26 ottobre 2020

Nelle maglie del ciclismo: la sindone degli eroi, il manifesto per i fedeli

 

Quando durante un ordinario evento ciclistico si staglia davanti agli occhi dell’appassionato la policromia delle maglie dei corridori, tre meccanismi scattano dalla mente al cuore: il contatto con la comunicatività extra-linguistica della vestemica, che qualifica giocoforza l’atleta; la metonimia di un simbolo d’appartenenza o di desiderio, nella quale l’indumento diviene vessillo e sogno d’infanzia; la religione laica che s'insinua ai confini della routine dei giorni. «Sono simboli e sindoni, bandiere e bomboniere, icone e totem. Sono paramenti sacri, divise pubbliche, proprietà private. Sono ricordi e memorie, testimoni e testimonianze, patrimoni e anche mezzi matrimoni» (Pastonesi 2017, p. 9).

 

Agli albori dello sport a due ruote, le divise di gara sono notevolmente diverse. Il 31 maggio 1868, al Parc St. Cloud di Parigi, il britannico James Moore sbaraglia la concorrenza nella corsa su chilometro, esibendo uno stile assai diverso dai moderni ciclisti: camicia, cravatta, pantaloni alla zuava, giacca costellata da bottoni e un cappello bombato a larghe tese. Ai primi del Novecento, lo statunitense Major Taylor sfoggia per strada un abbigliamento fai da te: tuta di lana aerodinamica, lavorata a maglia dalla madre (cfr. Sidwells 2017, pp. 14-63). Uno charme da passerella è sfoderato dal valdostano (ma naturalizzato francese) Maurice Garin, vincitore della prima edizione del Tour de France nel 1903: “influencer” ante litteram, indossa una giacca di cotone bianco, con tasche cucite sotto il petto, per appoggiare borracce, cibarie e fazzoletti. Il pioniere dei vincenti in un grande giro sfoggia inoltre la fascia verde al braccio sinistro, l’onore riservato al capo della classifica generale all'apertura del Tour fino alla sesta e ultima tappa, per distinguerlo dagli altri gareggianti.

 

La rivoluzione stilistica e commerciale dell’abbigliamento del ciclista arriva negli anni Venti, con l’avvento degli sponsor sulla parte frontale delle maglie e la graduale personalizzazione delle stesse, secondo le esigenze di marketing delle società e il gusto degli atleti (cfr. Chany 2002, pp. 9-51).

 

Le maglie del primo dei grandi giri: la Grande Boucle

 

Il Tour de France è la corsa di piena estate, che rappresenta l’evento ciclistico più celebre del mondo. Il leader della classifica generale si fregia della maillot jaune, la maglia gialla, adottata per la prima volta nel 1919 per decisione di Henri Desgrange, fondatore de L’Auto, il quotidiano sportivo – precursore de L’Équipe – che organizzava la corsa: il primo corridore a indossarla fu Eugène Christophe, all’inizio della 11a tappa, da Grenoble a Ginevra (la perderà nella 14a e penultima tappa, a causa della rottura della forcella, a favore di Firmin Lambot, che avrebbe vinto il Tour due giorni dopo). L’introduzione della maglia, il cui colore rimanda alla carta con cui era stampato L’Auto (com’è noto, invece, L’Équipe se ne differenziò adottando il bianco), avrebbe cambiato per sempre la storia del ciclismo, sebbene in quegli anni qualcuno tardasse a comprenderlo fino in fondo («Nous rappelons aux centaines de mille de sportifs qui viendront sur la route ou au Parc demain, qu’un seul coureur a le maillot jaune, c’est le leader actuel du Tour de France, Philippe Thys», L’Auto, 25 giugno 1920, p. 2; per una diversa ipotesi sull’origine della maillot jaune, cfr. Sidwells 2017, pp. 46-47).

