27 ottobre 2020

Quando il ciclismo era una questione di fiducia

 

Le prime parole

 

In principio era il verbo. Nero su bianco, inchiostro su carta. «La Corsa di velocipedi da Firenze a Pistoia ebbe luogo mercoledì come era stato annunziato. Il tempo fu favorevole, e una leggerissima pioggia caduta nelle prime ore della mattina aveva bagnato un poco la polvere della strada, ma non era stata tale da opporre col fango un ostacolo che avrebbe messo a dura prova i muscoli dei velocipedisti. Si era parlato assai di questa Corsa, si diceva già che da Modena e da Pisa venivano concorrenti, e che il numero degli iscritti superava la trentina. Questo numero poi, come era da aspettarsi, diminuì: e mercoledì mattina una ventina soltanto di velocipedi era sulla strada di Pistoia al punto fissato per la partenza, al Ponte alle Mosse. Moltissimi curiosi erano venuti a godere di questo nuovo spettacolo. Alcuni di loro, a cavallo o in barroccino si proponevano di seguire la corsa per vederne le varie vicende». Era venerdì 4 febbraio 1870 e a pagina tre La Nazione dava conto di quella che, con ogni probabilità, è la prima testimonianza scritta di una gara ciclistica.

Dopo quella Firenze-Pistoia, altre corse iniziarono a essere organizzate e sempre più interesse iniziò a generare questo sport che tanto più appassionava le persone quanto più le biciclette si moltiplicavano in Italia. Solo a Milano nel 1893 ne girano circa quattromila, sei anni dopo già se ne contano undicimila (cfr. Franzinelli 2013, p 18) e all’alba del diciannovesimo secolo in tutta Italia se ne contano circa trecentocinquanta mila (nel 1912 arriveranno a un milione) (cfr. Witherell 2016, p. 34).

Le bici girano per le strade, spuntano qua e là piste e velodromi, iniziano soprattutto ad essere organizzate sempre più corse e con le corse cresce lo spazio sui giornali e nascono nuovi quotidiani. Nel 1892 Eliseo Rivera fonda a Milano Il Ciclista, mentre nel 1895 a Torino Eugenio Costamagna dà vita a La Tripletta. Nemmeno un anno dopo queste due pubblicazioni si fondono e danno vita a La Gazzetta dello sport.

 

Un nuovo vocabolario

 

In principio era il verbo e quello soltanto. Perché le biciclette iniziarono a scorrere alla ricerca di vittorie, di premi messi in palio e non di soli risultati si accontentavano gli italiani. Il ciclismo divenne racconto, di cavalli d’acciaio e di uomini che dannandosi sui pedali riuscivano in imprese che solo qualche anno prima sarebbe stato impossibile immaginare. Una questione di fiducia. Quella che i lettori concedevano ai cronisti mentre si facevano trasportare in luoghi remoti d’Italia e del mondo, al seguito di uomini in maglietta e pantaloncini che su di una bicicletta «vagano di garretti e coraggio verso il limite della sopportazione della fatica alla ricerca di un alloro gioioso e sfinente» (Varale 1909, p. 74).

Non poteva essere altrimenti. Anche perché altro non c’era.

Per decenni e decenni il ciclismo è stato parola. Quella tramandata a voce, soprattutto quella scritta. Redatta prima a mo’ di cronaca, poi divenuta altro, prosa ben più complessa. Perché, in fondo, «si era dei semplici e i ciclisti erano per noi dei messaggeri di un’era nuova, popolata di docili mostri» (Brera 1980, p. 15), raccontò a Gianni Brera l’Avocatt, al secolo Eberardo Pavesi, sottolineando «penso che in fine Ottocento la bicicletta dovesse accendere i sogni dei ragazzi come oggi il più perfetto degli ultrasonici. Nasceva allora, con l’industria e i primi cavurrini da spendere, la cavalleria dei poveri» (Id.,p. 18). La bicicletta era un mezzo da ricchi presto diventato mezzo per tutti, addirittura per poveri. Il ciclismo no. È sempre stato, sin dalle origini, sport per chiunque, che tutti apprezzavano. Nelle osterie di Milano «liete erano le ore nelle quali si parlava di biciclette davanti a bicchieri colmi di vino rosso, allietati dalla voce di chi, in favor di tutti, declamava il verbo delle biciclette, quello delle corse, il migliore dei quali è quello del Giro», disse il pittore Aligi Sassu a Gianni Brera (Brera 1980, p. 37).

