23 marzo 2021

Dante a memoria

Diceva Gianfranco Contini che «la vera sede» della poesia di Dante non sta tanto nel libro, dove sono stampati i versi, quanto nella memoria. Sarebbe stato senz’altro d’accordo il giovane tornitore – poi carabiniere, impiegato, maestro nelle carceri e infine maestro elementare – Enrico Merlini, che nella primavera del 1956 partecipò a “Lascia e raddoppia” diventando famoso perché sapeva ripetere a memoria tutti i 14.233 versi della Commedia. Aperta a caso una copia del poema, Mike Bongiorno iniziava a declamare, poniamo, «La concubina di Titone antico…», e Merlini svelto proseguiva, tra gli applausi del pubblico: «…già s’imbiancava al balco d’orïente, / fuor de le braccia del suo dolce amico» (Purg., IX 1-3). Quando gli si domandava quanto tempo avesse impiegato per imparare tutto, lui rispondeva: «Un canto alla settimana, cento canti, cento settimane, cioè circa 23 mesi. Però bisogna sempre ripeterli ed è appunto questo il segreto della memoria». Ripeterli tutte le sere prima di andare a letto? «No, al mattino» (“La Stampa”, 11 maggio 1956).

Questa, dunque, la mnemotecnica del maestro Merlini. Che non fu il primo a cimentarsi in tanta impresa, e non sarebbe stato l’ultimo; ma a nessun altro è riuscito di unire al dilettevole un così cospicuo utile. Il maestro tornò infatti alla sua Casale Monferrato con il considerevole bottino di cinque milioni di lire, il massimo che si potesse vincere al telequiz. Quando Mike gli poneva la fatidica domanda, «lascia o raddoppia?», lui optava infatti sempre per la seconda opzione, perché a suo dire con Dante non si può mai lasciare.

 

Dantomani accaniti

 

Molto peggio era andata, quasi un secolo prima, a un non meglio noto intagliatore «R. L.», che come Merlini «concepì il gigantesco pensiero d’imparare a memoria la Divina Commedia. Studia, ristudia, e poi studia ancora, vi riuscì; ma fu tale la scossa e l’urto ricevuto, […] da farlo dopo pochi mesi maniaco furioso». A raccontare il suo caso, nel Rendiconto statistico-clinico del Manicomio di S. Maria della Pietà di Roma per gli anni 1872-1873, sono i medici che lo ebbero in cura:

 

«Confessiamo di aver preso piacere nel sentire il suo delirio, perché atteggiatosi a Dante scagliava i suoi fulmini colle divine parole di lui sopra di noi sua turba, insegnandoci la retta via. Ricordiamo sempre le parole con le quali ci accolse alla prima visita, mentre era ancora in preda a un indicibile furore maniaco.

 

O tu che quivi siedi in alto loco,

Abbi pietà d’un misero infelice

Che tutto quel che fa gli pare poco.»

 

Se imparare a memoria l’intero poema è impresa per dantomani accaniti, tanto eccezionale da fare dei due qui sopra menzionati rispettivamente un caso televisivo e un caso clinico, va detto però che esiste anche una memoria dei frammenti – cioè di quei versi isolati che, come ha scritto Antonio Prete, «sottratti alla loro organica appartenenza, finiscono col vivere di una vita propria» – e questa è invece largamente diffusa. Anzi, da questo punto di vista si può dire che nessun poeta è presente nella memoria nazionale quanto Dante.

 

#Pezzettiamemoria, a partir da Ciampolo

 

Non c’è italiano, infatti, che non ricordi almeno qualche suo verso, a partire dall’incipit universalmente noto della Commedia. Ed è anche grazie alla memorabilità dei versi danteschi che così tante voci e locuzioni del poema sono entrate stabilmente a far parte del nostro vocabolario: dalle «dolenti note» dell’Inferno alla «dolce vita» del Paradiso, dal «gran rifiuto» al «bel paese», da «sanza ’nfamia e sanza lodo» a «non mi tange» e «stare freschi». Sui social network, da ultimo, alcuni emblematici sintagmi sono persino diventati degli hashtag: #AhiServaItalia accompagna post di critica sociopolitica, mentre #Fieropasto, con intenzione più ludica, è l’etichetta talvolta associata a immagini di soggetto culinario.

