28 maggio 2018

Storia minima delle grammatiche scolastiche

Le grammatiche per la scuola sono da sempre sottoposte a due tensioni opposte: da un lato il naturale conservatorismo dell’istituzione scolastica, che è preposta a trasmettere le conoscenze consolidate e riconosciute dalla società, e dall’altro il legittimo desiderio di ammodernare metodi e contenuti dell’insegnamento; a seconda degli indirizzi culturali e della situazione sociolinguistica prevale una o l’altra pulsione. Per tale ragione il libro di grammatica, nel tempo, non solo ha assunto forme diverse, ma ha conosciuto momenti di differente fortuna, variabile anche a seconda dei gradi scolastici.

 

Una disciplina settecentesca

 

Si può cominciare a parlare di grammatica scolastica quando l’insegnamento dell’italiano non viene più genericamente inteso come alfabetizzazione primaria ma diventa una disciplina a sé stante: dal Settecento, quindi, con il diffondersi delle scuole ecclesiastiche nei centri urbani, e con il tentativo di alcuni stati preunitari (specie il Piemonte) di alfabetizzare percentuali significative di popolazione per formare un ceto dirigente laico; è però con la creazione di un sistema educativo unitario che il fenomeno diviene consustanziale alla storia della nazione.

 

Nei momenti di cambiamento

 

Il dibattito su quanta e quale grammatica affrontare nei diversi tipi di scuola e su come insegnarla, mai sopito e variamente affrontato nei programmi ministeriali, si è fatto particolarmente vivace nei momenti di cambiamento: nei tre-quattro decenni dopo l’Unità, per l’urgenza dello stato da costruire e dell’analfabetismo da abbattere, e negli anni Settanta del Novecento, quando gli effetti dell’industrializzazione e dell’inurbamento ‒ con l’aumento del benessere medio e della richiesta di scolarità ‒ imposero il tema dell’inclusione di ampie fasce sociali fino ad allora marginali; in misura minore anche negli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale, in concomitanza con il rinnovamento della pedagogia e le prime esigenze di modernizzazione tecnologica e produttiva. In altre parole: la questione della lingua in prospettiva scolastica si è accesa nei periodi di trasformazione socio-economica e di inclusione o riallocazione produttiva di larga parte della popolazione.

 

Valeva più la pratica

 

Nei primi decenni dell’Unità si assistette dunque ad una crescita esponenziale dei testi scolastici in genere e delle grammatiche in particolare; il vento pedagogico spirava a favore della didattica basata sulla pratica e contro l’apprendimento mnemonico delle regole, ma in realtà continuarono a riscuotere successo di adozioni i testi più tradizionali, che adattavano le vecchie Regole elementari di Basilio Puoti all’insegnamento elementare (è il caso della grammatica di Matteo Trenta, che ebbe dodici edizioni tra il 1864 e il 1889) o banalizzavano la riflessione sulla lingua in dialoghi a domanda e risposta, come i catechismi del tempo (è il caso della grammatica di Giuseppe Borgogno, con almeno quaranta edizioni tra la fine degli anni ’60 e il 1899), o, ancora, la sminuzzavano in angustissime classificazioni (è il caso delle grammatiche “metodiste”, così chiamate perché legate alle «scuole di metodo» per formare i maestri, la più nota delle quali è quella di Giuseppe Mottura e Giovanni Parato). I vari tentativi di rinnovamento, che per esempio trattavano delle parti del discorso in forma narrativa, come la Grammatica di Giannettino di Collodi, del 1883, o ricorrevano alle immagini per facilitare la memorizzazione degli esempi, come la Grammatichetta di un altrimenti ignoto Giulio Orsat Ponard, del 1898, nel complesso restarono marginali.

 

Dal dialetto all’“italianità”

 

Tra la fine degli anni Dieci e l’inizio dei Venti del Novecento pedagogisti illuminati come Giuseppe Lombardo Radice e studiosi come Ernesto Monaci idearono e promos­sero sussidi grammaticali che partivano dal dialetto, lingua materna di larga parte della popolazione, per insegnare l’italiano: così, per la prima volta, si dava concretezza didattica al metodo comparativo sostenuto decenni prima da Graziadio Isaia Ascoli. Ma il generoso tentativo di diffondere la lingua comune senza reprimere i dialetti fu presto soffocato dalla difesa dell’italianità di cui era portatore il regime fascista.

 

Gli anni Settanta e l’accesso alla cittadinanza

 

A distanza dalle novità introdotte dalle grammatiche di due studiosi d’eccellenza, Bruno Migliorini e Giacomo Devoto (1941), improntate la prima alla pratica della lingua e la seconda alla riflessione metalinguistica, occorrerà attendere gli anni Settanta perché si accenda, e con forza, il dibattito sulla didattica dell’italiano, intesa ora come educazione linguistica globale, necessaria via d’accesso alla cittadinanza e strumento primario di democratizzazione: da allora le grammatiche si sono arricchite di sezioni dedicate alle quattro abilità (parlare, scrivere, ascoltare, leggere) e di elementi di linguistica e di storia della lingua, che però non sostituiscono ma si affiancano alla tradizionale impostazione per grafia e fonetica, morfologia, analisi logica e del periodo.

