09 agosto 2022

I perché dell’italiano

Perché bello crea bellezza ma carino crea carineria?

Dare una risposta a questa domanda non è facile, né per quanto riguarda il caso specifico a cui si riferisce, né per quanto riguarda la questione generale che solleva. Tentare di farlo ci permetterà però di osservare da vicino alcuni aspetti del funzionamento del linguaggio, e in particolare della morfologia derivazionale – quella cioè che si occupa del modo in cui si possono creare nuove parole a partire da quelle già esistenti.

 

Il caso specifico: i nomi di qualità in italiano

 

L’italiano dispone di molti suffissi per formare nomi di qualità a partire da aggettivi. I due che compaiono più spesso sono -ità e -ezza , e quest’ultimo è preferito con basi bisillabiche (cfr. Rainer 2004, p. 302): non sorprende quindi vederlo usato per bello (mentre da idoneo abbiamo idoneità ). Per via della loro frequenza, questi sono anche i suffissi che vengono più facilmente identificati da chi apprende l’italiano come seconda lingua, tendendo addirittura a essere estesi a casi in cui non sono quelli che ci aspetteremmo: Berretta (1986, p. 52) documenta per esempio forme come testardezza e superbità nell’italiano di un’apprendente di madrelingua inglese.

A fianco a questi due suffissi più produttivi – che possono cioè essere applicati anche a nuove formazioni oltre a comparire in quelle già esistenti – ce ne sono molti altri di uso più ristretto, come -anza (es. lontananza ), -ura (es. bravura ), -itudine (es. solitudine ); -eria è un altro di questi, ma non è evidente perché sia applicato a carino . Ne lla sezione dedicata a questo suffisso all’interno del volume di riferimento sul tema della formazione delle parole in italiano (Grossmann e Rainer 2004), il curatore Franz Rainer sottolinea che l’uso di -eria è quasi sempre ristretto ad aggettivi con una connotazione negativa (per esempio cialtroneria , spilorceria , vigliaccheria ), che però è del tutto assente in questo caso (cfr. Rainer 1989, p. 262).

Una prima lezione che possiamo imparare è dunque che spesso si possono individuare delle regolarità nell’applicazione di diversi procedimenti derivazionali, ma altrettanto spesso ci sono eccezioni che non si conformano a tali regolarità.

 

La questione generale: il rapporto tra forma e funzione in morfologia derivazionale

 

Implicita nella domanda d’apertura è l’aspettativa di una corrispondenza biunivoca tra i due piani dei segni linguistici, quello del significante – relativo alla forma – e quello del significato – relativo alla funzione. In tuitivamente, potremmo aspettarci che a un unico significante debba corrispondere un unico significato. Tuttavia, una delle proprietà del linguaggio naturale umano è esattamente l’assenza di tale corrispondenza biunivoca, ovvero la sua equivocità (cfr. Berruto e Cerruti 2022, p. 30). Nelle lingue, sono frequenti i casi in cui a uno stesso significante corrispondono più significati, spesso imparentati tra loro – si parla allora di polisemia , come in linguistico ‘relativo alla lingua’ oppure ‘relativo alla linguistica’ – ma talvolta del tutto distinti – avremo allora casi di omonimia come riso ‘atto di ridere’ oppure ‘cereale della specie Oryza sativa ’. Si ha al contrario sinonimia quando sono disponibili diversi significanti per esprimere uno stesso significato. Sebbene a un primo sguardo l’esistenza di sinonimi sia un dato di fatto talmente acclarato da poterne compilare interi dizionari, in questo caso è in realtà più difficile fornire un esempio incontrovertibile, dato che quasi sempre è possibile individuare sottili distinzioni semantiche tra due parole che vengono considerate sinonime, o quantomeno un loro diverso uso. Per esempio, raffreddore e rinite si riferiscono allo stesso malanno, ma il secondo termine è prevalentemente ristretto al linguaggio specialistico della medicina.

Analoghe deviazioni dall’aspettativa di corrispondenza biunivoca tra significante e significato sono all’ordine del giorno in morfologia derivazionale. Molto spesso uno stesso prefisso o suffisso derivazionale può essere utilizzato per funzioni diverse, e anche in questo caso le diverse funzioni possono essere tra loro imparentate (per esempio, forme in - tore possono essere nomi di agente come educatore e nomi di strumento come frullatore , e la differenza tra le due funzioni è semplicemente quella tra persone e oggetti che svolgono un’azione) oppure del tutto distinte (per esempio, il prefisso in- può essere usato sia con valore privativo, come in incerto , sia con valore ingressivo, ovvero considerando l’azione nel suo stadio iniziale, come in incamminarsi ). Nella direzione opposta, sono altrettanto frequenti i casi in cui una stessa funzione può essere svolta da diversi prefissi o suffissi: è esattamente questo il fenomeno che dà luogo alla domanda da cui siamo partiti, ovvero i diversi modi di formare nomi di qualità a partire da aggettivi in italiano. Abbiamo però anche visto che l’interscambiabilità tra i suffissi non è totale, e ci sono restrizioni di diverso tipo sull’uso delle strategie disponibili. Persino nei casi in cui diversi affissi possono essere applicati a una stessa base, spesso i derivati hanno significati leggermente diversi: per esempio, i due nomi d’azione trattazione e trattamento non possono essere usati negli stessi contesti, come mostrano i seguenti contrasti.

