28 ottobre 2020

Sulle strade del grande ciclismo

Nomi e nomignoli delle più note gare ciclistiche

 

Andata e ritorno in Belgio

 

«Non la si vince per fame, ma per amore». Il ciclista belga Rick Van Looy, un collezionista di grandi corse in linea e secondo per vittorie soltanto a Eddy Merckx, sintetizzò così il fascino della Liegi-Bastogne-Liegi, la più antica tra le classiche essendo nata nel 1892, e per questo soprannominata la Doyenne, ‘la decana’, tra le corse più ambite e inserita di diritto nel ristretto novero delle cinque “classiche monumento”, composto anche dalla Parigi-Roubaix, dal Giro di Lombardia, dalla Milano-Sanremo e dal Giro delle Fiandre.

Il famoso cantautore e compositore belga Jacques Brel a proposito di Liegi disse: «Un cielo così basso che un canale ci si è perso, così grigio che bisogna perdonarlo. Sentite come scricchiola al vento del Nord». E la decana, rispetto alla vasta maggioranza delle gare ciclistiche, si caratterizza per un’andata e un ritorno, che le conferisce, tra l’altro, un nome caratterizzante: partenza da Liegi, giro di boa a Bastogne, a due passi dal confine tra Belgio e Lussemburgo, e rientro a Liegi attraverso un tracciato diverso.

La fondazione della gara, che si svolge nella regione belga della Vallonia, va attribuita all’iniziativa del quotidiano L’Expresse, scritto in lingua francese e rivolto alla popolazione belga-francofona, anche per promuovere la vendita del giornale tra l’élite dell’epoca.

«Un budello di strade pericolose tra i boschi» la definì il “Leone delle Fiandre” Fiorenzo Magni, che la riteneva «roba da belgi», mentre uno degli specialisti più recenti di classiche del nord come Michele Bartoli, vittorioso in due edizioni consecutive (1997, 1998), è stato chiaro: «Il Belgio è il ciclismo e la Liegi è la storia della bicicletta. La può vincere anche uno specialista di corse a tappe, ma nel suo albo d’oro non ci sono comprimari. Bisogna essere cattivi, dei guerrieri in bici. E ogni anno non sai mai cosa troverai, è indecifrabile, con vento tagliente, neve o un caldo torrido». (La Stampa, 26 aprile 2020).

Curiosamente, a dispetto della scarsa partecipazione dei ciclisti azzurri fino alla prima metà del Novecento, la Liegi-Bastogne-Liegi è definita anche “la corsa degli italiani” per via dei tanti connazionali che popolano i dintorni di Liegi dopo l’esodo del secondo dopoguerra. Sul percorso sono disseminate le proverbiali côte, gli strappi brevi, ma taglienti, tipici a quelle latitudini e se la Redoute è quella più famosa, il Saint Nicolas è noto non a caso come la Côte des Italiens, per i tifosi italiani e i molteplici tricolori esposti al momento del passaggio. Ma anche a livello sportivo la Doyenne strizza l’occhio all’Italia, visto che i nostri corridori quanto a numero di successi sono secondi solo al Belgio padrone di casa e l’hanno vinta in dodici occasioni, per ultimo Danilo Di Luca nel 2007.

 

Nell’Inferno del Nord

 

Quattro anni dopo, nel 1896, nel nord della Francia invece prende vita la Parigi-Roubaix, nota per la sua estrema durezza e non a caso ribattezzata l’Inferno del Nord, ma anche Sunday in Hell, una domenica all’inferno, come testimonia un documentario danese del 1976 diretto da Jørgen Leth: «Puoi vedere ogni goccia di sudore sui ciclisti e ogni caviglia fracassata. Ti fa davvero venire voglia di non salire mai più su una bicicletta», commentò il giornalista della BBC Nick Fraser. Si corre, appunto, la domenica e ricorre spesso l’appellativo di Corsa di Pasqua perché si tiene la seconda domenica di aprile su un tracciato caratterizzato dai 52,6 km di pavé, suddivisi nei 27 cosiddetti settori, tutti acciottolati con cubi di porfido che costringono i corridori a trovare un equilibrio costante, tra spazi angusti e strettoie scivolose: a contribuire a questo nome fu anche il mistero legato alla prima edizione, che gli organizzatori fissarono per il giorno di Pasqua, ma le cronache dell’epoca riportano due settimane dopo (sull’argomento, vedi Sergent 1997).

