità che questa data si avvii del pari verso una piena lessicalizzazione (stante la credo totale assenza di esempi in tal senso), il passo ci mostra però in maniera assai limpida le modalità attraverso cui può avvenire nella lingua tale commutazione:

 

E i riflessi ormai sono ridotti al minimo, dopo il trattamento omeopatico cui è stata sottoposta la tua coscienza civica. Adesso sei costretto a sperare che arrivi il botto. La guerra. La peste. Un collasso subitaneo e definitivo. Un undici settembre. Un ventitré maggio, che dio ti perdoni. Tu non hai più le forze per sperare di sopravvivere e assistere al rinascimento che verrà. Ma forse tuo figlio ancora sì. La faccia lui, questa guerra, se ne ha voglia. (10 giugno 2010)

 

Per antonomasia

 

Inoltre si rileva il frequente uso antonomastico di Undici settembre per ribattezzare in maniera espressiva altri attacchi terroristici, sia ovviamente quelli successivi al 2001, sia, il che mi sembra assai più significativo, precedenti (come unico esempio cito «L’“11 settembre” italiano», titolo di un capitolo del libro di Andrea Accorsi e Daniela Ferro, Gli attentati e le stragi che hanno sconvolto l’Italia, Roma 2013, in riferimento all’attentato palistenese a Fiumicino del 1973):

 

Sembra l’ultima frontiera del terrorismo: una città galleggiante, che giorno e notte pompa petrolio, destinata a saltare insieme alle cinquecento persone che ci vivono. Un 11 settembre meno cruento, però altrettanto impensabile, spettacolare e simbolico. (11 febbraio 2008)

 

Nell’altro gigante asiatico, l’India, è ancora vivo il trauma per l’attacco terroristico di Mumbai, quello che è stato definito l’undici settembre degli indiani. (8 dicembre 2008; «11 settembre indiano» si trova assai di frequente sulla stampa in quei giorni)

 

Perché la verità, sostengono, potrebbe far paura. E rivelare, così si legge in alcune memorie presentate dai legali della difesa, l’esistenza di un undici settembre europeo quasi contemporaneo dell’originale, tre anni in anticipo sulle bombe ai treni di Atocha. (24 febbraio 2009)

 

«Nell’indifferenza del mondo subiamo un Undici Settembre infinito, un martirio senza via d’uscita». (“La Stampa”, 2 luglio 2012)

 

«11 settembre europeo» o «11 settembre dell’Europa» si legge poi molto spesso nel 2015 dopo l’attentato alla redazione di “Charlie Hebdo”; e ancora:

 

Sappiamo che si sta lavorando alla pianificazione di attacchi simultanei e coordinati consumati nello stesso giorno, in luoghi diversi di diversi Paesi dell’Unione: una sorta di 11 settembre europeo. (8 gennaio 2016)

 

Oppure:

 

L’undici settembre dell’Islam. (forum.termometropolitico.it, 14 settembre 2015, dopo un grave incidente avvenuto alla Mecca, ma proprio l’11 settembre)

 

Di notevole rilievo, infine, il fatto che tale sintagma, «11 settembre europeo», a quanto mi risulta, non sia mai stato usato per il più grave attentato (islamista e no) mai compiuto nel Vecchio Continente, cioè le stragi sui treni a Madrid dell’11 marzo 2004 (quasi 200 i morti), e che dunque – come si anticipava – la rideterminazione semantica di Undici settembre paia attestarsi, in italiano, solo circa cinque anni dopo il crollo delle Torri Gemelle. Un’affermazione non fulminea come per caporetto (lo dimostra Rocco Luigi Nichil proprio in questo speciale), ma certo molto rapida e diffusa.

 

*Mirko Volpi è ricercatore in Linguistica italiana all’Università di Pavia. Si occupa di Dante, dell’antica esegesi dantesca (sua la curatela, per l’“Edizione Nazionale dei Commenti Danteschi”, del trecentesco Commento alla Commedia di Iacomo della Lana, nel 2009; cui è seguita la monografia linguistica, «Per manifestare polida parladura». La lingua del Commento lanèo alla ‘Commedia’ nel ms. Riccardiano-Braidense, Roma, Salerno, 2010), di volgarizzamenti tomistici e di antichi volgari italiani. I suoi studi vertono inoltre sulla filologia e la storia della lingua tra Otto e Novecento, e sono rivolti in particolare alla lingua della politica, del giornalismo e della propaganda, cui è dedicato, tra gli altri contributi, il volume: «Sua maestà è una pornografia!». Italiano popolare, giornalismo e lingua della politica tra la Grande Guerra e il referendum del 1946 (Padova, Libreriauniversitaria.it, 2014).


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0