Un vagare per strade incerto ed estremo come certe dinamiche della vita che ben presto attirò al suo seguito, affascinandoli, poeti e scrittori.

 

Uno strano debutto

 

La bicicletta è riuscita a unire due mondi che sembravano distantissimi. Lo scrittore, che forse sbagliando pensiamo in un mondo a sé, chino sulla macchina da scrivere (ora tramutatasi in tastiera di computer) e i ciclisti. Nulla di più lontano e diverso, eppure la stessa cosa. O quasi. Tutti creatori di storie, d’immagini, spunti da raccontare e da tramandare. Il ciclismo non è altro che una storia, un racconto che si dipana in un tempo e in uno spazio, una trama più o (soprattutto) meno definita che ha i suoi salti in avanti nel futuro e i suoi salti all’indietro nel passato. Nulla di diverso da un romanzo. Achille Campanile è stato il precursore di una stirpe di viaggiatori della prosa, padre, almeno d’avventura, di Alfonso Gatto, Dino Buzzati, Vasco Pratolini e Anna Maria Ortese, osservatori di quello strano mondo a pedali che si perdeva, per sempre ritrovarsi, nel suolo italiano. E poco importa se in molti erano quasi analfabeti di ciclismo, di tecnicismi, di conoscenze meccaniche e storico-ciclistiche, le biciclette sanno fregarsene di tutto ciò.

D’altra parte, scriveva Armando Cougnet, il primo patron del Giro d’Italia, in una lettera agli imprenditori interessati alla sponsorizzazione del Giro del 1946, che questa corsa «può paragonarsi ad un grandioso dramma sportivo che svolge i suoi venti anni nel più bel teatro del mondo coi più suggestivi e pittoreschi scenari innanzi a milioni di spettatori sparsi per tutte le strade dalla piana del Po alla dorsale appenninica che traversa serpeggiando dall’Adriatico al Tirreno, per risalire dalla luce di Trieste, faro inestinguibile di italianità» (Franzinelli 2013, p. 151).

Nella sua prosa aulica, e ovviamente interessata ad attirare finanziatori, Cougnet rappresentava ciò che effettivamente era il Giro, e il ciclismo, per milioni di persone: un dramma, una rappresentazione scenica capace di appassionare un numero indefinito di persone. Un dramma che paradossalmente divenne farsa al primo incontro con uno scrittore in carovana. Perché Achille Campanile questo fece, tramutò in commedia ridanciana quello che per tre decenni moltissimi giornalisti provarono a rendere epica.

«Quando il mio vecchio servitore Battista è venuto a picchiare alla porta della mia camera d’albergo di Milano e a dirmi: “Signore, la bicicletta è pronta”, sono saltato dal letto. Povero Battista! Raro esempio di fedeltà, ha voluto seguirmi, anche lui in bicicletta, in questo Giro d’Italia» (Campanile 1996, p. 15). Inizia così il surreale racconto di Achille Campanile del Giro d’Italia 1932, spedito al seguito della corsa dall’amico Ermanno Amicucci, direttore della Gazzetta del Popolo, almeno a quello che l’autore scrive nella lettera che anticipa le “cronache” di tappa. Una narrazione dall’interno del gruppo, anzi dalle ultime posizioni, tra i suoi “Sempre in coda”, la compagine degli ultimi del gruppo, di quel manipolo di (più o meno) disperati del pedale, gli “isolati” (ossia la categoria di allora dei senza squadra, di quei corridori non supportati da una casa di biciclette) che parteciparono alla corsa vinta da Antonio Pesenti. La cronaca in Campanile è poco più che un accenno in un divertissement sportivo e letterario basato su iperboli ed esagerazioni dove il grottesco si mescola al reale senza soluzione di continuità. Il Giro di Campanile è quello del suo servitore Battista, uomo dai «bianchi favoriti, che fanno resistenza al vento» (Id., p. 16), un nonsense ciclistico-narrativo lungo 13 tappe e 10 soste.

