28 giugno 2022

Evangelisti e la fantascienza

 

Valerio Evangelisti è uno scrittore che, prima della sua prematura scomparsa, ha mostrato una grande capacità di trascendere i generi (Sebastiani 2018: 121). Questo non vuol dire però che non li abbia frequentati e influenzati – al punto che la situazione di un intero genere letterario, quello della fantascienza italiana contemporanea, è in parte significativa nata dal suo successo.

 

Un’affermazione simile può sembrare strana, perché oggi la fantascienza italiana è una realtà consolidata e nel suo assieme mostra pochi legami con le opere di Evangelisti. Le case editrici, specializzate e no, pubblicano un flusso costante di opere e i libri di autori italiani si trovano senza problemi in libreria, accanto a quelli di autori stranieri. Tutto ciò sembra normale: in fin dei conti, è quello che succede in molti altri generi. Tuttavia, una trentina d’anni fa la situazione era molto diversa. Le pubblicazioni erano rare e, soprattutto, le case editrici operavano sulla base di una regola consolidata nel tempo: in una collana di fantascienza, pubblicare il libro di un autore con nome italiano faceva diminuire le vendite. Semplicemente, nella fantascienza italiana non c’era mai stato un autore di particolare successo.

 

Tutto questo cambiò di colpo nel 1994, quando la collana da edicola Urania di Mondadori pubblicò Nicolas Eymerich, inquisitore, il primo romanzo di fantascienza di Valerio Evangelisti.

 

Le ragioni di un successo

Il successo di pubblico non ha regole fisse e prevedibili: ogni spiegazione a posteriori è soprattutto una razionalizzazione di qualcosa che non si poteva prevedere. Detto questo, a che cosa si può provare a ricondurre il successo dei primi romanzi di Evangelisti? 

 

Nicolas Eymerich, inquisitore vinse il Premio Urania 1993 e venne pubblicato l’anno successivo sul n. 1241 di Urania. La prima cosa che si notava leggendolo era però che quello non era un tipico romanzo di fantascienza. Conteneva, sì, un’astronave e un pianeta remoto, ma la loro presenza era chiaramente marginale e in effetti era dovuta a un esplicito consiglio di un redattore Mondadori (Sebastiani 2018: 14). Per il resto, la storia era ambientata in buona parte nel Medioevo e aveva come protagonista un personaggio non troppo amichevole: un inquietante inquisitore impegnato in un’indagine.

 

Il Premio Urania, d’altra parte, era proprio dedicato a un genere specifico, la fantascienza. Era stato assegnato per la prima volta nel 1989 e i quattro vincitori precedenti a Evangelisti erano in maggioranza nomi già attivi da decenni nell’ambiente: Vittorio Catani, Virginio Marafante, Nicoletta Vallorani – in compagnia di un unico esordiente, Francesco Grasso. Tutti e quattro i romanzi vincitori, soprattutto, potevano essere definiti di fantascienza tipica, strettamente collegati alle tematiche e convenzioni di genere. Un tale legame mancava nel caso di Evangelisti, ed è quindi difficile ricondurre a questo il suo successo. In Nicolas Eymerich, inquisitore emergevano viceversa rapporti con qualcosa di diverso, che evidentemente il pubblico apprezzava, forse più di quanto gli addetti ai lavori immaginassero. Un rapporto ovvio, a partire dall’ambientazione, era senz’altro quello con Il nome della rosa di Umberto Eco; un altro era quello con il giallo tradizionale; altri erano invece meno diretti.

 

In filigrana, sembra chiaro per esempio il rapporto con la cosiddetta fantarcheologia, una pubblicistica popolare di grande successo in Italia e in altri paesi europei tra gli anni Cinquanta e i Settanta. Nei romanzi o negli pseudo-saggi di fantarcheologia, i resti del passato venivano interpretati come testimonianze della presenza di alieni o di civiltà scomparse, avanzatissime dal punto di vista tecnologico. I prodotti di maggior successo di questo filone in Italia sono stati forse i numerosi e popolarissimi libri di Pier Domenico Colosimo, attivo con lo pseudonimo di Peter Kolosimo: da Non è terrestre (1968) ad Astronavi sulla preistoria (1972).