Il formarsi di questa memoria collettiva, che certo deve molto all’esercizio scolastico, è un fenomeno molto antico, iniziato con la primissima diffusione della Commedia. A partire dalla Toscana, dove il pubblico parlava la stessa lingua dell’autore ed era quindi naturalmente avvantaggiato nella memorizzazione. Entro il secondo decennio del Trecento, il senese Ciampolo di Meo Ugurgieri e il fiorentino Andrea Lancia realizzavano le due più antiche traduzioni italiane dell’Eneide di Virgilio, entrambe intessute – fatto sorprendente a quest’altezza cronologica – di echi danteschi, soprattutto provenienti dall’Inferno. Possiamo quindi dedurne che quando Dante era ancora in vita c’era già qualcuno che aveva letto e riletto (almeno) la prima cantica, tanto da trattenerne alcuni passi nella sua memoria ed esserne condizionato nel suo modo di scrivere – o, in questo caso, di tradurre.

Il primo commento fiorentino alla Commedia, noto come Ottimo Commento, scritto intorno al 1334 da un anonimo concittadino di Dante, mostra come già allora fosse stata ricavata dal poema una fraseologia. Di Vanni Fucci, ad esempio, il commentatore spiega che fu ladro, omicida «e pieno d’ogni magagna», con chiara eco della celebre invettiva contro i genovesi di Inf., XXXIII 151-53. Per spiegare perché Dante, a Inf., XI 13-15, chieda a Virgilio di impiegare utilmente un momento di sosta nella discesa, il commentatore fa ricorso a un verso del Purgatorio (III 78) che sarebbe stato poi molto ricorrente come motto solare sulle meridiane: «ché perder tempo a chi più sa più spiace».

 

«cose che ’l tacere è bello»

 

Ancora un esempio, tra i molti che si potrebbero fare, dal canto VII. In una chiosa viene detto che i prelati avari commettono «cose che ’l tacere è bello». Si vede qui come il famoso passo di Inf., IV 104, assumendo valore idiomatico, abbia mutato la sua connotazione, che da positiva è divenuta negativa. Dante usava infatti quelle parole per esercitare, per così dire, un diritto di privacy, avendo scelto di tenere per sé i contenuti – evidentemente di altissimo valore – della sua conversazione con Omero, Orazio, Ovidio, Lucano e Virgilio. Le stesse parole rappresentano invece nella chiosa la censura di fatti tanto scabrosi che per decenza e pudore non possono neppure essere nominati. C’è probabilmente qui anche una reminiscenza della canzone dell’esilio Tre donne intorno al cor mi son venute, che il commentatore conosceva, in cui Dante allude con ugual formula agli organi sessuali femminili: «Amor prima per la rotta gonna / la vide in parte che il tacere è bello» (Rime, CIV 28). Ed è come perifrasi eufemistica che la locuzione è tuttora molto impiegata – per lo più ironicamente – ad esempio nei post dei social network, o in articoli di giornale di argomento vario, dalla politica allo spettacolo allo sport:

 

«…un “remake” americano [dei Soliti ignoti] ambientato a San Francisco (Crackers di Louis Malle) di cui tacere è bello.» (Tullio Kezich su “la Repubblica”, 03 gennaio 1986)

 

«Se tacere è bello del pasticciatissimo Miraculi di Ulrich Weiss, uno degli ultimi film prodotti sotto la etichetta Defa…» (Irene Bignardi su “la Repubblica”, 19 febbraio 1992)

 

