08 ottobre 2020

La strategia pubblica dell’odio

 

Circolarità ed empiricità

 

È possibile riconoscere un discorso di incitamento all’odio (hate speech) dalla sua forma linguistica? La domanda è cruciale per una ragione molto semplice e nota a chiunque si occupi dell’argomento: sul tema hate speech, l’indecidibilità dei casi “è praticamente la norma” (Faloppa 2020). Nel 2009, il rapporto conclusivo di una ricerca sollecitata dalla Commissione europea esordiva mestamente riconoscendo che «Non esiste alcuna definizione universalmente accettata del termine hate speech, nonostante il suo uso frequente» (Weber 2009, 3). Vari anni dopo, la situazione non sembra essere cambiata: «tutti deplorano le condotte espressive [di hate speech] ma nessuno sa esattamente quali siano, dato l’inusitato grado di genericità e vaghezza che contraddistingue ciascuna delle sue varie definizioni (Gometz 2017, 4). La genericità di una definizione dipende, di solito, dalla mancanza di un buon criterio con cui identificare l’oggetto da definire. Basta osservare le definizioni di hate speech in circolazione – a qualunque contesto specialistico appartengano (giuridico, istituzionale, filosofico, linguistico, sociologico, politologico, psicologico etc.) – per constatare che soffrono dei due limiti della circolarità e dell’empiricità. La prima consiste nell’errore di definire qualcosa (definiendum) usando come definizione (definiens) quello stesso qualcosa. L’empiricità entra in gioco invece quando la definizione si riduce a un elenco di casi concreti, si tratti poi di elenchi dei contenuti d’odio già registrati dalla cronaca o dalla storia (odio razziale, religioso, omofobo, misogino etc.); dei mezzi di comunicazione usati per la diffusione (stampa, giornali, radio, affissioni, social etc.); o delle forme linguistiche ritenute incitamento all’odio (discorsi, semplici appellativi, slogan, insulti etc.). Purtroppo, gli elenchi hanno il difetto di restare aperti, vuoi perché lo hate speech trova sempre nuovi obiettivi (i tradizionali ebrei, rom, neri … e i più attuali medici e infermieri di pronto soccorso, professori e maestri di scuola…), nuovi media su cui viaggiare, o nuove espressioni offensive ma capaci di camuffare l’ostilità e di aggirare le censure (sull’odio “velato”, C. Ferrini e O. Paris 2019). Gli esempi 1-2 presentano entrambi i difetti:  

1) Discorso d’odio [definiens] deve essere inteso come l’insieme di tutte le forme d’espressione che si diffondono, incitano, sviluppano o giustificano [elenco] l’odio [definiendum] razziale, la xenofobia, l’antisemitismo e altre forme [elenco] d’odio [definiens] […] (Consiglio d’Europa, 1997).

2) Un hate site d’odio [definiendum] viene definito come “un sito internet mantenuto da un gruppo organizzato di odio [definiens] o in cui l’odio [definiens] viene diffuso, tramite qualsiasi forma di testo, video, o audio [elenco], contro una o più persone, o che […] (in Perri 2015)

Il ricorso alla circolarità o all’elenco inesorabilmente aperto dei casi reali non si limita a lasciare irrisolto il problema di riconoscere i comportamenti espressivi di incitamento all’odio, quel che più conta è che non offre alcun appiglio per valutare l’entità del danno causato dallo hate speech, problema centrale per il diritto (Galli 2019) ma anche per molti altri settori di studio (in che senso suscitare un’emozione negativa in qualcuno può costituire un danno psicologico, alle istituzioni, alla società etc.?). Le difficoltà sembrano insormontabili (così A. Brown 2017).