 

La grammatica destrutturata ed espansa

 

Negli ultimi decenni, anche a causa del rapido succedersi di indicazioni ministeriali molto ampie ed eclettiche, che tra l’altro prevedono espansioni digitali, il “libro di italiano” ‒ rare, lodevoli, eccezioni a parte ‒ si è ulteriormente dilatato e destrutturato, offrendo per accumulo e in forma non gerarchizzata lacerti di sapere eterogenei insieme a dosi massicce di esercizi e verifiche.

 

Lingua davvero aggiornata?

 

Non solo i metodi, ma anche i modelli di lingua proposti all’osservazione sono mutati nel tempo e, va aggiunto, una spiccata innovatività nella didattica non è detto che si coniughi con una proposta di lingua ugualmente aggiornata. Il tradizionale modello classicista, di base letteraria (con l’inevitabile corredo di eglino ed elleno, chicchessia e imperfetti di 1a persona singolare in -a, del tipo io cantava), sopravvive fino al primo Novecento, a volte viaggiando in parallelo e a volte ibridandosi con elementi fiorentinisti dell’uso; se l’italiano asciutto e razionale di Migliorini e Devoto archivia la tradizione, è però solo negli anni Settanta-Ottanta del Novecento che si fa strada un diverso ideale di lingua, aperto alla variazione e al parlato, più duttile e perciò molto più complicato da gestire e da insegnare.

 

Grammatiche citate nel testo

Giuseppe Borgogno, Prime nozioni di grammatica italiana proposte alle scuole elementari inferiori, 13a ed., Torino, Paravia.

Carlo Collodi, La grammatica di Giannettino adottata nelle scuole comunali di Firenze, con Premessa e Appendice di Francesca Geymonat e Postscriptum alla Premessa di Carla Marello, rist. anastatica della 2a ed. Firenze, Paggi, 1884, Messina-Firenze, D’Anna, 2003 (1a ed. 1883).

Giacomo Devoto, Introduzione alla grammatica. Grammatica italiana per la scuola media, Firenze, La Nuova Italia, 1941.

Bruno Migliorini, La lingua nazionale. Avviamento allo studio della grammatica e del lessico italiano per la scuola media, Firenze, Le Monnier, 1941.

Giuseppe Mottura, Giovanni Parato, Nuova grammatica della lingua italiana, con brevi nozioni intorno ai principali generi di componimento, ad uso delle scuole, Torino, Paravia, 1872.

Giulio Orsat Ponard, Grammatichetta illustrata della lingua italiana, con duecento figure ideate dall’autore ed eseguite dai pittori G[iuseppe] Anichini e C[arlo] Casaltoli, Firenze, Bemporad, 1898.

Basilio Puoti, Regole elementari della lingua italiana, 2 voll., Roma, Tipografia delle scienze, 1839 (1a ed. 1833).

Matteo Trenta, I primi elementi della grammatica italiana, Firenze, Paggi, 1864.

 

Bibliografia essenziale

Maria Catricalà, L’italiano tra grammaticalità e testualizzazione. Il dibattito linguistico-pedagogico del primo sessantennio postunitario, Firenze, Accademia della Crusca, 1995.

Nicola De Blasi, L’italiano nella scuola, in Luca Serianni, Pietro Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana, 3 voll., Torino, Einaudi, 1993-1994, I, pp. 383-423.

Nicola De Blasi, Scuola e lingua, in Raffaele Simone (dir.), Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 2 voll., 2010-2011, II, pp. 1295-98.

Silvia Demartini, Grammatica e grammatiche in Italia nella prima metà del Novecento. Il dibattito linguistico e la produzione testuale, Firenze, Cesati, 2014.

Claudio Marazzini, Grammatica e scuola dal XVI al XIX secolo, in Norma e lingua in Italia. Alcune riflessioni fra passato e presente. Atti dell’incontro di studio (Milano, 16 maggio 1996), Milano, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, 1997, pp. 7-27.

Emiliano Picchiorri, Impostazioni teoriche e modelli di lingua nei manualetti per lo studio dell’italiano a partire dal dialetto (1915-1925), in Annalisa Nesi, Silvia Morgana, Nicoletta Maraschio (a cura di), Storia della lingua italiana e storia dell’Italia unita. L’italiano e lo stato nazionale, Atti del IX Convegno dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Firenze, 2-4 dicembre 2010), Firenze, Cesati, 2011, pp. 487-97.

Marino Raicich, Di grammatica in retorica. Lingua scuola editoria nella Terza Italia, Roma, Archivio Guido Izzi, 1996.

 

 

*Roberta Cella insegna Linguistica italiana e Storia della lingua italiana all’Università di Pisa, avendo lavorato in precedenza alla lemmatizzazione del corpus testuale del Tesoro della lingua italiana delle Origini per l’Opera del Vocabolario italiano ‒ Istituto del CNR di Firenze. Ha studiato i gallicismi in italiano antico, i documenti mercantili primotrecenteschi del fondo Gallerani-Fini, la prosa narrativa dalle Origini al Sette­cento; ha scritto una Storia dell’italiano (Bologna, il Mulino, 2015). Si è occupata di grammatiche scolastiche per la Storia dell’italiano scritto, IV. Grammatiche, e, più nello specifico, di grammatiche narrative dell’Ottocento, della prima grammatica scolastica illustrata (di Giulio Orsat Ponard, 1898), della grammatica per la scuola media di Giacomo Devoto (1941).


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