 

Il leader della speciale graduatoria a punti – introdotta nell’edizione 1953 come commemorazione della fondazione del Tour e nominata Grand Prix du Cinquentenaire, e che ricorda la classifica generale tra il 1904 e il 1912, calcolata a punti e non a tempo – veste la maillot vert, la maglia verde, in onore dello sponsor della competizione, la società francese di tagliaerba La Belle Jardinière (Id., p. 51). Il primo classificato della graduatoria degli scalatori delle colline e delle montagne esibisce invece la maillot à pois, la maglia bianca coi pois rossi, introdotta nel 1975 e ispirata all’allora sponsor della competizione, la barretta di cioccolato Poulain, inconfondibile per il suo «incarto bianco con pallini rossi» (Id., p. 54). I ciclisti con età inferiore ai 25 anni concorrono invece per indossare la maillot blanc, la maglia bianca: l’indumento è introdotto nel 1975 e il colore rievoca la purezza dell’età giovanile (non a caso, anche il Giro e la Vuelta adottano lo stesso colore). Dal 1966 al 1989, il Tour ha assegnato anche la maillot rouge, la maglia rossa degli sprint intermedi, e nel 1975 ha introdotto la maglia di triplo campione – dai colori misti, gialla, a pois rossi e verde –, indossabile dal ciclista capace conquistare le classifiche generale, punti e scalatori, come in effetti aveva fatto il “Cannibale” Eddy Merckx nel 1969: il fuoriclasse belga, tuttavia, pur avendo creato il precedente storico per la progettazione della maglia, non riuscì più a conquistare le tre classifiche nella stessa edizione, come del resto non riuscì a fare nessun altro dopo di lui, a riprova dell’ineguagliabile fattura del suo record (cfr. Woodland 2007, pp. 96-99).

 

La via in rosea del Giro d'Italia

 

Il Giro d’Italia è figlio de La Gazzetta dello Sport, il quotidiano più venduto in ogni edicola dello Stivale. Dopo aver organizzato la Gran Fondo (1902), il Giro di Lombardia (1905) e la Milano-Sanremo (1907), la rosea sviluppa un progetto ambizioso: una corsa a tappe sul territorio nazionale. Grazie alla lungimiranza del caporedattore Tullo Morgagni, del direttore Eugenio Camillo Costamagna e dell’amministratore Armando Cougnet, l’idea prende forma. Il 24 agosto 1908, il giornale sportivo esce con un titolo a tre colonne che proclama la genesi del Giro d’Italia: «Il 13 maggio 1909, alle 2:53 del mattino», migliaia di curiosi accompagnano la partenza da Milano della festa itinerante che unisce da generazioni il popolo, i luoghi e le sfumature del Bel Paese» (Marianantoni 2019, p. 17).

 

In omaggio ai fogli della Gazzetta dello Sport, il leader della classifica generale veste la maglia rosa. Il primo italiano a conquistarla è Francesco Camusso nell’edizione 1931. In quel particolare frangente storico, l’indumento è di lana a collo alto, disponendo di tasche anteriori. Al centro del petto è posizionato uno scudetto argento con l’effige dei fascisti italiani, secondo le disposizioni della propaganda di regime per lo sport. L’espressione maglia rosa – come accade, naturalmente, anche per maillot jaune, camiseta amarillo e le altre maglie del ciclismo, nonché, in generale, per tutti i simboli sportivi – viene presto utilizzata nel linguaggio giornalistico per indicare in termini metonimici il leader della corsa: «Tutti, ritti in piedi, scrutavano ansiosamente in basso delle svolte per vedere se la maglia rosa sopravveniva [...]» (Vittorio Varale, Il trionfo di Binda e il dramma di Guerra nella Ravenna-Macerata, in «La Stampa», 14 maggio 1931, p. 7). E dalla narrazione sportiva al linguaggio comune il passo a volte è breve: «La maglia rosa della tranquillità per gli automobilisti l’ottiene, invece, la Valle d’Aosta [...]» (in «La Repubblica», 9 febbraio 1999, p. 26).

