26 ottobre 2020

Tutto il ciclismo ruolo per ruolo

 

Chi si avvicina al ciclismo lo fa di solito guardando in tv una tappa del Giro d’Italia o del Tour de France, le due corse a tappe più famose tra gli appassionati di questo sport. A volte poi c’è chi ha la fortuna di assistere dal vivo alle imprese sportive di questi funamboli che vanno a velocità incredibili scaricando sui pedali centinaia di watt.

Ogni appassionato delle due ruote ha il proprio beniamino, il proprio modello, il ciclista che lo fa scattare sulla sedia o che addirittura lo porta ad avvicinarsi alla pratica su strada. C’è chi ama i velocisti, chi si appassiona alle imprese degli scalatori e chi ancora resta estremamente affascinato dalla potenza e dal calcolo dei cronomen, veri e propri maestri della velocità per molti km, solitamente sui percorsi in pianura, in sella a bici quasi avveniristiche che costano quanto un crossover.

 

Dai freni al cambio passando per i pedali

 

E a proposito di bicicletta il tema degli ultimi anni è legato al sistema di frenata con l’introduzione di una nuova modalità che sta prendendo piede da qualche tempo. Si tratta dei freni a disco che stanno rapidamente sostituendo nel mondo dei professionisti i freni tradizionali, definiti a pattino. Il sistema è più o meno il medesimo: un corpo che va in battuta contro la parte in rotazione che rallenta la corsa in seguito alla generazione di attrito. Nel freno tradizionale il pattino è il corpo frenante composto di gomma che va in battuta contro la pista frenante del cerchio. Nel freno a disco è quest’ultimo il corpo che causa il rallentamento attraverso un sistema idraulico che porta il disco frenante a entrare a contatto con le pastiglie dei freni, come avviene per auto e moto. Questo sistema di frenata rappresenta già il presente e sarà il prossimo futuro di tutte le bici da strada visto che garantisce una migliore frenata, soprattutto a basse temperature.

Continuando a parlare di meccanica della bicicletta ecco che un’altra componente particolarmente importante nelle versioni da corsa è il cambio. Si compone di tre organi di trasmissione che sono la corona, la catena e il pacco pignone (un sintagma di recente attestazione scritta, ma di circolazione effettiva più datata: «A quell’epoca [il 1976] le bici avevano dodici velocità con un pacco pignoni da sei rapporti in scala 12-25», Claudio Ghisalberti, La Gazzetta dello Sport, 22 maggio 2011). A ogni clic dei comandi del cambio la catena si sposta in base al rapporto selezionato. Un tempo i comandi del cambio erano delle levette poste sul telaio ma oggi tutte le nuove bici da corsa hanno il sistema di regolazione del rapporto sul manubrio, posto di solito dietro le leve dei freni. In base alle pendenze e anche della superficie della strada che si percorre il ciclista andrà a scegliere il rapporto più opportuno. Ad esempio, se si sta correndo una gara con un finale in salita con pendenze superiori al 10% è molto più opportuno usare il 39 nella “corona” anziché il 53. Ma cosa sono questi numeri e cosa è la corona? Partiamo da quest’ultima, che nel sistema di trasmissione a ruote dentate della bicicletta è il più grande dei due ingranaggi. Nelle bici da corsa professionistiche troviamo due corone: la più grande di solito a 53 denti e quella più interna a 39 denti. Essa si trova collocata sulla guarnitura della bicicletta dove si montano pedivelle, ovvero i pedali della bicicletta (un vecchio tecnicismo, esclusivo del ciclismo, documentato dai vocabolari come il GRADIT sin dal 1905, e oggi retrodatabile di qualche anno: 1893, La rivista velocipedistica, p. 1893). Sulla ruota posteriore della bicicletta è invece posto il pacco pignone che al giorno d’oggi arriva anche a 12 velocità. All’inizio del XX secolo le bici avevano soltanto due pignoni sulla ruota posteriore, uno per lato. Nel momento in cui si doveva cambiare pignone i ciclisti dovevano fermarsi e cambiare manualmente il rapporto. Poi a ridosso della seconda guerra mondiale arrivò il cambio a bacchetta che fu una vera innovazione nel ciclismo dominato in quegli anni prima da Bartali e poi da Coppi, Magni e Bobet. Fino agli anni ’70 si proseguì con il pacco pignone a 5 rapporti con la Campagnolo che andò a introdurre un nuovo tipo di cambio, comandato a filo e dotato di due pulegge che consentivano di cambiare il rapporto anche fra pignoni con dentature molto differenti fra loro. Oggi, come detto, si può arrivare anche a 12 pignoni sulla ruota posteriore e spesso i pro cambiano la sequenza dei rapporti nella cassetta (vale a dire nel pacco pignoni) in base alla corsa che andranno ad affrontare.

