06 ottobre 2020

Il discorso d’odio (non) è (sempre) a compartimenti stagni

 

Discorso d’odio e stereotipi si collocano rispettivamente all’apice e alla base della piramide dell’odio (Falloppa 2020): sono legati a doppio filo da un nesso eziologico ad un estremo del quale leggiamo, sentiamo, vediamo l’effetto prodotto attraverso parole che feriscono (Matsuda et al. 1993) e all’altro estremo del quale non sempre scorgiamo le cause, più o meno nascoste, insidiose e complesse che lo originano.

Le rappresentazioni stereotipate e le manifestazioni d’odio a esse connesse sono spesso ricondotte a una singola categoria sociale: ad esempio, genere, origine razziale o etnica, condizione di migrante o richiedente asilo, colore della pelle, orientamento sessuale. A uno sguardo più attento, però, ci si accorgere che il discorso d’odio non sempre funziona “a compartimenti stagni”. Il repertorio è tristemente ampio: basti pensare agli epiteti adoperati, nel corso del tempo, per riferirsi alle donne nere, alle donne rom, alle donne che rivestono una carica politica o istituzionale tradizionalmente “maschile” tale da renderle inaccettabili nella loro affermazione, “odiose”. Pensando al quotidiano gli esempi potrebbero continuare, fino a ricomprendere donne con disabilità, donne anziane o migranti di Paesi Terzi impiegate nei lavori domestici o di cura. Ma, è noto, l’odio non risparmia nessuno: anche gli uomini infatti sono destinatari di un linguaggio offensivo non solo in quanto “uomini” ma perché appartenenti o percepiti come appartenenti a religioni, culture, nazionalità “altre”. Fermandoci al contesto europeo, ecco che la donna di etnia rom diventa “la zingara rapitrice” di bambine e bambini non rom; un uomo dall’aspetto mediterraneo diventa “il terrorista musulmano” – espressione più recentemente estesa anche alle donne musulmane – o “lo stupratore straniero”; i e le migranti non abbienti diventano “parassiti del welfare”.

La pervasività dell’odio sessista-razzista nel contesto italiano è ben epitomata nelle ripetute aggressioni verbali rivolte all’allora Ministra dell’Integrazione, Cécile Kyenge: donna-di origine congolese-politica. Una breve analisi del contesto e della giurisprudenza è istruttiva.

Nella primavera del 2013, qualche mese dopo la sua nomina, la Ministra dell’Integrazione viene definita “un orango” da un noto esponente leghista durante un comizio politico. Ne è seguita una vicenda politica e giudiziaria che ha interessato anche la Corte Costituzionale e ha portato, a gennaio 2019, alla condanna in primo grado a 1 anno e 6 mesi di carcere (pena sospesa) per diffamazione con l’aggravante dell’odio “razziale”. Nello stesso periodo, un consigliere circoscrizionale di Trento ha postato un commento sul profilo Facebook in cui invitava la Ministra a tornare “nella Giungla dalla quale è uscita”. Tale post è stato ritenuto “gravemente lesivo dell’onore e della reputazione” di Cecile Kyenge dal Tribunale penale di Trento (Sent. n. 508 del15 maggio 2014), che ha condannato l’autore per il reato di diffamazione aggravato dalle finalità di odio razziale. La sentenza è stata confermata dalla Corte d’Appello di Trento nel 2016, in cui si legge che si tratta di un’offesa “che in questo caso si connota di particolare disvalore perché prende di mira una persona di colore, la assimila a una bestia (l’orango) e, proseguendo nella parificazione animalesca, ne enuncia la Giungla come luogo di provenienza e di necessario ritorno, fino a significare una vera e propria volontà di discriminazione razziale, a null’altro parendo ispirata quella invettiva se non a suggerire l’idea di una inferiorità originaria della persona, determinata dal colore della pelle”. Sebbene la Corte abbia esaminato la questione solo sotto il profilo del razzismo, il linguaggio d’odio sanzionato può essere colto efficacemente attraverso un’analisi intersezionale: il colore della pelle, l’origine africana della Ministra, essere donna e, per di più, investita di una carica istituzionale elevata sono difficilmente scindibili nelle rappresentazioni de-umanizzanti che l’hanno riguardata.