Paolo Condò, sopraffino narratore del Giro per la rosea, osserva come quella maglia, tanto agognata e attesa in ogni latitudine dello Stivale, puntelli il senso patriottico del popolo italiano, rappresentando un manifesto dell’unità:

«La maglia rosa è il simbolo del Giro, e il Giro rappresenta l’unità dell’Italia. Ora quegli echi si sono sopiti, ma un po’ di anni fa la Lega (o almeno una sua parte) aveva la secessione del Nord – la famosa Padania – come obiettivo politico dichiarato. Bene, io non l’ho mai creduto possibile proprio grazie alla mia esperienza al Giro d’Italia, perché ovunque la carovana facesse tappa l’entusiasmo popolare era straboccante. I ciclisti sono sportivi particolari, in genere refrattari al divismo e agli eccessi di personalizzazione: i tifosi fanno lo stesso, sostengono Nibali, oppure all’epoca Cunego ma innanzitutto tifano per la corsa. A sera, una volta concluso il lavoro, si finiva a cena: ebbene, non c’è posto nel quale l’oste, dopo aver sbirciato i nostri accrediti chiedendo se fossimo del Giro, non si sentiva in dovere di farci assaggiare il tale formaggio o il tale salume “perché lo produciamo soltanto qui”. Ai suoi occhi, noi rappresentavamo l’Italia in viaggio, e lui era orgoglioso di fare bella figura davanti all’Italia. Ma quale secessione... per traslato quindi, la maglia rosa può essere tranquillamente considerata un simbolo dell’unità e dell’indivisibilità del nostro Paese»*.

Il miglior scalatore della corsa, vincitore della classifica delle tappe di montagna, indossa originariamente la maglia verde dal 1966 al 2011, sostituita nel 2012 dalla maglia azzurra. I due colori sono un omaggio al paesaggio italiano di terra e mare. Il primo classificato della graduatoria a punti indossa dal 1970 la maglia ciclamino, dal colore tendente sul viola (non ispirato all’omonimo fiore ma allo sponsor Termozeta). Come nel Tour, anche il Giro premia il miglior giovane con la maglia bianca dal 1975, rievocando cromaticamente il candore della giovinezza. Oltre a quella rosa, la veste che detiene maggiore riconoscibilità nell’immaginario del ciclismo italiano è la maglia nera, “premio” simbolico dell’ultimo in classifica. La polirematica maglia nera è da tempo entrata nella lingua dell’uso per descrivere il fanalino di coda di una graduatoria legata a qualsivoglia settore: «Italia maglia nera per l'aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi OCSE-DAC» (Petrella 2007, p. 69).

 

L'introduzione dell’indumento avviene durante la dittatura fascista e l’ispiratore è Giuseppe Ticozzelli, difensore del Casale Calcio e della Nazionale, nonché valoroso soldato sul Piave. Nel 1926, privo di stimoli in una carriera calcistica ormai al capolinea, sorprende la critica sportiva partecipando al Giro d’Italia da indipendente. Il calciatore-ciclista arriva al raduno di ogni tappa per ultimo. Riesce a portare a termine soltanto quattro gare, a causa di un incidente nel pieno della corsa. La riconoscibilità della sua figura nello sciame di ciclisti, poiché con addosso la maglia del Casale (squadra di Casale Monferrato già campione d’Italia della quale è tesserato e che riporta in Serie A nel 1930), lo mette in evidenza negli almanacchi sportivi.