Infatti, il rapporto tra il numero dei denti della corona anteriore e quello del pignone fa sì che a un giro completo del pedale corrispondano differenti giri sulla ruota.

 

Pendenze in doppia cifra e altitudini elevate

 

Quando si affrontano salite arcigne con pendenze costanti superiori anche al 12-13% si deve fare affidamento a rapporti particolarmente agili. Lo scalatore (la parola esiste da molto prima, ma in relazione al ciclismo è attestata almeno dagli anni Venti del Novecento: «Il canellese, che è per solito incostante, ha dato prova di coraggio e di qualità non comuni di scalatore: ha ceduto solo alla distanza», La Stampa, 4 ottobre 1926, p. 2) o grimpeur (francesismo attestato in italiano dal 1905 secondo il GRADIT, ma nel significato alpinistico: la voce compare come tecnicismo del ciclismo, ma in corsivo, sulla Stampa del 11 aprile 1910, a p. 2: «Assaltiamo l’ultima faticosa salita di questo percorso e cioè quella famosa del Dusino pensando essere questo il momento buono per il grimpeur Aimo di attaccare in salita il Borgarello») che fronteggia ascese come il Monte Zoncolan, il Passo del Mortirolo in Italia o il Col de l’Angliru in Spagna non può fare a meno di montare un 36 sulla corona piccola anteriore e un 32 come rapporto più agile nel pacco pignone. Chiaramente lo sviluppo metrico di una pedalata è minimo e non supera i 2,5 metri. Chi vuole attaccare su salite con pendenze in doppia cifra dovrà avere una cadenza di pedalata particolarmente elevata. Gli amanti del ciclismo penseranno senza dubbio alle frullate di Chris Froome (cfr. Preite Martinez 2017)1.

Una delle più note affermazioni del britannico nato in Kenya è la tappa del Tour de France del 2015 con arrivo a Pierre Saint Martin. In quell’occasione l’allora capitano del Team Sky si impose dopo aver affrontato la salita conclusiva con una cadenza media di 97 pedalate al minuto. Un’altra prestazione memorabile dell’atleta britannico arrivò quasi tre anni dopo al Giro d’Italia quando riuscì a compiere una delle imprese ciclistiche più belle di questo secolo attaccando a 80 km dal traguardo su una salita mitica come il Colle delle Finestre, in Piemonte con un’accelerazione irresistibile (https://www.youtube.com/watch?v=jK71jW7cSZk).

Froome è uno dei protagonisti degli ultimi anni nei Grandi Giri e uno dei sette atleti nella storia del ciclismo ad aver vinto per almeno una volta in carriera ognuna delle tre corse a tappe più importanti, vale a dire Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a España.