 

Come l’hater assegna un ruolo discorsivo all’"odiato"

 

Eppure, una certezza c’è. Sul fatto che le condotte di hate speech siano una questione di linguaggio non ci sono dubbi. Di qui l’ipotesi di interpretarle chiarendo la forma linguistica dell’odio, come suggerisce la domanda formulata in apertura. Con forma intendiamo qui la forma logica ovvero la struttura linguistica dei discorsi di odio. L’idea che i discorsi “intolleranti” condividano tutti una medesima struttura linguistica, riconoscibile al di sotto delle differenti realizzazioni possibili, è alla base delle ricerche condotte da un gruppo di semiologi e linguisti delle Università della Tuscia (Viterbo) e per Stranieri di Siena, sfruttando l’indagine elettronica di grandi corpora testuali (Femia 2019). L’ipotesi di partenza è che lo hate speech costituisca una ben precisa strategia discorsiva in azione nello spazio pubblico democratico, le cui caratteristiche linguistiche sono di natura pragmatica, ovvero riguardino il modo in cui il parlante hater assegna un ruolo discorsivo all’“odiato”. Nei casi di odio, il parlante rappresenta l’odiato sottraendogli il ruolo di interlocutore (tu) per confinarlo nel ruolo di “persona al di fuori della relazione di interlocuzione” (lei, lui). In sostanza, l’odiatore discorsivo incita alla “rottura” del normale rapporto dialogico con l’altro, respingendolo nella posizione del “muto” (Culioli 1990).

L’esclusione discorsiva del “target” è la ragione per cui il discorso dell’odio entra in conflitto con le regole del dibattito democratico, e distingue lo hate speech da tutte le altre manifestazioni di confronto pubblico, anche da quelle fortemente polemiche. Infatti, nei litigi, nell’uso di registri bassi di lingua, perfino nello scambio poco argomentato di insulti la relazione io-tu permane intatta, e anzi è la condizione che permette lo scontro (Petrilli 2018).

 

La struttura pragmatica dell’incitamento all’odio

 

Quanto è plausibile sul piano empirico l’ipotesi della struttura linguistico-pragmatica dell’odio discorsivo? Lo si potrà verificare attraverso il confronto accurato con i dati. Nel frattempo, alcuni esempi permettono di illustrarne la portata nel discorso pubblico.

Lo scorso 15 settembre, il quotidiano La Stampa dava notizia in prima pagina, sotto il titolo Se la Sinistra impicca Salvini, del post pubblicato su FB il giorno precedente da un giovane politico piemontese, Fabio Tumminello, candidato del PD al consiglio comunale della città di Venaria. Il post, incriminato quale esempio di «violenza verbale» (M. Panarari, su La Stampa), è il seguente:

 

3)

Petrilli1

Facciamo alcune osservazioni. Prima di tutto, i dati di contesto. Il post rispetta le tre condizioni necessarie a inquadrare il fenomeno hate speech, che sono:

a) lo spazio pubblico democratico: il post è un testo di comunicazione politica, prodotto in vista dell’appuntamento elettorale del 20-21 settembre 2020 per l’elezione dei presidenti di alcune regioni italiane e per il referendum costituzionale;

b) l’arco temporale post-moderno: secondo la gran parte degli osservatori, lo hate speech caratterizza il discorso pubblico postmoderno, connotato «soprattutto per una disincantata rilettura della storia, definitivamente sottratta a ogni finalismo, e per l’abbandono dei grandi progetti elaborati a partire dall’Illuminismo e fatti propri dalla modernità» (postmoderno, in Treccani.it);

c) il ruolo del web: in pochi anni la rete ha assunto un peso preminente nella formazione e circolazione dell’opinione pubblica, a livello mondiale.

È indubbio che lo spazio delimitato dalle tre condizioni sia il terreno di coltura del discorso di incitamento all’odio. Naturalmente però, non tutta la comunicazione pubblica democratica diffusa nella rete in epoca postmoderna è a rischio di odio. È necessario allora esaminare i vincoli linguistici del testo.