 

(1a) La trattazione (*il trattamento) dell’argomento è convincente.

(1b) Gli hanno riservato un trattamento (*una trattazione) di favore.

 

È importante notare che tali discrepanze non sono affatto una peculiarità dell’italiano, ma si ritrovano anche in altre lingue. La sovrapposizione tra le funzioni di agente e strumento è estremamente naturale ed è di conseguenza spesso attestata in molte lingue di diverse famiglie: limitandoci a quelle indoeuropee, la si trova per esempio anche in francese (dove navigateur indica sia una persona che naviga sia un apparecchio di navigazione, come in italiano) e in inglese (dove lo stesso suffisso -er compare sia in swimmer ‘nuotatore’ sia in toaster ‘tostapane’). Per quanto riguarda invece i casi di diverse strategie formali che competono per una stessa funzione, un esempio particolarmente interessante è quello della formazione di aggettivi relazionali e/o nomi di abitanti a partire da nomi di città in spagnolo, per cui sono disponibili decine di suffissi: troviamo qu indi madrileño , sevillano , granadino , cartagenero , barcelonés , e molti altri, senza alcuna differenza semantica evidente (cfr. Rainer 1999, pp. 4622-5).

Mentre la possibilità che una forma abbia diversi significati sembra essere un dato di fatto incontrovertibile, lo stesso non vale per la presenza di diverse forme con il medesimo significato: perché il significato delle forme in questione possa essere considerato del tutto identico, sarebbe necessario che esse siano interscambiabili in tutti i possibili contesti d’uso, e questa condizione è molto difficile da soddisfare. In effetti, i vari esempi discussi in precedenza mostrano che date due parole (o due processi derivazionali) con analogo significato (o funzione), è quasi sempre possibile trovare sottili differenze semantiche, o quantomeno diverse condizioni d’uso.

Pertanto, l’impossibilità di avere due diversi significanti per uno stesso significato è stata a volte vista come una norma regolatrice della struttura delle lingue, e di conseguenza del processo che porta al loro apprendimento. Il padre della semantica moderna, Michel Bréal (2005 [1897], pp. 43 ss.), ha formulato la “loi de répartition” (‘legge della ripartizione’), secondo cui due sinonimi perfetti non possono che differenziarsi in qualche modo, altrimenti uno dei due sarà destinato a sparire. Del tutto analogo è il “principle of contrast” (‘principio del contrasto’), proposto in un lavoro di Eve V. Clark (1987, p. 3), che postula che due forme distinte debbano sempre avere un significato almeno in parte differente. La studiosa mostra che questo principio è operativo anche nel processo di acquisizione del linguaggio: bambini e bambine tendono ad assegnare diversi significati a forme diverse, e laddove non abbiano ancora ricevuto abbastanza informazione per ricavare quale sia l’effettiva distinzione semantica nella lingua delle persone adulte, ne creano di nuove. Per esempio, nell’inglese di apprendenti è stato riscontrato un contrasto tra duck ‘uccello che sta in acqua’, bird ‘uccello che vola’ e chicken ‘uccello che non vola’ – invece che ‘anatra’, ‘uccello’ e ‘pollo’, rispettivamente.

Una delle conseguenze di simili principi è il fenomeno del blocco , per cui la creazione di forme tramite l’applicazione di procedimenti morfologici regolari viene impedita dal fatto che nel lessico sono già presenti forme convenzionalizzate per esprimere la stessa funzione. Per esempio, la presenza di uomini blocca la generazione di *uomi come forma plurale del nome uomo , e la presenza di ladro blocca il conio del nome d’agente *rubatore . In questa sede non è possibile né utile rendere conto dell’ampiezza del dibattito sul blocco nella letteratura specialistica (cfr. Gardani et al. 2019, pp. 17-21). Quello che però è importante sottolineare è che non sembra accettabile una nozione di blocco tanto forte da escludere ogni tipo di competizione tra diversi mezzi morfologici per esprimere una stessa funzione, dato che questo tipo di competizione è senza dubbio attestata (cfr. Bauer et al. 2013, pp. 581-582).