Negli ultimi anni è, però, emersa una nuova generazione di fenomeni, tutti giovanissimi e tutti dalle caratteristiche atletiche fuori dal comune. Ed è il caso dell’ecuadoriano Richard Carapaz, del colombiano Egan Bernal e degli sloveni Primoz Roglic e Tadej Pogacar. Bernal e Carapaz sono due classici esempi di scalatori puri o grimpeur, cioè atleti specializzati nelle corse ciclistiche in salita, in particolare in ascese molto ripide. Gli scalatori sudamericani emergono in maniera evidente nelle salite sopra una certa altitudine, di solito sopra i duemila metri. Tale specialità è legata alle origini di questi atleti nati e cresciuti prevalentemente in alta montagna e abituati dunque a tali altitudini dove c’è minore ossigenazione. Richard Carapaz, vincitore del Giro d’Italia 2019, è nato a El Carmelo, nel canton Tulcan, una zona dell’Ecuador in cui l’altitudine sfiora i 3000 metri. Egan Bernal è nato a Bogotà, capitale della Colombia, posta a oltre 2600 metri sul livello del mare. Bastano queste informazioni e i dati sul loro peso e statura per capire come siano portati per le grandi salite ad altitudini elevate. Bernal riuscì a conquistare il primo storico Tour de France per un atleta della Colombia attaccando nelle tappe alpine dell’ultima settimana. Decisive e a suo favore le frazioni con i passaggi sul mitico Col du Galibier (la salita su cui il compianto Pirata Marco Pantani sferrò il mitico attacco a Jan Ullrich nel Tour del ’98) e soprattutto il Col de l’Iseran, il valico automobilistico più alto d’Europa con i suoi 2770 metri d’altitudine.

 

Il corridore perfetto per le grandi corse a tappe

 

Gli sloveni Roglic e Pogacar sono, invece, due perfetti esempi di passisti-scalatori, che è il tecnicismo che si usa da decenni per definire i ciclisti di strada con queste caratteristiche (cfr. per es. «In complesso, un percorso difficile, sul quale si trovano a loro agio piuttosto i passisti-scalatori che non quelli che prediligono soltanto la pianura» La Stampa, 12 ottobre 1957, p. 4; esistono anche passisti-velocisti: “Zinoviev e Jdanov (27 e 25 anni) sono passisti velocisti di gran rispetto”, la Repubblica, 6 gennaio 1989; per passista, v. infra). Infatti, i due atleti non possono definirsi propriamente dei grimpeur, termine con cui i francesi definiscono gli scalatori e che al Tour de France è contraddistinto della esclusiva maglia a pois (di lunga consuetudine anche nella lingua del giornalismo sportivo italiano:). Infatti, i due atleti non possono definirsi propriamente dei grimpeur quanto più che altro degli eccellenti corridori di fondo, molto bravi in pianura ma con ottimi doti anche in salita, su pendenze non particolarmente arcigne.

Altri esempi di passisti-scalatori sono l’olandese Tom Dumoulin (vincitore del Giro 2017), lo stesso Chris Froome e, restando negli anni Duemila, Cadel Evans, australiano vincitore del Tour 2011, Samuel Sanchez, medaglia d’oro alle Olimpiadi 2008, Ivan Basso, Denis Menchov e Paolo Savoldelli. Tra i passisti-scalatori più famosi degli anni ’90 bisogna necessariamente ricordare Tony Rominger, il già citato Jan Ullrich, Miguel Indurain e Gianni Bugno.

 

Gli spericolati pittori con le bici: i discesisti

 

Detto di scalatori e passisti-scalatori andiamo a chiudere il capitolo montagne parlando dei discesisti, un termine degli sport da neve preso in prestito assai presto dal ciclismo («Non credo che egli possa essere un protagonista, da Perpignano a Pau, delle azioni in salita, mentre si dovrà tener conto che egli è uno dei più audaci e abituali discesisti», La Stampa, 14 luglio 1933, p. 4, in riferimento al ciclista belga Speicher; cfr. anche Il Littoriale, 7 luglio 1934, p. 1). Parliamo di veri e propri funamboli che riescono a fare la differenza nelle discese tecniche come se disegnassero a velocità incredibili le curve con un pennello.

Tra i più grandi discesisti del passato troviamo, ad esempio, Gastone Nencini ed Eddy Merckx. Il belga, soprannominato “Il Cannibale”, ha vinto diverse Milano-Sanremo grazie ai suoi attacchi decisivi lungo la discesa del Poggio. Ed è proprio su questa breve asperità della Classica di Primavera che Vincenzo Nibali confezionò un piccolo capolavoro nell’edizione 2018 attaccando sulle rampe finali e involandosi in discesa prima dell’imbocco sulla via Aurelia (https://www.youtube.com/watch?v=9qWVGvr-x9Y).

Lo Squalo è un ciclista sui generis nel ciclismo moderno. Infatti, oltre ad aver vinto almeno una volta Giro, Tour e Vuelta, ha nel suo palmares anche una vittoria alla Milano-Sanremo e due Giri di Lombardia, due Classiche Monumento, di solito appannaggio dei ciclisti da corse di un giorno.