Il post è costruito abilmente con materiali iconici, grafici e verbali usati di solito in manifesti elettorali, per la posta elettronica e sui social. Nel loro insieme, strutturano una narrazione facilmente ricostruibile: il giovane candidato si oppone da sinistra alla Lega e al suo leader, l’irruenza che caratterizza la sua età e la schiettezza che connota il suo carattere lo portano a volte a eccedere nella polemica, tanto che l’amico avvocato, in uno scambio di mail, gli consiglia maggiore prudenza. Da giovanotto per bene qual è, il candidato accetta il consiglio. Difficilmente il post del candidato Tumminello potrebbe incappare nella censura esercitata da FB su contenuti sensibili e sul lessico. Il messaggio appare ironico, rilassato (l’ora dell’aperitivo), positivo, salvo che in un punto, lo slogan intorno a cui ruota l’intero testo: Salvini appeso. La prima traccia linguistica dell’odio sta qui: anche se appendere e le sue forme coniugate non compaiono nella lista delle “parole per ferire” (De Mauro 2016), la carica ostile del participio appeso, nell’accezione di «impiccato», è indubbia ed è rilevata dal giornalista autore dell’articolo così come da tutti coloro che sono intervenuti nella polemica scatenata dal post nei giorni successivi. Il post è dunque un attacco al politico (Matteo Salvini), sferrato verbalmente per mezzo di una scelta lessicale carica di valore metaforico. Ma, attenzione, non è un attacco a ciò che Salvini dice, alle sue tesi politiche, bensì alla sua persona. Il post non controbatte un “avversario” nella competizione elettorale, esorta a mettere a tacere un “nemico”.

In questo senso, il post mostra la struttura pragmatica dell’incitamento all’odio: tutte le sue componenti concorrono a realizzare la contrapposizione fra un parlante, valorizzato in positivo, e una “terza-persona” la cui connotazione negativa fonda la richiesta di espungerlo dal piano della discussione pubblica.

La struttura dell’esclusione si rintraccia in altri post mirati contro i target: ONG “minacciose”, migranti “sfruttatori” delle ricchezze nazionali (4, 6), politici “conniventi” con gli “invasori” (5), tutti rappresentati sempre alla terza persona (“loro”), tipica di chi è fuori dal discorso e che, nella prospettiva dell’odio, deve restarci:

4) Il PD dona soldi alle navi Ong... Effettivamente mi pare la priorità, non credete? Petrilli2 Governo delle poltrone e dell’invasione, gli italiani presenteranno il conto. (tweet di M. Salvini, 9 sett. 2019)

 

 5) Zingaretti: “Quella nave per me deve entrare, senza se e senza ma”. Ottimo inizio... Vediamo alla prova dei fatti se il “nuovo” governo di sinistra farà gli interessi degli italiani difendendo i confini o riaprirà ancora i porti [...] (post FB di M. Salvini, 11 sett 2019)

 

6) Vogliono requisire le abitazioni private per i migranti (che magari ne hanno già una in Marocco o Tunisia) mentre non si preoccupano minimamente per i nostri giovani che non si sposano e non possono farsi una famiglia perché non trovano casa! VERGOGNOSO! UNA VERA VERGOGNA. (commento al post di M. Salvini, 9 sett 2019)

 

L’odio discorsivo non corrisponde meccanicamente all’occorrenza di parole ostili (circolarità), o all’affermazione di contenuti “sensibili” quali razza, religione, genere, etnia, scelte sessuali ed altri. Bisogna rovesciare la prospettiva: sono le parole ostili e i contenuti sensibili che possono essere impiegati a realizzare la struttura.

 

La lezione di Aristotele

 

Alcuni osservatori sostengono che il modello storico-culturale sotteso allo hate speech sia quello antico delle società tribali, riemergente oggi grazie al web (Pitruzzella 2018, Luceri-Ribrezzo 2020). In effetti, non è casuale che la prima definizione del discorso dell’odio si legga nel primo manuale di comunicazione pubblica della cultura occidentale, la Retorica di Aristotele. Aristotele definisce la strategia dell’odio distinguendola da modalità discorsive che potrebbero assomigliarle, per es. il discorso dell’ira, che chiede vendetta per un affronto subìto. Al contrario, il discorso dell’odio non deriva da alcun danno, alcuna offesa, si limita a chiedere l’annientamento dell’altro semplicemente perché appartiene ad un «genere» sgradito di persone: «se infatti supponiamo che un uomo sia di un certo genere, lo odiamo […] vogliamo che sia annientato» (Ret. II, 4, 1328 a 1 sgg). Aristotele sa bene di che cosa parla: la Retorica ha alle spalle una struttura sociale, culturale e politica caratterizzata dal predominio delle tribù (fratrie), impegnate nella propria difesa e nello sforzo di prevalere sulle altre. In quel contesto, il progetto di una nuova organizzazione cooperativa e “razionalmente” dialogica che superasse appartenenze e conflitti tribali era una pura utopia filosofica (Platone, Repubblica). Di fatto, è rimasto tale fino alla fine del XVIII secolo, con l’idea di democrazia. Eppure, il modello conflittuale del clan tende a riemergere a certe condizioni: con il manifestarsi di crisi di portata globale (crisi economiche, geopolitiche, fenomeni migratori etc.); con il diffondersi di tecnologie della comunicazione che promuovono la formazione di “bolle” comunicative; con l’abbassarsi delle difese culturali – del resto, Platone aveva avvertito che il modello del confronto dialettico avrebbe potuto imporsi solo a patto di un intenso sforzo educativo –.