Eddy Merckx, vincitore di tre edizioni (1968, 1970, 1973) e due volte secondo (1969 e 1975), raccontò che «tutti i ciclisti avevano paura di affrontare la Parigi-Roubaix perché ogni volta tornavano in albergo con la schiena a pezzi e le mani che tremavano come quelle dei vecchi» (Le Soir, 12 aprile 1975).

L’idea di dare vita alla Parigi-Roubaix venne a due patiti della pista, Theodore Vienne e Maurice Perez, dopo che nel 1895 avevano fatto costruire un velodromo tra gli abitati di Croix e Roubaix, nel nord della Francia. L’anno dopo proposero una corsa che partisse da Parigi per arrivare proprio nel velodromo e incontrarono il parere favorevole di Louis Minart, caporedattore del quotidiano sportivo Le Velo, e del suo braccio destro Victor Brayer, per mettere in piedi l’organizzazione. Victor Breyer era il principale curatore della rubrica ciclistica sul giornale e si recò in prima persona sul tracciato con una Panhard 6CV fino a Roubaix. Arrivò esausto, dopo una giornata sul pavé con la pioggia e il freddo. Giurò di inviare un telegramma a Minart chiedendogli di sospendere un progetto definito diabolico e troppo rischioso per i partecipanti. Ma in poche ore Breyer cambiò idea: in due mesi la gara prese vita e si disputò per la prima volta il 19 aprile 1896.

 

Le classiche italiane

 

Da sempre, la stagione ciclistica si chiude con il Giro di Lombardia, corsa in linea nota come la classica delle foglie morte per la sua collocazione in calendario, tra l’ultima settimana di settembre e la prima di ottobre (con la Gran Piemonte e la Milano-Torino, entrambe a ottobre, forma il cosiddetto Trittico d’autunno). Per un lungo periodo, la gara era nota anche come Mondiale d’autunno, perché rappresentava una sorta di rivincita dopo la vera rassegna iridata, disputata in estate. Curiosamente fu proprio una rivincita ad accendere la scintilla per il Giro di Lombardia, nato nel 1905 da un’iniziativa del giornalista Tullio Morgagni per dare l’opportunità a Piero Albini di prendersi la rivalsa su Giovanni Cuniolo dopo la sconfitta alla Coppa del Re, la vecchia Coppa Italica, un tempo la corsa nazionale più importante tra i dilettanti. Dal 1907 la corsa, della quale Coppi detiene il record di vittorie (cinque: 1946, 1947, 1948, 1949 e 1954), è organizzata dalla Gazzetta dello sport, che ha proposto negli anni percorsi notevolmente diversi, compresi la partenza e l’arrivo, sebbene il suo simbolo resti la salita che giunge alla chiesetta della Madonna del Ghisallo, protettrice dei ciclisti.

Con l’avvento di un’altra grandissima classica, la Milano-Sanremo, nata appena due anni dopo, l’Italia entrava in modo prepotente nella mappa del ciclismo mondiale. Già alla fine dell’Ottocento, nelle principali aree urbane del nostro Paese, si consolida una classe imprenditoriale forte, a cui tiene dietro lo sviluppo della produzione industriale di beni di consumo di massa e i primi fenomeni di inurbamento di popolazioni non più legate a contesti solo rurali: la bicicletta va di pari passo con lo sviluppo della città e poco dopo il ciclismo diventa anche pratica sportiva, con la Lombardia a fare da traino all’intero movimento. Da Milano, dove già si erano organizzate competizioni per velocipedi (cicli privi di catena, caratterizzati da una grande ruota anteriore direttamente azionata dai pedali) lungo percorsi urbani, come il Giro dei Bastioni (1870), parte la celebre Milano-Torino nel 1876, prima grande corsa italiana ancora oggi inserita nel calendario nazionale. In realtà, fino al 1960 la corsa è stata disputata sul percorso Milano-Milano, poi, dal 1961 al 1984, ha avuto come traguardo Como, prima all’interno dello stadio Sinigaglia, dove c’era un velodromo ora smantellato, e poi sul lungolago. E, sempre da Milano, prende vita, appunto, nel 1907 la Milano-Sanremo, la Classicissima, nota anche come Classica di Primavera per la sua collocazione temporale nel mese di marzo, ad aprire il filotto dei Monumenti. Come nacque è stato raccontato da Armando Cougnet, giornalista e primo organizzatore del Giro d’Italia, su La Gazzetta dello Sport: «Nel 1905 all’alba dello sviluppo industriale automobilistico, accanto alle macchine da corsa e a quelle turistiche di grossa cilindrata, venivano costruite da ditte minori modeste vetturette che si fregiavano dell’allettante nome di utilitarie. Allo scopo di propagandare il nuovo popolare mezzo di locomozione La Gazzetta dello Sport, allora diretta da Costamagna e amministrata dal sottoscritto, in accordo con l’Unione Sportiva Sanremese nelle persone dei dirigenti signori Ameglio, Capoduro, Rubino, e ing. Francesco Sghirla, organizzò la corsa per vetturette: Milano-Acqui-Sanremo. La corsa fu un solenne fiasco. Le utilitarie impiegarono due giorni per compiere il tragitto, arrivarono al traguardo in pochissimi esemplari e in non buone condizioni. Fu allora che sorse la proposta di trasformare la corsa da automobilistica in ciclistica. L’idea, fugato qualche dubbio, fu subito accolta. Si aprì semplicemente la carta del Touring Club al 200.000 e si tracciò il percorso che in meno di trecento chilometri congiungeva Milano a Sanremo attraverso Ovada e Voltri col Passo del Turchino, e nella primavera del 1907 lanciammo il bando internazionale della prima Milano-Sanremo» (cit. da Sigona 2010).