 

Cos’è (di preciso) l’intersezionalità?

 

Kimberlé W Crenshaw, giurista e attivista statunitense, ha introdotto il termine ‘intersectionality’, in italiano ‘intersezionalità’, nel celebre articolo Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination nel 1989, per indicare le “conseguenze problematiche derivanti dalla tendenza di trattare razza e genere come categorie di esperienza e di analisi che si escludono reciprocamente”. L’immagine che ha ispirato questo neologismo è l’incrocio stradale (l’intersezione, appunto): in sintesi, se pensiamo a una persona situata al centro di un incrocio e ipotizziamo che il veicolo proveniente da ogni strada che vi converge sia una categoria dell’identità, allora si può desumere che gli incidenti (discriminazioni, oppressioni, discorsi d’odio) causati simultaneamente da più autovetture al centro dell’incrocio siano “qualitativamente diversi” da quelli prodotti da un veicolo alla volta. Fuori dalla metafora, dall’interazione tra due o più caratteristiche dell’identità derivano specifici insulti, discriminazioni, immagini e forme di oppressione “qualitativamente diversi” (Crenshaw 1991) da quelli sperimentati sulla base di una singola categoria. Le categorie dell’identità si fondono in un modo che rende difficile, se non impossibile, ricondurre “l’incidente” discriminatorio o ostile a una sola tra loro: è all’intersezione tra loro che bisogna, dunque, guardare. La congiunzione ‘e’, posta tra le diverse categorie dell’identità (ad esempio ‘genere’ e ‘razza’), è fuorviante quando si discute di intersezionalità perché può erodere il suo vero significato: infatti ‘e’ può portare a pensare a un’addizione o a una moltiplicazione tra esperienze discriminatorie. La prospettiva intersezionale, invece, rappresenta un’alternativa sia all’approccio che considera esclusivamente le singole categorie sia a quello additivo o moltiplicativo.

A livello linguistico, già prima dell’introduzione del termine ‘intersezionalità’ bell hooks esprimeva questo intreccio scrivendo “sessismo-razzismo” (hooks 1982); più recentemente vengono adoperate accezioni come ‘razzageneresessualità’ (racegendersexuality) o ‘razza_genere_sessualità (race_gender_sexuality, laddove l’underscore tra i sostantivi indica “vuoti e spazi tra concetti resi convenzionali” (Hornscheidt 2009). Altrettanto efficaci per esprimere l’interazione tra fenomeni sociali sono le “parole macedonia” come crimmigration (Stumpf 2006) che esprime gli effetti dirompenti della criminalizzazione delle leggi sull’immigrazione nella vita di molti soggetti migranti (Bello 2020).

La necessità di Crenshaw era di muovere una critica al diritto e alle istituzioni statunitensi dell’epoca, finalizzata all’affermazione della tutela giuridica di persone – delle donne nere in particolare – le cui esperienze di discriminazione derivavano dall’intreccio di genere e razza. Le decisioni delle corti nordamericane nel contrastare le discriminazioni erano, infatti, basate sulla logica della ‘somiglianza/differenza’ e prendevano in considerazione una categoria alla volta.

Crenshaw ha avuto il pregio di “nominare” la specificità delle esperienze discriminatorie “intersezionali” che non trovavano risposta nel diritto e nelle istituzioni e venivano da questi riprodotte. Tali esperienze, però, erano “una realtà di vita prima di diventare un termine” (Bello & Mancini 2016: 12) non solo negli Stati Uniti: la ricca letteratura postcoloniale, delle “donne di colore”, europea testimonia l’impegno e la necessità di de-marginalizzare vissuti ed epistemologie che non potevano trovare spazio in confini predefiniti.