Se le cose stanno come la Retorica suggerisce, non può meravigliare nemmeno la trasversalità dell’uso dello hate speech, che non sembra appannaggio esclusivo di una parte politica. Episodi di hate speech accomunano gli schieramenti e compaiono dove non ci si aspetterebbe di trovarli, come in (7, evidenziato):

7) Eroico il vostro @CarloCalenda ad accettare il dibattito con Steve Bannon. Non importa che lo abbia contraddetto. Lo aveva già legittimato come interlocutore. Siete tanti voi troll calendiani, ma noiosi e insultosi. Chi non si ferma lo blocco.  (tweet di G. Pasquino, 23/09/2020)

Per concludere, vorrei osservare che la struttura linguistica dell’odio suggerisce anche quale sia il “bene” colpito: poiché delegittima l’altro in quanto soggetto portatore di parola, lo hate speech colpisce esattamente la sua libertà di espressione. Ricordando la lezione di Platone, però, è difficile pensare che la sanzione per l’incitamento all’odio possa essere solo penale. Le sue radici affondano in una condizione socio-culturale che può essere contrastata sullo stesso piano, ovvero con l’educazione alla tolleranza e al confronto.

 

 

Riferimenti bibliografici

A. Brown, 2017, “What is hate speech? Part 1: The myth of hate”, Law and Philosophy (2017) 36: 419–468.

A. Culioli, 1990, Pour une linguistique de l’énonciation, T. 1, Paris.

T. De Mauro, 2016, “Le parole per ferire”.

F. Faloppa, 2020, #ODIO. Manuale di resistenza alla violenza delle parole, Torino.

D. Femia, 2019, “Discorso dell’odio e risorse per il trattamento automatico delle lingue. Metodi, ipotesi, proposte”, in Petrilli, 2019, 130-147.

C. Ferrini e O. Paris, 2019, I discorsi dell’odio. Razzismo e retoriche xenofobe sui social network, Roma.

M. Galli, 2019, “Soltanto parole? Discorsi d’odio e intervento penale”, in Petrilli 2019, 23-40.

G. Gometz, “L’odio proibito: la repressione giuridica dello hate speech”, Stato, Chiese e pluralismo confessionale, n. 32 (2017).

C. Luceri e F. Ribrezzo, 2020, “La libertà di espressione: aspetti problematici nell’era di Internet”.

P. Perri, 2015, “Strumenti di contrasto dell’hate speech on line”, Hate Speech e libertà di espressione – ASGI Milano, 9 ottobre 2015.

R. Petrilli, 2018, “Biologia del falso”, in AA.VV., Linguistica e filosofia del linguaggio. Studi in onore di D. Gambarara, Milano, 397-414.

R. Petrilli (a cura di), 2019, HATE SPEECH. L’odio nel discorso pubblico. Politica, media, società, Roma.

G. Pitruzzella, 2018, “La libertà di informazione nell’era di internet”, Media Laws – Rivista di diritto dei media, 1-28.

A. Weber, 2009, Manual on Hate Speech, Council of Europe.

 

 

Immagine: Busto di Aristotele. Palazzo Altemps, Roma

 

 

Crediti immagine: Museo nazionale romano di palazzo Altemps / Attribution


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