14 dicembre 2020

I perché dell’italiano

Perché le desinenze del futuro e del condizionale sono molto simili, rispettivamente, alle forme del presente indicativo e del passato remoto del verbo “avere”?

 

A ben vedere, le terminazioni di forme quali amer-ò, futuro, e amer-ebbe, condizionale presente, somigliano moltissimo, rispettivamente, a ho, presente indicativo di avere, e a ebbe, passato remoto dello stesso verbo. Semplici coincidenze? Niente affatto. Partiamo intanto dalla descrizione di queste forme verbali per passare poi alla storia della loro formazione e quindi alla risposta.

 

                              

Descrizione grammaticale

 

Nelle forme del futuro e del condizionale presente dell’italiano le desinenze –  dopo la radice del verbo e la vocale tematica (che è la vocale che individua nell’infinito le tre coniugazioni) costituita nel futuro e nel condizionale dalla -e- per la prima e la seconda coniugazione, dalla -i- per la terza – sono le stesse per tutte e tre le coniugazioni

 

futuro: -rò, -rai, -rà, -remo, -reste, -ranno

condizionale:    -rei, -resti, -rebbe, -remmo, -reste, -rebbero

 

(la vocale tematica a atona della prima coniugazione davanti a /r/ è passata ad e già nel fiorentino antico: cantarò > canterò).

Più precisamente nella desinenza si individuano due elementi: una marca temporale e/o modale, la -r-, e una marca indicante la persona, che è proprio quella che ricorda, come si è anticipato, le forme del verbo avere.

 

Ciò è maggiormente evidente nello schema di formazione proposto in molte grammatiche d’italiano per stranieri che suggeriscono semplicemente di aggiungere al tema dell’infinito (amar- dormir- ecc.) le desinenze ò, ai ecc. /ei, esti ecc.:

In questa schematizzazione si ricorre in fondo, senza dirlo esplicitamente (o involontariamente?), alla spiegazione storica, etimologica come si chiarirà qui di seguito.

 

 

Origine e storia del futuro e del condizionale nell’italiano

 

L’origine del futuro e del condizionale delle lingue romanze rientra in un capitolo ben noto ai linguisti, il passaggio dal latino alle lingue romanze, ma non noto a tutti i docenti d’italiano.

Prima di entrare nel merito, è utile illustrare un concetto preliminare importante, quello di grammaticalizzazione, che è un processo graduale, a volte molto lento, che  consiste nel passaggio di forme e costrutti dalla sfera lessicale a quella grammaticale (un es.: il sostantivo via ‘strada’ entra nella locuzione preposizionale per via acquistando il significato di ‘a causa’).

Il tempo futuro in italiano (e nelle lingue romanze) non è la continuazione della forma sintetica latina (laudabo laudabis, monebo monebis per la I e la II coniugazione, legam leges, sentiam senties per la III e la IV), ma è una innovazione che nasce da una struttura perifrastica, che si diffonde nel latino volgare (cioè, con un po’ di semplificazione, il latino parlato) e da lì passa alle lingue romanze; tale struttura era così formata:

 

infinito del verbo + presente indicativo di habere

 

La perifrasi cantare habeo ‘ho da cantare’ aveva un valore modale, deontico, esprimeva cioè un’idea di dovere, qualcosa di necessario che si proiettava automaticamente nel futuro, e da ciò via via assunse il valore di predizione attraverso passaggi intermedi rappresentati dalla volontà e dall’intenzionalità.

 

Come? Inizialmente l’ordine della perifrasi era con habeo in prima posizione, quindi habeo + cantare ‘ho (da) cantare’ per poi invertirsi con l’infinito preposto all’ausiliare (cantare habeo).

Dalla perifrasi, quindi da una struttura inizialmente analitica, si passa progressivamente a una forma sintetica (*kantar+ao > cantarò) in cui il verbo avere si grammaticalizza, cioè assume una vera e propria funzione di desinenza autonoma, di morfema legato al verbo, e l’accento principale si sposta su habeo (cantàr ào > cantarò); ecco la coniugazione del presente di habeo nel latino volgare:

 

cantar + *ao, *as, *at, *(ab)emus, *(ab)etis, *a(be)nt

 

Quando? La nuova forma sintetica grammaticalizzata è documentata già nella prima metà del VII sec. d.C. in ambiente gallo-latino, nella Cronica di Fredegario (daras ‘darai’).

Perché? La spiegazione principale si fonda sulla debolezza del futuro latino che si presentava irregolare, avendo due forme diverse tra le prime due coniugazioni (amabit, monebit) e le altre due (leget, dormiet), quindi con -b- come marca di futuro per la I e la II, e con la vocale -e- per le altre due. In entrambi i casi gli sviluppi nel latino volgare avrebbero creato confusione (con le forme del perfetto e dell’imperfetto per il passaggio da /b/ a /v/ nella I e nella II coniugazione; con le forme del presente indicativo o del congiuntivo nella III e nella IV coniugazione).

