05 dicembre 2017

Waterloo

Waterloo è una delle numerose espressioni entrate nella nostra lingua comune per antonomasia: un toponimo che diventa non solo un nome comune ma, come in questo caso, anche un simbolo che si inserisce in una lunga tradizione di riferimenti storici e bellici trasformati in modi di dire. È sinonimo di ‘sconfitta, disfatta totale e definitiva’, ‘fallimento totale di iniziative importanti’ dal nome della località del Belgio orientale dove nel giugno del 1815 Napoleone Bonaparte subì la sconfitta che poneva fine all’Impero da lui creato e alla sua parabola politica.

 

Una questione di genere

 

Partiamo dalla longevità del traslato, attestato ben prima degli anni Sessanta e Settanta del Novecento come datano tutti i nostri vocabolari. Il mare magnum di googlelibri in questo parla chiaro: ad appena vent’anni dalla battaglia, Emanuele Repetti (nel suo Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Firenze, Tofani, p. 156) scrive, a proposito dello scontro di Montaperti, “Il quale [esercito] … diede occasione nel settembre del 1260 alla famosa battaglia di Montaperto, che appellare si potrebbe il Waterloo del medio evo”.

Si noti che qui il traslato è maschile ed è riferito ad un evento bellico e tale resta in contesti coevi (es. “e bene si appose chi denominò la battaglia di Novara il Waterloo della libertà europea”: così si esprime il deputato Brofferio alla Camera nella tornata del 3 febbraio del 1855 http://storia.camera.it/regno/lavori/leg05/sed165.pdf, p. 2692; “nel nostro secolo di rivoluzioni, il 18 brumaio aveva il suo Waterloo”: La Gazzetta piemontese del 7 agosto 1869, p. 1).

 

Rideterminazioni semantiche

 

Ben presto però Waterloo comincia a tracimare e ad essere usato anche in riferimento ad altri àmbiti: l’insegnamento pubblico (“Io credo che il regolamento attuale, ove ottenesse pieno vigore, ove potesse perdurare, sarebbe un Waterloo per la nostra pubblica istruzione”: 1854, http://storia.camera.it/regno/lavori/leg05/sed016.pdf), l’esito del plebiscito che sancisce l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia e si noti, nel racconto accorato e partecipe del cronista, l’accostamento antitetico tra una grande vittoria ed una grande sconfitta del generale corso (“È questo il giorno in cui l’Italia dice l'ultima parola per la sua unità. Raccogliamo questa parola con riverenza e con affetto; il sole dei nuovi tempi risplende; l’Italia ha avuta oggi la sua Austerlitz; non ci vien idea d’una Waterloo”: La Stampa, 4 ottobre 1870, p. 2), una sconfitta elettorale (“[La Sinistra] avrebbe potuto compiere d’un tratto le più grandi e più ardite riforme. Essa invece non le compie che lentamente e faticosamente. Le causa di questi ritardi sono noti a tutti!: esse sono le lotte intestine. […]  Queste lotte ebbero [luogo, sic.] l’11 dicembre 1878 […], tantoché l’11 dicembre fu Il vero Waterloo della Sinistra. Da quel momento le sue piaghe divennero insanabili”: La Stampa, 8 novembre 1881, p. 1), la mancata approvazione di una legge (“Allora le leggi si discutevano, si ponderavano; ora invece si passa tutto, si approva tutto. È il vero Waterloo della libertà”: La Stampa, 25 giugno 1882, p. 2).