Le parole, inclusa l’‘intersezionalità’, detengono una forza evocativa e persuasiva da cui attingere, in cui riconoscersi, acquisire consapevolezza e in nome delle quali è possibile coalizzarsi per contrastare discriminazioni, odio, oppressioni materiali e simboliche. Da qui può derivare la diffusione della prospettiva intersezionale “esplicita”. In ambito giuridico i terreni tradizionali di applicazione sono il diritto antidiscriminatorio e la violenza nei confronti delle donne, ma lo sguardo si è progressivamente ampliato ad altre sfere di tutela. Perché, dunque, ha senso considerare anche il discorso d’odio in questa prospettiva?

 

Ti odio perché sei donna, perché sei nera o perché sei una donna nera?

 

La risposta al perché sia utile considerare anche il discorso d’odio in una prospettiva intersezionale è rinvenibile nel concetto di “intersezionalità delle rappresentazioni” (representational intersectionality) con cui Crenshaw si riferisce al modo in cui le donne nere vengono “rappresentate nell’immaginario culturale” (1991). L’invito è a rintracciare il sessismo nelle espressioni e raffigurazioni razziste riprodotte dalle istituzioni, dai media, nel discorso pubblico e, allo stesso tempo, il razzismo in quelle sessiste, che si intrecciano in modo inscindibile generando rappresentazioni specifiche e altrettanti discorsi. Taluni sono così normalizzati da non essere nemmeno più percepiti come ostili: la ricostruzione genealogica di alcuni tra loro può allora servire a risvegliare dall’oblio. Una ricca letteratura critica ci ricorda che le donne nere sono state, fin dai tempi della schiavitù, “ipersessualizzate” e descritte come donne lascive, prede “facili” e tentarici, “donne sirena” (Collins 1990) – tanto da essere ricordate con lo “stereotipo di Jezebel” (Collins 2000); sono state identificate con la figura caricaturale di Sapphire (dalla serie televisiva The Amos 'n' Andy Show) – donne maliziose, aggressive, prepotenti che dominano i propri mariti: un linguaggio offensivo che ha colpito anche, da ultimo, Michelle Obama. Al contrario, la figura della “Mammy” (chi non ricorda l’attrice Hattie McDaniel in Via col Vento?) non appare nemmeno offensiva: è un’immagine a cui ci si può affezionare ma riconsegna la condizione di subordinazione alla famiglia bianca della donna nera “anziana e rassicurante”. Infine, lo svilimento dei corpi delle donne nere è incarnato nella rappresentazione di “creature sub-umane mascolinizzate” (hooks 1982), non “vere donne”, corpi che giustificavano il loro sfruttamento durante la schiavitù in lavori che la cultura patriarcale avrebbe assegnato, per coerenza, solo agli uomini neri.

Perché soffermarsi così tanto sulla storia delle donne nere negli Stati Uniti? Perché partire da un luogo e un tempo che appaiono lontani può forse instillare una goccia (che cavat lapidem) di consapevolezza sull’attualità di forme di ipersessualizzazione e de-umanizzazione sessiste-razziste, lì come qui “da noi”, oggi (Frisina 2020).

 

Le risposte del diritto

 

La necessità di sanzionare l’odio razzista alla luce del “principio di intersezionalità” è stata affermata anche dalla Raccomandazione Generale n. 35 sul contrasto del discorso d’odio, adottata dal Comitato sull'Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) delle Nazioni Unite nel 2013 (Ghanea 2013). Quest’ultimo è impegnato a contrastare le forme di discorso d’odio basato sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica (art.1 della Convenzione internazionale sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale) e sulla religione (fattore non espressamente previsto dalla suddetta Convenzione). Le persone appartenenti a minoranze etniche o culturali, incluse le donne, che professano religioni diverse da quella maggioritaria sono spesso destinatarie di parole offensive che le colpiscono per la loro identità etno-religiosa. Basti pensare agli insulti rivolti alle donne musulmane che portano il velo (“figlia di Bin Laden”) o al silenzio imbarazzato, per l’occhio eurocentrico, che le circonda sui mezzi pubblici, per strada, negli uffici, nei negozi: perché, è opportuno ricordarlo, l’odio non viene trasmesso solo con le parole, ma anche con gli sguardi di disapprovazione, di sospetto e di indignazione.