 

De Ronde

 

Ultimo Monumento è il Giro delle Fiandre (anche solo il Fiandre), inaugurato nel 1913, e che per i fiamminghi è sempre stato De Ronde, il Giro per eccellenza. A caratterizzarlo sono le brevi e ripide salite affrontate a ripetizione, i cosiddetti muri spaccagambe e acciottolati. Anche questa corsa ha un legame particolare con i quotidiani sportivi ed è stata ideata dal giornalista Karel Van Wynendaele, fondatore del periodico Sportwereld. Tra le motivazioni che portarono alla nascita della corsa, non per ultima la volontà di contendere – nella storica rivalità tra fiamminghi e valloni – il primato nel ciclismo alla parte francofona del Belgio, che una sua corsa l’aveva già messa al mondo dal 1892 con la Liegi-Bastogne-Liegi. «Vi sono corse che hanno fatto e fanno il ciclismo», scrisse il giornalista Mario Fossati a proposito del Giro delle Fiandre e ancora: «Non è stato il ciclismo ad esprimerle: all’opposto sono stati i loro fondali, il paesaggio anche tragico, la natura, l’ambiente a fare nascere l’antico nostro gioco basato sulla fatica. Il Giro delle Fiandre è una di queste rare classiche. Dici Giro delle Fiandre, Tour des Flandres oppure, se fiammingo sei, Ronde Van Vlaanderen e pensi immediatamente a Fiorenzo Magni. È stato Magni, che già denunciava un principio di calvizie, a personificare il Giro delle Fiandre, andandoci alla maniera di un pellegrino rabbioso, spazientito da un dio arcigno, da un Moloch crudele. Magni vinse. Era il 1949. Magni tornò lassù, a Gand o a Wetteren, dove il derby dei belgi traguardava, nel ’50 e nel ’51, ancora vincendo. Squagliava sul “muro” di Grammont, un’impennata diritta, che sembra il corso di un villaggio tirato all’impiedi e con il cuore fra i denti galoppava verso il traguardo». (la Repubblica, 04 aprile 1986). Magni è il solo ad aver vinto tre edizioni consecutive, dal 1949 al 1951, tripletta che gli è valsa il soprannome di “Leone delle Fiandre”.

 

Altre corse in linea

 

In Francia, si disputa ogni anno a ottobre la Parigi-Tours (dal 1896), il cosiddetto Mondiale per velocisti, in quanto la classica transalpina è terreno di caccia per gli sprinter, come lo è la Gand-Wevelgem (dal 1934), disputata generalmente nell’ultima domenica di marzo, corsa che apre la cosiddetta Campagna del Nord, come sono chiamate nel loro insieme le Classiche del pavé (o fiamminghe o del Nord: la Gand-Wevelgem, il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix) e le Classiche delle Ardenne (l’Amstel Gold Race, disputata dal 1966, di norma a metà aprile, la Freccia Vallone, dal 1936, e la Liegi-Bastogne-Liegi).

La Parigi-Nizza (dal 1933), svolta tradizionalmente a marzo, è conosciuta anche come Corsa verso il sole perché dalla capitale punta dritto verso il caldo e il mare della Costa Azzurra (non a caso la gara è detta anche Paris-Côte-d’Azur).

Nei mesi successivi dell’anno, si tengono invece le Classiche d’Estate, la Donostia Klasikoa (o Clásica de San Sebastián, dal 1981, disputata dopo la fine del Tour) nei Paesi Baschi e la EuroEyes Cyclassics di Amburgo (fondata nel 1996), la Bretagne Classic Ouest-France (nata nel 1931 con il nome di Grand Prix de Ouest-France, è disputata ad agosto in Bretagna).