 

Dopo la lunga pausa per i devastanti eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, nel 1946 l’organizzazione del Giro istituisce il premio per l’ultimo classificato, il quale indossa appunto la maglia nera, ricordando il veterano Ticozzelli. Il compenso in denaro al detentore della veste di consolazione arriva incredibilmente a superare – per intercessione degli sponsor – il cachet del sesto in classifica generale. Si innescano delle sfide di negligenza tra ciclisti del calibro di Luigi Malabrocca e Sante Carollo, abili a forare le proprie ruote nella distrazione generale o a dileguarsi tra i clienti dei bar sul sentiero. Per contrastare l’opportunismo dei professionisti della sconfitta – che ha generato sdegno tra i critici e gli storici del ciclismo mondiale –, l’organizzazione abolisce la maglia in occasione dell’edizione 1952, rintroducendola una tantum nel 1967, anno in cui a fregiarsi dell’onore è Lucillo Lievore (cfr. Marco Pastonesi, 1926: la maglia nera di Giuseppe Ticozzelli, calciatore nella Nazionale e ciclista al Giro, in la Repubblica, 14 maggio 2017, shorturl.at/huw59).

Tra le maglie di squadra che entrano di diritto nel carme del Giro d’Italia, ritroviamo: la divisa della Bianchi di Fausto Coppi, celeste con fasce bianche sotto il petto e sulle maniche; la tenuta della Bartali-Ursus di Gino Bartali, che colpisce gli spettatori per il suo giallo canarino con colletto, giromanica e scritte blu; la caleidoscopica maglia della Mercatone Uno di Marco Pantani, dalla base gialla con un mosaico verde acqua sull’addome e blu scuro sul giromanica.

Da ricordare inoltre, a livello internazionale, il dolcevita azzurro della selezione italiana ai giochi olimpici del 1932 di Los Angeles, al centro del quale trionfa lo stemma della casa Savoia con un contorno dorato ricamato. Kermesse memorabile per il ciclismo italiano, grazie all’oro nella cronometro su strada del piacentino Attilio Pavesi, che due anni dopo si classifica clamorosamente cinquantaduesimo al Giro, raccogliendo comunque l’encomio di tutti i rivali (cfr. Conti 2017, p. 141)

Lo scrittore e giornalista Marco Pastonesi regala degli aneddoti sulle vesti del ciclista che incontrano il legame con la terra natia degli emigranti italiani all’estero:

«Le maglie del ciclismo sono un simbolo e una bandiera, un Carosello e una figurina, una seconda pelle e una quinta dimensione. Le maglie del ciclismo sono anche tessere di un mosaico, sentimenti nel tempo, codici di appartenenza romantica e onirica. Da subito, dall’inizio: Giovanni Cuniolo vinse i primi tre campionati italiani su strada, dal 1906 al 1908: allora la maglia tricolore non esisteva. Quando nell’inverno 1907-1908 andò a correre a Melbourne, in Australia (era la loro estate), per essere riconosciuto – a vista – dagli emigrati italiani si fece fare una maglia tricolore che, come una bandiera, aveva le strisce verticali»**.

 

La Vuelta a España, una camiseta perenne mutamento

 

La Vuelta chiude la stagione dei grandi giri al terzo atto dell’estate, tra agosto e settembre. Ha storicamente un approccio cangiante alle maglie. È la corsa più giovane delle tre classiche, creata nel 1935 dal quotidiano Informaciones, con l’intento di replicare le brillanti operazioni della Gazzetta dello Sport in Italia de L’Auto in Francia, per aumentare le vendite e imporsi, grazie al richiamo popolare della manifestazione, come il giornale più venduto di Spagna. L’ideatore, il giornalista Juan Pujol, attinge stilisticamente dal Tour de France e dal Giro. La prima camiseta, indossata dal leader della classifica generale dopo la tappa di apertura, è arancione. A portarla è il belga Gustaaf Deloor. Dopo poche edizioni, il colore adottato è il giallo, sulle orme della Grande Boucle. Nell’annata 1941, l’organizzazione opta per il colore bianco, entrando in rotta di collisione con il gusto del dittatore Francisco Franco, sostenitore del nero privo di ornamenti. L’anno dopo, ritorna l’arancione e nel 1945 la stoffa del campione diventa porporina, creando non poca confusione tra il pubblico. Negli anni Cinquanta, la maglia del leader assume uno sfondo bianco sul quale campeggia una striscia rubiconda. Ma nel 1955, l’ispirazione originaria al Tour si fa sentire: ritorna il giallo, trasformato gradualmente in oro. Dal 2010 ai giorni nostri, il leader della Vuelta si colora di porpora, indossando la celeberrima camiseta amarillo, offrendo ai sostenitori quel barlume di originalità che mancava all'evento di massa capace di unire il popolo spagnolo da Madrid, alla Catalogna, passando dai Paesi Baschi fino all’Andalusia. Attualmente le altre maglie in uso sono: a pois blu, per la guida della graduatoria scalatori; verde, per il primo classificato della classifica a punti; bianca, per il miglior giovane (cfr. www.lavuelta.es/es/recorrido-general).