 

I cacciatori di Classiche Monumento

 

Stranamente il siciliano non ha mai vinto la Liegi-Bastogne-Liegi, forse la Classica Monumento più adatta alle sue caratteristiche di passista-scalatore.

A proposito di Grandi Classiche e di corridori poliedrici ecco due nomi che racchiudono perfettamente questo concetto: Peter Sagan e Alejandro Valverde. Lo slovacco è il prototipo di ciclista moderno: forte allo sprint ma allo stesso tempo resistente nelle gare di un giorno. Non è un caso, infatti, se Sagan può vantare nel suo palmares vittorie di tappa nei tre Grandi Giri, una Parigi-Roubaix, un Fiandre, tre Gand-Wevelgem, oltre alle sette maglie verdi al Tour de France (classifica a punti) e soprattutto ai tre campionati del mondo fra 2015 e 2017. E restando in tema di maglia iridata va menzionato Alejandro Valverde che dopo anni di podi è riuscito a coronare il suo sogno nel Mondiale di Innsbruck del 2018. Con la conquista del campionato del Mondo “El Imbatido” ha coronato una carriera costellata da tantissimi successi e fra questi bisogna ricordare ben quattro Liegi, cinque Freccia Vallone e una Vuelta a España.

L’eredità del murciano è stata presa (potremmo dire sul campo) da “Loulou” Alaphilippe, uno dei ciclisti francesi più forti degli ultimi 30 anni. Ribattezzato anche con il soprannome di “Moschettiere”, Alaphilippe ha dimostrato di essere un eccellente cacciatore di Classiche e di avere avanti un futuro roseo nelle gare di un giorno. Alaphilippe è dotato di grande resistenza, si difende bene in volata ed è un formidabile scattista su quelli che vengono definiti “muri”, vale a dire le salite brevi e ripide che sono tipiche della Francia e del Belgio. Ottimo cronoman, come dimostrato nel Tour del 2019, ha conquistato nel 2020 la maglia di campione del mondo nella prova in linea di Imola scattando sulle pendenze più cattive del Cima Gallisterna, asperità a meno di 11 km dal traguardo posto lungo il circuito dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari.

 

Potenza, solitudine e aerodinamica

 

Come detto, Alaphilippe è particolarmente bravo nelle corse contro il tempo, ma al momento per definire cosa è un cronoman (‘ciclista specializzato in corse a cronometro’: dal 1985, per Zingarelli 2020, s. v., ma già sul Corriere dello sport del 3 marzo 1971, p. 1) bisogna fare un nome e cognome: Filippo Ganna. Il ciclista piemontese è un autentico fuoriclasse non solo nelle gare su pista ma anche nelle cronometro su strada. Di recente ha conquistato la maglia iridata di specialità all’ultimo mondiale e anche la crono di apertura del Giro 2020 in cui sulla sua bici ha montato un rapporto monstre 60x11. Ganna ha una forza straordinaria e rappresenta il prototipo perfetto del cronoman del XXI secolo come lo è stato nel recente passato Bradley Wiggins e ancora più indietro negli anni Miguel Indurain e Francesco Moser. Il ciclista trentino, grande protagonista del ciclismo italiano a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 era un grandissimo rappresentante della categoria dei cronomen ma può essere definito anche un eccellente passista alla stregua di grandi ciclisti della sua stessa epoca come Felice Gimondi, Eddy Merckx e Bernard Hinault. In ogni caso il passista è colui che è in grado di mantenere per lungo tempo alte velocità, solitamente in pianura (passista è attestato dal 1938 secondo lo Zingarelli 2020, dal 1942 per il DELIN e il GRADIT: la voce, tuttavia, compare già sulla Domenica sportiva del 25 agosto 1918, p. 4). Pertanto un ottimo cronoman è di solito un buon passista. Altri es/empi di passisti che sono stati eccellenti anche a cronometro sono lo svizzero Fabian Cancellara, l’australiano Michael Rogers e il tedesco Tony Martin.