Interessante, infine, il nome di una corsa nata di recente (nel 2007) che si svolge ogni anno a marzo in provincia di Siena (l’arrivo è posto in Piazza del Campo): è la Strade Bianche, che prende il nome dal colore dalle tipiche strade sterrate dell’entroterra toscano.

 

Grandi e piccole corse a tappe

 

Soltanto dopo la nascita delle prime storiche corse a tappa, alcune delle quali diventate Monumento, il grande ciclismo scopre i grandi giri, vale a dire le corse a tappe più importanti oggi racchiuse in tre settimane, ai loro esordi in realtà molto più brevi. Nasce prima il Tour de France (1903, sei tappe, vincitore Maurice Garin), poi il Giro d’Italia (1909, otto tappe, vincitore Luigi Ganna) e infine la Vuelta a España, nota più spesso come Vuelta, notevolmente più tardi (1935, 14 tappe, vincitore il belga Gustaaf Deloor).

Il Tour – la cui organizzazione è passata dopo la Seconda guerra mondiale da L’Auto al suo successore, L’Équipe – è anche noto come Grande Boucle, a causa della forma che il percorso assume ogni anno, una specie di grande ricciolo che gira attorno al Paese fino a giungere a Parigi per la sua celebre chiusura sugli Champs-Élysées. Per i cacciatori di corse a tappe, è l’Università del ciclismo, la vetrina più ambita e anche più ricca dal punto di vista degli sponsor. In un’intervista alla rivista 11, Gianni Mura così descriva il Tour: «Un qualcosa che anima il paesaggio. Il Tour è qualcosa che ha ancora l’effetto della festa del paese. È molto sentito dalla gente e anche nei paesi più piccoli, poveri. Mettono le bandierine, espongono delle bici d’epoca. Il fatto che il Tour le attraversi dà loro come una botta di vita e di colore. I francesi lo chiamano “fête de juillet”. È come se fosse sempre domenica nelle tappe perché dove arrivi è una festa e per molti di questi paesi il Tour spesso segue strade secondarie. Un po’ per non dar fastidio alle grandi e un po’ per sua vocazione. E quindi attraversi davvero dei paesini che non ci sono neanche sulla carta geografica, per i quali l’unico avvenimento è che ci passa il Tour. Magari ci passa per 5 minuti ed è finito, però loro aspettano tutto l’anno. Montano le panchine, quasi sempre c’è un barbecue o comunque preparano delle robe all’aperto. Si organizzano bene con le bottiglie di vino, la birra, le salsicce e le bici e i festoni di carta, “vive le Tour”, “merci le Tour”. È qualcosa di ingenuo e anche di spontaneo» (Prina 2016).

Il Giro d’Italia viene spesso chiamato anche corsa rosa perché è organizzato dalla Gazzetta dello Sport, storico quotidiano sportivo caratterizzato dalle pagine quel colore, che contraddistingue non a caso anche la maglia del primo in classifica generale.

Anche le altre corse a tappe, di minore durata, sono note come giro, tour o vuelta (Vuelta al País Vasco o in basco Euskal Herriko itzulia, Tour de Romandie, Volta a Catalunya, Tour de Suisse, BinckBank Tour o Eneco Tour, che prende il posto del Giro dei Paesi Bassi, Deutschland Tour, Tour de Pologne), con poche eccezione, tra le quali la Setmana Catalana, disputata tra il 1963 e il  2005, il Critérium du Dauphiné (ma in it. Giro del Delfinato), che dal 1947 si svolge nel sud-est della Francia e della Tirreno-Adriatico, gara nata nel 1966 e ribattezzata più tardi, per ovvii motivi, la Corsa dei due Mari, o anche la Diagonale della penisola, dal momento che inizia su un versante e giunge sull’altro nell’arco di una settimana.

 

 

Riferimenti biblio e sitografici

Sergent 1997 = Pascal Sergent, A Century of Paris-Roubaix, London, Bromley Books, 1997.

Sigona 2020 = Alberto Sigona, La Milano-Sanremo compie 101 Anni: la Classica delle Classiche, 1 aprile 2010 (lopinionista.it/notizia.php?id=427).

Prina 2016 = Emanuele Prina, Scrivere di Tour e di girasoli, 29 giugno 2016. (https://www.rivistaundici.com/2016/06/29/gianni-mura-tour-de-france).

 

 

Immagine: Passaggio di ciclisti nel tratto della foresta di Arenberg, Paris-Roubaix 2008

 

Crediti immagine: Jack Thurston, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons


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