In Italia, il codice penale sanziona, tra le varie condotte, chi “commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” (art. 604 bis c.p.) mentre i lavori parlamentari riguardanti il disegno di legge ‘Zan’ rappresentano un’inedita opportunità non solo per estendere la sfera del disposto dell’art. 604 bis a condotte offensive fondate “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” ma anche per contrastare l’odio basato sull’intersezione tra questi ultimi fattori e quelli già previsti.

Se è vero che l’odio non si manifesta sempre a compartimenti stagni, allora anche il diritto dovrebbe equipaggiarsi di strumenti adeguati a prevenire e contrastare le espressioni specifiche lesive delle persone offese dal reato, senza costringerle a “strapparsi pezzi di identità” (Lorde 1984) nello scegliere sulla base di quale categoria sporgere denuncia per far valere i propri diritti. Si tratterebbe di un passo auspicabile per il riconoscimento dei diritti, della dignità e dell’identità di ciascun individuo.

 

 

Bibliografia

Bello, Barbara G., & Letizia Mancini, 2016. Talking about Intersectionality. Interview with Kimberlé W. Crenshaw, in Sociologia del Diritto, 2, 2016: 11-21.

Bello, Barbara G., 2020. Intersezionalità. Teorie e pratiche tra diritto e società. Milano: Franco Angeli.

hooks, bell, 1982. Ain’t I a Woman. Black Women and Feminism. London: Pluto Press.

Collins, Patricia H., 2004. Black Sexual Politics: African Americans, Gender, and the New Racism. New York: Routledge.

Collins, Patricia H., 1990. Black Feminist Thought. New York: Routledge.

Crenshaw, Kimberlé W., 1989. Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, in The University of Chicago Legal Forum, 140: 139-167.

Crenshaw, Kimberlé W., 1991. Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence Against Women of Color. Standford Law Review, 43: 1241-1286.

Falloppa, Federico, 2020. #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole. Torino: UTET.

Frisina, Annalisa, 2020. Razzismi contemporanei. Le prospettive i della sociologia. Roma: Carocci.

 

Ghanea, Nazila, 2013. Intersectionality and the Spectrum of Racist Hate Speech: Proposals to the UN Committee for the Elimination of Racial Discrimination, in Human Rights Quarterly, 35, pp. 935-954.

Hornscheidt, Lann [Antje], 2009. Intersectional Challenges to Gender Studies – Gender Studies as a Challenge to Intersectionality. In Malena Gustavson, Katherine Harrison, Cecilia Åsberg, & Björn Pernrud (edited by), Gender Delight: Science, Knowledge, Culture and Writing…for Nina Lykke. Linköping: LiUTryck/Linköpings University.

Lorde, Audre, 1984. Age, Race, Class, and Sex: Women Redefining Difference. In Audre Lorde, Sister Outsider: Essays and Speeches. Berkeley: Crossing Press.

Matsuda, Mari J., Charles R. Lawrence III, Richard Delgado, & Kimberle Williams Crenshaw, 1993. Words That Wound: Critical Race Theory, Assaultive Speech, And The First Amendment. Boulder, CO: Westview Press.

Stumpf, Juliet, 2006. The Crimmigration Crisis: Immigrants, Crime, and Sovereign Power, in American University Law Review, 56, 2: 367-419.

 

Immagine: Cécile Kashetu Kyenge, Vice-President, European Parliament, ACP-EU Joint Parliamentary Assembly

 

Crediti immagine: EU2017EE Estonian Presidency / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)

 

 

 


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