 

Da Crispi ad Almirante (passando per Mussolini e Nenni)

 

Dal bel sito della Camera dei Deputati è possibile non solo appurare il persistere dell’espressione figurata in diacronia, ma anche il suo passaggio di genere dal maschile al femminile (una Waterloo), che ormai in italiano è stabile, oltre che la sua trasversalità politica: è usata da Crispi (“Cadde Catania, anch’essa difesa eroicamente dal popolo. Cotesta caduta fu un vero Waterloo per i signori che avevano governato […] Dunque la caduta di Catania fu pei moderati un vero Waterloo”) a Mussolini (“Portogruaro è stata l’ultima Waterloo del giolittismo”), da Nenni (“Per fortuna questa autentica Waterloo diplomatica fu corretta dal voto in extremis dell’Assemblea […]”) ad Almirante (“Quali sono dunque, le prospettive di questo Governo nel corso dei cento giorni prima della Waterloo vostra del 7 giugno e giorni successivi?”) per arrivare a Pannella (“Allora, per quanto ci riguarda, il nostro voto contrario […] come non mai dal 1976 ad oggi sarà un voto quotidianamente incalzante perché, anche nei vostri confronti, compagni socialisti, la strada rischia, questo percorso rischia, col passare delle settimane, di portarvi alla Waterloo delle vostre speranze di alternativa e persino di quelle di centrosinistra […]”).

 

Anni Ottanta del Novecento: il boom del traslato

 

E con Marco Pannella siamo alle soglie degli anni Ottanta, quando, a giudicare dai database dei giornali, si registra il boom del traslato e, di conseguenza, in qualche modo la sua opacizzazione e banalizzazione. I settori a cui esso è applicato sono molteplici: fanno sicuramente la parte del leone la politica, l’economia e lo sport. E ciò, ça va sans dire, non stupisce. Una rapida carrellata dall’archivio de la Repubblica e del Corriere. Ci sono Waterloo finanziarie, di sindacati, della elettrosiderurgia italiana, degli azionisti, dei conti pubblici, del cinema italiano, delle Ferrovie dello Stato, della giustizia, del Labour party, dei comunisti polacchi, della destra (e di tanti altri partiti di tutti i colori politici), dei portieri, dei ciclisti dilettanti, di quattro ladri, dei pentiti, della borsa, degli italiani, delle euro-obbligazioni, di una politica per gli alloggi, dei consumi, dei portinai, della Red Bull, della polpetta... E se il grande Gianni Brera predilige il traslato per dare una pennellata di epicità ai suoi commenti (“hanno preso atto di quella inattesa Waterloo italiana” la Repubblica, 26 giugno 1988, p. 21; “così l’amara Waterloo rivive a Lecce con un sospetto” la Repubblica, 23 ottobre 1987, p. 26; “era attesa una Waterloo; è puntualmente venuta, e in modo conturbante” la Repubblica, 10 maggio 1987, p. 45), appare quasi un controsenso l’uso di Waterloo a sintagma con piccola (“Stavolta la Thatcher teme una piccola Waterloo tory”, la Repubblica, 17 giugno 1984, p. 3; “Insomma una piccola Waterloo finanziaria che spiega, in larga misura, perché gli stranieri stiano facendo rotta a gran velocità su Milano” la Repubblica, 3 aprile 1994, p. 27; “Ecco le cifre della piccola Waterloo degli azionisti di risparmio Bna” la Repubblica, 14 aprile 1987, ecc.): una cosa o è grande oppure è piccola.

 

E se fosse un cocktail?

 

Qualche misunderstanding potrebbero invece creare a qualche lettore un po’ digiuno di geografia i titoli “Gli azzurri scoprono che Waterloo è in Spagna” (Corriere della Sera, 20 ottobre 1970, p. 22) e “Waterloo in riva all’Adda” (Corriere della Sera, 23 maggio 1982, p. 16), sempre senza dimenticare che un noto manager Telecom in un tele-svarione (fanta)storico poteva dire “Napoleone trionfò a Waterloo” (Corriere della sera, 5 aprile 2008, p. 27). E per chiudere, ricordiamo che Waterloo è anche il nome di un cocktail a base di rum e succo d’arancia (chissà che cosa ne avrebbe detto Napoleone…).

 

Testi citati e sitografia

Repetti, Emanuele, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Firenze, Tofani, 1835.

www.archivio.camera.it

www.lastampa.it/archivio-storico

www.ricerca.repubblica.it

www.archivio.corriere.it

 

 

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0