Dove? La formazione del futuro dalla struttura perifrastica infinito + habeo è la più diffusa in area romanza, ma non l’unica; citiamo almeno due altri tipi:

- nel rumeno la perifrasi si costruisce con volere: voi cînta (volo cantare) ‘canterò’;

- nei dialetti dell’Italia del sud è diffuso il tipo habeo ad cantare (in cui si sottintende ancora l’idea di necessità), presente anche nel sardo: app’ a mmandai ‘ho (d)a mandare, manderò’.

 

Per quanto riguarda, invece, il condizionale, va ricordato che tale modo verbale era sconosciuto al latino (in cui il congiuntivo assolveva le funzioni sia del congiuntivo italiano sia del condizionale), mentre si è sviluppato come innovazione nelle lingue romanze e anche in altre lingue (inglese, tedesco, russo, ecc.).

Il condizionale presente si è formato con lo stesso meccanismo del futuro, cioè a partire da una struttura perifrastica, analitica: infinito + habui (perfetto di habere che in lat.volg. diventa *hebui e si riduce poi a -ei) e con successiva grammaticalizzazione di habere:

 

infinito verbale + *hebui > -ei: dormirei

 

(le altre persone di *hebui in toscano: dormir-ei, -esti, -ebbe, -emmo, -este, -ebbero).

 

Tale forma del condizionale in toscano (e da lì nell’italiano standard) non è l’unica; in particolare va segnalata la formazione di infinito + imperfetto habebam molto diffusa in vari dialetti italiani (e precocemente nella lingua letteraria in versi), così come in altre lingue romanze (il provenzale, lo spagnolo, il catalano, ecc.):

 

*cantare habebam > cantaría

 

 

Un confronto con altre lingue (romanze e non)

 

È utile segnalare che la formazione del futuro e del condizionale dell’italiano è simile nella gran parte delle lingue romanze. Giusto qualche esempio nel francese e nello spagnolo (il condizionale dello spagnolo si forma, si è detto, con l’imperfetto di habere, non con il perfetto):

 

 

 

Per esprimere eventi futuri, mentre l’italiano e le lingue romanze hanno il futuro flessivo, sintetico, molte altre lingue ricorrono a strutture perifrastiche, come le lingue germaniche, alcune lingue slave, le lingue ugro-finniche, ecc.

Prendiamo l’espressione del futuro in inglese quando si vogliono codificare eventi legati a intenzioni o predizioni: I will go /  I’ll go ‘andrò. Si tratta di una struttura analitica composta dal verbo modale will + infinito. Will funge oggi da marca di futuro mentre nell’inglese antico willan ‘volere’ era un verbo con il valore ottativo di ‘desiderare’  e che via via ha acquisito un valore predittivo e quindi di marca di futuro, diventando così verbo modale invariabile, con valore di ausiliare.

 

Va detto, inoltre, che anche una lingua che presenta il futuro sintetico può disporre di strutture perifrastiche per esprimere particolari azioni future: per es. in francese, come in spagnolo, per riferirsi a eventi futuri molto vicini esiste una forma di futuro immediato o imminente, il cosiddetto futur proche, costruito con il verbo aller + infinito (elle va sortir ‘sta per uscire’).

 

Per concludere: didattica, linguistica e formazione dei docenti

 

Nell’insegnamento della grammatica francese, specie come lingua straniera, nella spiegazione del futuro e del condizionale sono spesso fornite alcune nozioni storiche sulla loro formazione, mentre non è così nelle grammatiche dell’italiano. E probabilmente si tratta di nozioni che non tutti i docenti d’italiano conoscono o ricordano, se le hanno studiate nel periodo della propria formazione.

Eppure soffermarsi sia pure brevemente sulla storia di alcune strutture grammaticali sarebbe utile ai discenti, specie se studiano / conoscono più lingue, potendo quindi anche fare confronti e un’analisi comparativa.

Ciò chiama in causa anche un aspetto su cui da anni insiste Francesco Sabatini che auspica una più robusta preparazione linguistica nella formazione degli insegnanti d’italiano, come recita, in un suo contributo del 2014, il titolo emblematico di un paragrafo: La formazione dei docenti: debolissima in linguistica.

 

 

 

Per approfondire

D’Achille, P., Breve grammatica storica dell’italiano, Roma, Carocci, 2019.

De Roberto, E., futuro, in R. Simone (a cura di), Enciclopedia dell’italiano, Roma, 2010-2011.

Nocentini, A., La genesi del futuro e del condizionale sintetico romanzo, «Zeitschrift für romanische Philologie» 117, 3, 2001, pp. 367-401.

Patota, G., Nuovi lineamenti di grammatica storica dell’italiano, Bologna, il Mulino, 2007.

Rohlfs, G., Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino, Einaudi, 3 voll., 1966-1969 (vol. 2°, Morfologia).

Sabatini, F., Italiano e scuola oggi. La formazione linguistica dei docenti, in S. Lubello (a cura di), Lezioni d’italiano. Riflessioni sulla lingua del nuovo millennio, Bologna, il Mulino, 2014, pp. 227-233.

Sgroi S. C., condizionale, in R. Simone (a cura di), Enciclopedia dell’italiano, Roma, 2010-2011.

Squartini, M., Il verbo, Roma, Carocci, 2015.

 

Immagine: Una pagina dei Chronicarum libri IV, via Wikimedia Commons


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