 

L'arcobaleno più ambito, la maglia iridata

Il vincitore del campionato del mondo di ciclismo indossa, nelle competizioni che affronta durante il periodo di campione in carica, una maglia bianca con un arcobaleno sotto il petto, in richiamo ai colori dei giochi olimpici. Il riconoscimento emblematico, introdotto dall’Union Cycliste Internationale nel 1927, per favorire la visibilità del leader mondiale al pubblico dietro le transenne, raffina il suo design in epoca recente, proponendo disegni artistici di corridori in bicicletta al centro delle strisce cromate. La maglia iridata è definita da appassionati e addetti ai lavori “maledetta” per chi la porta, scatenando addirittura la superstizione dei ciclisti impegnati. Circa un quarto degli indossatori detengono un percorso nefasto nel post vittoria. La congettura prende vita il 15 marzo 1971, quando il belga Jean-Pierre Monseré – vincitore ai mondiali disputatisi a Leicester un anno prima e pronto a sfidare apertamente il connazionale Merckx alla Milano-Sanremo – muore a causa di un incidente in una gara nazionale disputatasi nelle Fiandre, a Saint-Pieters-Lille, con addosso la veste del campione del mondo.

 

Testi citati nell’articolo

Chany 2002 = Pierre Chany, La Fabuleuse Histoire du Tour de France, Parigi, Editions de la Martinière, 2002.

Conti 2017 = Beppe Conti, La grande storia del ciclismo, Torino, Graphot, 2017.

Marianantoni 2019 = Luca Marianantoni, 110 anni in rosa. Storie, imprese e statistiche del Giro d'Italia dalla prima edizione a oggi, Bologna, Pendragon, 2019.

Pastonesi 2017 = Prefazione a Sidwells 2017.

Petrella 2007 = Riccardo Petrella, Una nuova narrazione del mondo, Bologna, Editrice Missionario Italiana, [2007].

Sidwells 2017 = Chris Sidwells, Le maglie leggendarie del ciclismo, con prefazione di Marco Pastonesi, Portogruaro (VE), Ediciclo editore, 2017. 

Woodland 2007 = Les Woodland, The Yellow Jersey Companion to the Tour de France, Londra, Yellow Jersey Press, 2007.

 

Bibliografia di riferimento

Jacques Augendre, Tour de France, panorama d'un siècle, Parigi, Soc. du Tour de France, 1996.

Giuseppe Brunamontini, Antologia della letteratura sportiva italiana, Roma, Società Stampa Sportiva, 1984.

Daniele Marchesini, L'Italia del Giro d'Italia, Bologna, Il Mulino, 1996.

Giampiero Petrucci, Dizionario del ciclismo italiano, Torino, Bradipolibri, 2003.

 

Sitografia

www.archiviostorico.gazzetta.it

www.giroditalia.it

www.lavuelta.es

www.letour.fr

www.treccani.it/enciclopedia/elenco-opere/Enciclopedia_dello_Sport

www.uci.org

 

* Intervista a Paolo Condò del 5 ottobre 2020.

** Intervista a Marco Pastonesi del 7 ottobre 2020.

 

Immagine: Vincenzo Nibali durante la premiazione Maglia rosa al termine della tappa con arrivo a Ivrea. Giro d'Italia 2013

 

Crediti immagine: Mamertino81, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons


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