 

Scrittori in carovana

 

Solo nel secondo Dopoguerra gli scrittori tornarono in carovana. Il Fascismo era caduto, l’Italia aveva bisogno di novità e nelle biciclette che tornavano a correre per lo stivale il nostro paese intravedeva un segno di rinascita. La cronaca, per quanto ben scritta poteva bastare, questo sport necessitava di altro, di nuovi cantori. Anche perché anche la radio aveva iniziato a occuparsi dello sport, a raccontare le corse, ciò che accadeva. Nel 1946 iniziano le trasmissioni sperimentali, nel 1949 l’offerta si amplia: «Per l’intera durata della corsa – dal 12 maggio al 12 giugno – vanno in onda le rubriche Notizie e commenti sul Giro, Cronache dal Giro, Radiocronaca degli arrivi di tappa, Commenti sul Giro e – in particolare – la fortunatissima e innovativa Giringiro. Quest’ultima trasmissione – in onda alle ore 19 in diretta – rivisita la giornata agonistica, nello studio mobile allestito su un furgone attrezzato con diffusori sonori» (Franzinelli 2013, p. 195).

È proprio nel 1949 e proprio alla radio che venne pronunciata una delle frasi storiche che ogni appassionato di ciclismo ricorda: «Un uomo solo al comando. La sua maglia è bianco-celeste. Il suo nome è Fausto Coppi». Era il 10 giugno, la diciassettesima tappa del Giro d’Italia, la Cuneo-Pinerolo, quella del volo solitario dell’Airone su Colle della Maddalena, Col de Vars, Col d’Izoard, Monginevro e Sestriere. Quella degli undici minuti e cinquantadue secondi rifilati a Gino Bartali, secondo, e dei quasi venti ad Alfredo Martini, terzo. Quella cantata anche da Dino Buzzati sulle colonne del Corriere della Sera il giorno dopo.

«Quando oggi, su per le terribili strade dell’Izoard, vedemmo Bartali che da solo inseguiva a rabbiose pedalate, tutto lordo di fango, gli angoli della bocca piegati in giù per la sofferenza dell’anima e del corpo – e Coppi era già passato da un pezzo, ormai stava arrampicando su per le estreme balze del valico – allora rinacque in noi, dopo trent’anni, un sentimento mai dimenticato. Trent’anni fa, vogliamo dire, quando noi si seppe che Ettore era stato ucciso da Achille. È troppo solenne e glorioso il paragone? Ma a che cosa servirebbero i cosiddetti studi classici se i loro frammenti a noi rimasti non entrassero a far parte della nostra piccola vita? Fausto Coppi certo non ha la gelida crudeltà di Achille: anzi, tra i due campioni, è certo il più cordiale e amabile. Ma in Bartali anche se scostante e orso, anche se inconsapevole, c’è il dramma come in Ettore, dell’uomo vinto dagli dei. Contro Minerva stessa si trova a combattere l’eroe troiano, ed era fatale che soccombesse. Contro una potenza sovrumana ha lottato Bartali e doveva perdere per forza la potenza malefica degli anni. Intatto è il cuore formidabile, perfettamente in ordine l’apparato muscolare, lo spirito è saldo come nei tempi della fortuna. Ma il tempo ha lavorato dentro di lui, inavvertito, ha toccato appena appena i meravigliosi visceri, una cosa da niente, né medici, né strumenti registrano alcunché di mutato. Eppure l’uomo non è più lo stesso. E oggi per la seconda volta ha perso» (Buzzati 1981, p. 144).

 

Più che uno sport

 

Buzzati, Alfonso Gatto, Anna Maria Ortese raccontarono il Giro come spunto per raccontare l’Italia. In loro era sparita completamente la vena scherzosa e beffarda che accompagnò la “missione” di Achille Campanile. D’altra parte, come scrisse il poeta Gatto nel 1947 «affare tremendamente serio è il ciclismo, vena pulsante del paese, passione capace di rapire, unire e far dimenticare» (Gatto 2011, p. 40).

Lo si capì quando morì Fausto Coppi quanto “affare tremendamente serio” era diventato il ciclismo: lutto nazionale. «Il grande airone ha chiuso le ali. Quante volte Fausto Coppi evocò in noi l’immagine di un grande airone lanciato in volo con il battere delle lunghe ali a sfiorare valli e monti, spiagge e nevai? (…) Ora che le ali del campionissimo si sono chiuse, non si può non ricordare quante volte la sua carriera e la sua vita stessa corsero il rischio di essere spezzate da quello che si chiama abitualmente un “banale incidente”», scrisse Orio Vergani sul Corriere della Sera l’indomani della dipartita del Campionissimo (cfr. Vergani / Vergani 1995, p. 3). Il saluto del grande giornalista che aveva visto nascere Coppi sulla salita dell’Abetone il 29 maggio del 1940: «Fu sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi. Ne avevo visti di scalatori… ma adesso vedevo qualcosa di nuovo: aquila, rondine, alcione, non saprei come dire, che sotto alla frusta della pioggia e al tamburello della grandine, le mani alte e leggere sul manubrio, le gambe che bilanciavano nelle curve, le ginocchia magre che giravano implacabili, come ignorando la fatica, volava, letteralmente volava su per le due scale del monte, fra il silenzio della folla che non sapeva chi fosse e come chiamarlo» (Vergani, 1995, pp. 11-12).

