25 febbraio 2019

Ceronetti: la catarsi dello stile

Per uno scrittore come Ceronetti, carico di materie oscure e caustiche, fu inevitabile interrogarsi sul senso dello stile, e soprattutto sul rapporto tra stile e mondo. Nel 1972, ad esempio, in procinto di pubblicare Aquilegia e discorrendo delle proprie pagine, confessò che «l’unica vendetta possibile, per uno scrittore, è lo stile. Più la terra è sporca, più va purgato lo stile. Dovremmo essere gelosi del privilegio di poter morire ad occhi aperti, di adoperare uno strumento, la parola, che può ancora essere libero da contaminazioni». Ecco: lo stile è inteso come rappresaglia verso la realtà progressivamente inquinata, e in tal modo – ancorché strumento letterario – può agire da affilata arma politica. Ritorsione comunque curiosa: la vendetta conseguita mediante lo stile si realizza purgando l’arma, immergendo le parole in un bagno di decontaminazione.

Con ciò, lo stile non deve certo rinunciare al proprio oscuro genoma, perché lo scrittore furbamente facile dissipa la parola in futili scambi e ne tradisce il senso profondo di Mistero: la parola purgata deve in ogni caso essere enigmatica, come Ceronetti annuncia in uno schietto programma dei Pensieri del tè: «A chi non capisce l’allusione è inutile fornire la spiegazione». E nemmeno, lo stile, deve rinunciare al proprio carattere incandescente: «Un vero stile di scrittura è sempre, oltre che guaritore, intossicante e bruciante, da dosare con intelligenza, perché a sottoporsi troppo a lungo alla sua azione radiante può diventare malefico», come proclama nel saggio dedicato a Verga e il mistero dello stile.

 

Contro certe parole immonde

 

Ecco un primo abbozzo del senso di stile nel nostro autore: potenza purgativa e al contempo radiante, tale per cui la sua azione finale può essere catartica ma anche contagiante; energia pulita che deve serbare nel proprio lucore una linfa oscura, quell’enigma che chiarisce pur senza dire.

Ora, se si persegue uno stile, sarà innanzitutto necessario nutrire insofferenza verso certi usi della lingua. Nel breve articolo Lingua, sono dolori Ceronetti si sofferma in particolare sui frequenti errori di concordanza; capita ad esempio di ascoltare frasi errate del genere: «Ci hanno fatto prigionieri», «ci siamo dovuto fermare», e in questo caso si tratta di questioni sintattiche. Se allarghiamo lo sguardo sulla distesa delle singole parole, le sue idiosincrasie linguistiche ci appariranno anche maggiori: «Non sopporto che si dica “produzione” dell’opera di un compositore, di un pittore, di un poeta, eccetera! Dostoevskij non è un “produttore” di romanzi! Tolstoi non ha “prodotto” Guerra e Pace [...] Eschilo non ha “prodotto” tragedie, come Mozart non ha “prodotto” sinfonie concertanti!».

E “produzione” non è il solo termine da rifiutare; accade anche col verbo “gestire”, cui è dedicato un omonimo capitolo de La musa ulcerosa. Gestire è termine «tre volte immondo», è la parola d’ordine di gente ormai incontrastabile, di coloro che «si sono messi a gestire lo Stato, il diritto, la medicina, la scuola, gli aeroporti, i teatri, gli affari esteri, le commissioni, le presidenze, il sindacato, l’economia, l’università, l’arte, le lettere, i sogni, l’amore, il passato, il futuro, l’intelligenza, il sesso, la psiche, tutto». Invece di urlare che il mondo è stato saccheggiato e sfasciato, questi tipi umani non sanno dire altro che «è mancata, direi, una rigorosa gestione del territorio».

 

Tragedia e ironia

 

Lo stile di Ceronetti è quello di chi sente che l’uomo è misero per natura e non per accidente, ed è anche quello mediante cui si può alludere ad altro rispetto a quel che dice: è cioè uno stile che, nelle pieghe tragiche, nasconde l’ironia. E ironia e tragedia vanno d’altra parte in coppia.