«…del rovescio e del servizio [del tennista Andrei Goloubev] il tacere è bello, per pudore.» (Luigi Bolognini su “la Repubblica”, 18 maggio 2004)

 

«…al club rosanero successero tante altre cose “che il tacere è bello”.» (Lucio Forte su “la Repubblica”, 31 maggio 2004)

 

Che ne pensava Petrarca

 

Se Ciampolo, Andrea Lancia, l’anonimo commentatore appartenevano tutti a una élite di lettori letterati, la Commedia ha goduto però fin da subito anche di un grandissimo successo popolare. C’era infatti un appassionato pubblico che, pur non avendo accesso ai libri, partecipava tuttavia alla sua diffusione, grazie alla consuetudine di “cantare il Dante”. Il poema veniva cioè memorizzato e ripetuto a voce: magari con qualche imprecisione e innovazione, come vediamo nelle due famose novelle di Franco Sacchetti (CXIV e CXV) in cui Dante fa le sue vivaci rimostranze a un fabbro e a un asinaio dopo averli sentiti «cantare il libro suo» con «nuovi volgari», cioè con parole diverse da quelle da lui scritte. Si sarà anche trattato di episodi di fantasia: ma la realtà non deve essere stata troppo diversa. In una lettera del 1359, infatti, Petrarca confidava all’amico Boccaccio di non invidiare per nulla la fortuna popolare del loro predecessore; lui aveva scelto anzi di scrivere in latino appunto per evitare che anche alla sua poesia accadesse come a quella di Dante, e cioè di essere «sciupata e guastata» dai tanti che la recitavano «nelle taverne e nelle piazze» (Fam., XXI 15).

 

Tradizione orale e memoria

 

Sono proprio le dinamiche della tradizione orale, con i suoi inciampi e le sue approssimazioni, a spiegare la larga diffusione di varianti per questi versi divenuti proverbiali. Ad esempio “non ti curar di loro, ma guarda e passa”, molto presente in luogo dell’originario «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa», riferito agli ignavi (Inf., iii 51). O “far tremare le vene ai polsi” invece dell’originario «le vene e i polsi» (Inf., I 90), le cui attestazioni davvero non si contano, anche sui giornali e ora sui social. Così il verso è ripreso ad esempio in un testo del rapper Ghemon: «Ci siamo fatti tremare le vene ai polsi bevendo verità / a grandi sorsi» (Crimine, 2014).

È anche così che la poesia di Dante vive nella nostra memoria, più che nei libri. Una memoria magari imperfetta e piena di vuoti – non così allenata come quella dei cantori medioevali o del maestro Merlini – ma che sempre reca la traccia di quei versi che abbiamo conosciuto prima ancora di averli letti.

 

Bibliografia

Contini, Un’interpretazione di Dante, in Id., Un’idea di Dante, Torino, Einaudi, 1976, pp. 69-111.

Rendiconto statistico-clinico del Manicomio di S. Maria della Pietà di Roma per gli anni 1872-1873, Roma, Tipografia Mugnoz, 1874.

Prete, L’amor che move il sole e l’altre stelle. Un verso, in “Le parole e le cose”, 7 novembre 2016.

Virgilio, Æneis. Volgarizzamento senese trecentesco di Ciampolo di Meo Ugurgieri, a cura di C. Lagomarsini, Pisa, Edizioni della Normale, 2018.

Compilazione della Eneide di Virgilio fatta volgare per Ser Andrea Lancia notaro fiorentino, a cura di P. Fanfani, «l’Etruria», I, 1851, pp. 162-88, 221-52, 296-318, 497-508, 625-32, 745-60.

Ottimo Commento alla ‘Commedia’, a cura di G.B. Boccardo, M. Corrado, Roma, Salerno Editrice, 2018.

 

Immagine: Dante alla corte di Guido Novello

 

Crediti immagine: Andrea Pierini, Public domain, via Wikimedia Commons


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