 

Pellicole e nuove visioni

 

Soprattutto prima dell’avvento della televisione, dei resoconti delle corse e poi delle dirette (ormai diventate integrali), i campioni erano fatti non solo di scatti e pedalate, ma anche di parole. Quelle di chi le corse le raccontava, di chi i corridori li faceva parlare e ne cantava le gesta. L’amore popolare per il ciclismo era un la conseguenza di quel rapporto di fiducia tra tifosi e testimoni, più o meno, oculari di quello che accadeva in corsa. Questo sport era soprattutto un grande romanzo itinerante e come in ogni romanzo scritto bene il livello di coinvolgimento era pressoché totale soprattutto nei vent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale.

Furono Vittorio Metz, Marcello Marchesi e Steno i primi a comprenderlo e a convincere il produttore Lorenzo Pegoraro a girare un film sul ciclismo che sino ad allora era stato niente più che un intermezzo fugace nei cinegiornali. «Totò al Giro d’Italia rappresenta il primo passo di un passaggio del ciclismo da sport a componente di una cultura di massa che supera i limiti del recinto sportivo» (Lugo 2018, p. 89).

L’arrivo della televisione in gruppo permetterà agli appassionati di vedere quello che non avevano mai visto. Quello che prima era solo passaggio e poi racconto, diventerà immagine in movimento. Le prime sperimentazioni iniziarono al Giro del 1953. Due anni dopo gli spettatori principiarono a poter guardare in diretta gli istanti finali di qualche tappa. Il 20 maggio 1962 la Rai trasmise per la prima volta le immagini in diretta degli ultimi chilometri. Ma è con Giro a segno di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello (1956) e poi con Il Processo alla tappa di Sergio Zavoli (1962) che la televisione inizia a dare volto a chi era sempre stato sempre quasi solo nome e cognome. Al di là dei grandi campioni, che apparivano in foto e sui rotocalchi, molti dei corridori non avevano volto per la maggior parte degli appassionati. La tv democratizzerà tutto ciò, cambiando ovviamente anche tutto ciò che il ciclismo era stato sino a quel momento: racconto.

 

 

Bibliografia

Lugo 2018 = Adonia E. Lugo, Bicycle / Race: Transportation, Culture, & Resistance, Cleveland (Ohio, USA), Microcosm Pub, 2018.

Brera 1964 = Gianni Brera, Addio bicicletta, Milano, Rizzoli Bur, 1980.

Brera 1980 = Gianni Brera, I ciclisti di Aligi Sassu, Milano, Edizioni della Seggiola, 1980.

Buzzati 1981 = Dino Buzzati, Dino Buzzati al Giro d’Italia, Milano, Mondadori, 1981.

Campanile 1996 = Achille Campanile, Battista al Giro d’Italia, Milano, La vita felice, 1996.

Franzinelli 2013 = Mimmo Franzinelli, Il Giro d’Italia. Dai pionieri agli anni d’oro, Milano, Feltrinelli, 2013.

Gatto 2011 = Alfonso Gatto, Viaggio per l'Italia all'insegna dell'”Unità”: reportage, Novara, Interlinea, 2011.

Varale 1909 = Vittorio Varale, Giovanni Gerbi: la sua infanzia, i suoi debutti, le sue avventure, la sua carriera, Milano, Ufficio di Pubblicità sportiva, 1909.

Vergani / Vergani 1995 = Orio Vergani, Guido Vergani, Caro Coppi. La vita, le imprese, gli anni di Fausto e di quell’Italia, Milano, Mondadori, 1995.

Witherell 2016 = James L. Witherell, Bicycle History: A Chronological Cycling History of People, Races, and Technology, McMinnville (Oregon, USA), McGann Publishing, 2016.

 

Immagine: Screenshot dal film Totò al giro d'Italia (1948), di Mario Mattoli

 

 

 

 


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