 

Cuore in gola, coraggio e acido lattico

 

Il passista specializzato nelle “stoccate” negli ultimi km è il cosiddetto finisseur (dal 1987, secondo il GRADIT, ma Leo Pestelli attesta l’uso della voce nel lessico del ciclismo già sulla Stampa del 23 luglio 1957, p. 3). Si tratta di atleti molto resistenti che hanno una particolare preminenza nello scatto prolungato. Di solito il finisseur è autore di grandi vittorie scattando a pochi km dal traguardo raggiungendo e mantenendo velocità costanti anche attorno ai 60 km/h in pianura. L’esempio classico di finisseur è il ciclista Andrei Tchmil che ha conquistato in questa maniera la Milano-Sanremo 1999. Dieci anni dopo con un’azione simile il nostro Alessandro Ballan conquistò il campionato del mondo di Varese con un allungo favoloso a meno di 3 km dal traguardo. Memorabile in quel momento l’urlo del telecronista Rai Auro Bulbarelli e del pubblico di Varese al momento della stoccata del corridore veneto (https://www.youtube.com/watch?v=7LxJRG3jPCo).

 

 

Fulmini verso il traguardo scortati da angeli

 

Molte volte, però, i campionati del mondo si sono risolti con una volata, vale a dire con un arrivo di gruppo regolato allo sprint da alcuni atleti particolarmente veloci nello spunto di poche centinaia di metri. I velocisti (dal 1942, Dizionario moderno, secondo il DELIN, ma già sulla Stampa del 5 giugno 1922, p. 2) o sprinter (i dizionari non registrano nello specifico l’accezione ciclistica, per quanto la voce compaia con questo valore già nella Domenica sportiva del 4 ottobre 1903, p. 4, in riferimento a corse brevi, «m. 400 al massimo») più famosi degli ultimi trent’anni anni sono senza dubbio Mario Cipollini, Erik Zabel, Oscar Freire, Alessandro Petacchi, Mark Cavendish, Tom Boonen, Robbie McEwen, Fernando Gaviria, Elia Viviani, Arnaud Demare e Wout Van Aert. Tutti questi atleti vantano numerose vittorie in volata nei grandi giri a tappe. Basti pensare che Cipollini ha vinto ben 42 frazioni del Giro d’Italia. La maggior parte di loro devono tanto ai gregari che scortano i velocisti fino a poche centinaia di metri dal traguardo prima dello sprint. Di solito il lavoro dei gregari resta all’oscuro visto che è il vincitore della tappa o della corsa di un giorno a balzare agli onori della cronaca. Nel caso di Cipollini alla Saeco, il “Re Leone” era scortato prima dell’arrivo in volata da un “trenino” di gregari che scandivano il passo prima di lanciare lo sprint.

Il gregario (dal 1955, La Stampa, GRADIT, ma già l’8 giugno 1926. p. 5, sullo stesso quotidiano) è dunque l’uomo squadra, colui che fa il lavoro sporco per aiutare il capitano a centrare la vittoria. Ci sono poi varie tipologie di gregario: coloro che tirano per decine di km per controllare il gruppo o riprendere i fuggitivi (o “fugaioli”) di giornata, quelli che scandiscono il passo in salita e chi, appunto, scorta il proprio capitano velocista prima dello sprint finale (cfr., sull’argomento, Vigonesi 2017). Un gregario eccellente, soprattutto per gli uomini di classifica è di certo Paolo Tiralongo che è stato a servizio di Cunego alla sua esperienza alla Lampre e di Nibali e Aru in maglia Astana. L’atleta siracusano è riuscito, però, a ritagliarsi anche qualche soddisfazione nelle rare libere uscite concesse dai propri direttori sportivi vincendo anche tre tappe del Giro d’Italia fra 2011 e 2015.

 

Riferimenti sitografici

Preite Martinez 2017 = Umberto Preite Martinez, La natura divina di Chris Froome, Ultimo uomo.

Vigonesi = Alberto Vigonesi, Un omaggio a chi dice addio, in Cicloweb, 2017.

 

 

Immagine: I tornanti del passo dello Stelvio, Cima Coppi per antonomasia

 

Crediti immagine: Pavel Špindler, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons


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