 

La fantarcheologia tradizionale toccava solo di striscio il Medioevo europeo. I suoi punti di riferimento erano più remoti nel tempo o nello spazio: le piramidi egizie, Atlantide, la lastra di Palenque con la sua supposta raffigurazione di un antico astronauta… Tuttavia, il concetto base – la manifestazione di un meraviglioso a base scientifica o pseudoscientifica, proveniente dal passato – è molto vicino a quello proposto nei romanzi dell’inquisitore Eymerich.

 

Un altro filone influiva a livello non contenutistico ma narrativo: i western all’italiana, con la loro violenza e i personaggi taciturni, spesso spinti da motivi poco chiari. Questo legame era comune a un altro narratore poco classificabile dei decenni precedenti, Sergio Altieri (più noto con il suo pseudonimo anglicizzato di “Alan D. Altieri”: Tavosanis 2009) ed è stato più volte esplicitato da Evangelisti stesso. Del resto, molte opere di Evangelisti, dal “ciclo messicano” a quelle che hanno come protagonista il cowboy Pantera, si ricollegano in modo diretto a questo filone.

 

I romanzi dedicati all’inquisitore Eymerich avevano insomma molti punti di contatto con la tradizione. La riproponevano però in forme nuove, molto diverse da quelle che si erano viste fino a quel momento. Sfidando i generi, per l’appunto.

 

Gli effetti

La pubblicazione di Nicolas Eymerich, inquisitore ottenne un immediato successo di pubblico, che portò rapidamente all’uscita di un seguito e poi di un ciclo formato da tredici volumi complessivi. Tuttavia, la comunità della fantascienza italiana, nonostante l’evidente qualità dei lavori e il fatto che la loro uscita stesse rivoluzionando l’ambiente, all’inizio ignorò in modo plateale le opere del nuovo arrivato. In particolare, a nessuno dei primi romanzi di Eymerich fu assegnato il Premio Italia, il più longevo riconoscimento di settore: il primo (e l’unico) a ottenerlo fu Il castello di Eymerich, nel 2002.

 

In retrospettiva, l’impatto fu probabilmente di particolare effetto nella parte di comunità ideologicamente di destra, molto attiva in quel periodo. Questi gruppi avevano fatto del recupero del Medioevo il proprio cavallo di battaglia, in linea con un’ideologia legata alla “tradizione”. Il fatto che Evangelisti presentasse un Medioevo interpretato in modo radicalmente diverso senz’altro non fu privo di conseguenze.

 

Comunque, il successo procedeva su altri canali, lasciandosi indietro buona parte degli ambienti storici. Nel 1997, sempre su Urania, uscì l’antologia Tutti i denti del mostro sono perfetti, curata da Evangelisti stesso: era una raccolta di autori italiani in parte già legati alla testata Mondadori, in parte provenienti dalla narrativa tradizionale. Indipendentemente dalla qualità e dal successo, non si era mai visto nulla di simile. La fantascienza italiana ormai era uscita dalla sua nicchia e procedeva con una disinvoltura che anche solo quattro anni prima sarebbe stata impensabile – il tutto grazie al successo di un unico autore, a cui per fortuna era stato concesso lo spazio per una visione personale.

 

Bibliografia e sitografia

Sebastiani A. (2018), Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, Bologna, Odoya.

Tavosanis M. (2019), “Indagini nell’Apocalisse: Valerio Evangelisti e Alan D. Altieri”, in Il romanzo poliziesco. La storia, la memoria, Bologna, Astrea, vol. 1, pp. 485-491.

Sito ufficiale del Premio Italia

Blog della rivista «Urania»

 

Immagine di copertina: illustrazione di Francesco Mattioli©, che si ringrazia per l’amichevole concessione della riproduzione gratuita.


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