Che esistano questi vincoli è lo stesso autore, nell’intervista Satira e vita, a dichiararlo. Trattando del significato della satira, egli afferma che il satirico è colui che non crede nell’uomo, dato che lo conosce troppo bene. E alla domanda se ritiene che l’ironia sia l’unica libertà ormai praticabile per il pensiero, Ceronetti snocciola una risposta che ne svela il fondo ironico, non immediatamente visibile nel suo stile di scrittura: «Con l’ironia per sistema di vita (e di scrittura, quando si scrive) si è salvi sempre; capìti, invece, poco, pochissimo: ma importa molto di più salvarsi che essere capìti. L’ironia è una specie di malinconica Stella della Redenzione... Qualunque cosa faccia, chi ce l’abbia per scudo interno ed esterno, non potrà mai perdersi. Avrà le mani libere in tutto, eccetto che per fare del male». Testimonianza che svela di colpo il segreto di una ambiguità: l’ironia che scorre in pagine tragiche è quella che serve per la salvezza personale, non importa se poi non si è compresi.

Ma – dichiara Ceronetti nella stessa intervista – l’ironia in quanto forma di vita dev’essere illimitata, non però come sistema di scrittura, perché «troppa ironia è un incubo, un inferno». Lo afferma nel saggio L’occhio di Émile Zola, dove consiglia di destreggiarsi, nello spazio dello stile, per evitare di cadervi: «Le punte, i fusi, i razzi, le guglie senza cattedrale, i lampi senza tuono, gli scandagli nel cucchiaio, le lamine, le scaglie, le ripetute esumazioni di spolpati, i cadaveri psichici, le evasioni fatue, i giochi verbali, i doppi fondi, i margini, le crune troppo strette non ricompensano, non danno gioia, non si ricordano, non si vogliono ritrovare». E qui siamo nel più denso magma dello stile di uno scrittore.

 

Nel mondo insudiciato

 

Nel 1973, quando Ceronetti pubblicava Aquilegia, favola colma di simboli e di stile, la terra si stava sporcando; oggi è completamente insudiciata. Quell’anno la scrittura, in alcuni suoi anfratti, tentava di preservare uno stile che agisse come atto di ritorsione contro la stoltezza dei deturpatori del mondo; oggi gli scrittori che ancora credono a quella squisita forma di vendetta sono assai rari.

Nel mondo insudiciato è scomparso ogni stile a favore della piattezza espressiva. Defunta la tragedia, sono rimasti in vita i romanzi gialli: il pessimismo ceronettiano è stato preveggente. E ha dimostrato che perseguire la salvezza mediante lo stile era azione troppo fievole per risultare vincente. Perché l’uomo – meschino e ottuso – non conosce lo stile, sola fragile vendetta di alcuni scrittori isolati ed elusi. Quelli tragici e ironici.

 

Testi citati

L’affermazione del 1973 è citata da Giovanni Marinangeli, Guido Ceronetti il veggente di Cetona, Isola del Piano, Fondazione Alce Nero, 1997, p. 27. L’aforisma dei Pensieri del tè è a p. 21 dell’edizione Adelphi (1987). Verga e il mistero dello stile si legge ne La vita apparente, Milano, Adelphi, 1982. Apparso nel «Corriere del Ticino» il 25 maggio 1991, l’articolo Lingua, sono dolori è ora raccolto in Oltre Chiasso. Collaborazioni ai giornali della Svizzera italiana 1988-2001, Pistoia, Libreria dell’Orso, 2004. Gestire è ne La musa ulcerosa. Scritti vari e inediti, Milano, Rusconi, 1978. L’intervista Satira e vita apparsa nel 1988 in «Tango» è oggi raccolta ne La lanterna del filosofo, Milano, Adelphi, 2005. L’occhio di Émile Zola si legge ne La vita apparente.

 

*Antonio Castronuovo è saggista e traduttore; dirige varie collane per la Editrice la Mandragora di Imola e ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Dirige a Milano con Gianluca Montinaro la rivista di storia del libro «Biblioteca di via Senato». I suoi ultimi saggi sono Ossa cervelli mummie e capelli (Quodlibet 2016), Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018) e Suicidi d’autore (Stampa Alternativa 2019). Ha scritto vari saggi sul genere dell’aforistica, tra cui da ultimo L’aforisma italiano del XXI secolo («Nuova Informazione Bibliografica», Il Mulino, 2017). Scrive su riviste di bibliofilia.

 

 

 


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