In morfologia flessiva – quella che si occupa delle diverse forme di una stessa parola – è ormai riconosciuto che una stessa funzione grammaticale può essere svolta da più di una forma, dando così luogo al fenomeno della sovrabbondanza (cfr. Thornton 2019): il plurale di lenzuolo può essere lenzuoli o lenzuola , senza che una forma blocchi l’altra, malgrado non sia possibile individuare alcuna distinzione semantica in grado di rendere conto in maniera esaustiva della distribuzione delle diverse forme, come mostrato da Thornton (2013, pp. 465-466), contrariamente a quanto talora sostenuto in alcune grammatiche e dizionari, secondo cui si avrebbero lenzuoli singoli ma lenzuola appaiate (si veda ad esempio Serianni 1988, p. 124).

Anche in morfologia derivazionale, le condizioni che regolano la selezione di diversi procedimenti morfologici che competono per una stessa funzione sono spesso preferenziali p iuttosto che categoriche, vale a dire che rendono conto solo di alcuni casi, e non di tutti: infatti alcuni suffissi vengono applicati a una stessa base producendo risultati che possono apparire nel medesimo contesto, come nel caso di congelamento e congelazione nell’esempio qui sotto.

 

(2) Si sconsiglia il congelamento/la congelazione del prodotto.

 

L’evitamento della sinonimia perfetta può però forse essere mantenuto come principio che regola il mutamento delle lingue nel tempo, come recentemente suggerito da Aronoff (2016): date due forme in competizione per uno stesso significato, in un determinato momento le due forme potranno coesistere, ma nel lungo periodo non si potrà che assistere alla prevalenza di una sull’altra oppure allo sviluppo di una distinzione semantica tra di esse, esattamente come succede in biologia evolutiva per due specie in competizione per una stessa nicchia ecologica.

Queste due possibilità si vedono in azione quando un prestito viene ad affiancarsi ad un termine indigeno già presente per designare uno stesso concetto, provocando una spartizione del campo semantico tra le due forme – come succede per prestiti dal francese in inglese come beef (da boeuf ‘bue’), pork (da porc ‘maiale’), veal (da veau ‘vitello’), che coesistono con i corrispondenti termini di origine germanica cow , pig , calf , specializzandosi però nell’indicare la carne dei rispettivi animali – oppure la sparizione di uno dei due termini – per esempio, in francese la parola di origine germanica danser ‘ballare’ ha ormai del tutto soppiantato quella originaria baller (cfr. Gusmani 1981, pp. 185-186).

 

In conclusione

 

La domanda da cui siamo partiti ha trovato una risposta solo in parte: la creazione di bellezza da bello è infatti semplicemente dovuta all’applicazione del suffisso più frequente per le basi bisillabiche, ma non sono evidenti i motivi per cui da carino si crei proprio carineria (e non, per esempio, * carinità ). Il punto è che, nel linguaggio in generale e in morfologia derivazionale nello specifico, sembra esserci spazio per la compresenza di diverse forme che competono per l’espressione di una stessa funzione, senza che questa competizione possa essere del tutto eliminata tramite diverse restrizioni d’uso. Casi simili – come quello di carineria – fanno semplicemente parte del bagaglio di informazioni non prevedibili che dobbiamo apprendere nel corso del processo di acquisizione della lingua.

 

Riferimenti bibliografici

 

Aronoff, Mark. 2016. Competition and the lexicon. In Annibale, Elia & Iacobini, Claudio & Voghera, Miriam (a cura di). Livelli di Analisi e fenomeni di interfaccia. Atti del XLVII congresso internazionale della Società di Linguistica Italiana . Roma: Bulzoni, 39-52.

 

Bauer, Laurie & Lieber, Rochelle, & Plag, Ingo. 2013. Blocking, competition, and productivity. In Bauer, Laurie & Lieber, Rochelle, & Plag, Ingo (a cura di). The Oxford reference guide to English morphology . Oxford: Oxford University Press.

 

Berretta, Monica. 1986. Formazione di parola, derivazione zero, e varietà di apprendimento dell’italiano lingua seconda. Rivista Italiana di Dialettologia 10, 45-77.

 

Berruto, Gaetano & Cerruti, Massimo. 2022. La linguistica. Un corso introduttivo. Torino: UTET.

 

Bréal, Michel. 2005 [1897]. Essai de sémantique (science des significations) . Limoges: Lambert-Lucas.

 

Clark, Eve V. 1987. The Principle of Contrast: A Constraint on Language Acquisition. In MacWhinney, Brian. Mechanisms of Language Acquisition . Hillsdale-London: Lawrence Erlbaum, 1-33.

 

Gardani, Francesco & Rainer, Franz, & Luschützky, Hans Christian. 2019. Competition in morphology: A historical outline. In Rainer et al. (a cura di), 3-36.

 

Grossmann, Maria & Rainer, Franz (a cura di). 2014. La formazione delle parole in italiano . Tübingen: Niemeyer.

 

Gusmani, Roberto. Saggi sull’interferenza linguistica . Seconda edizione accresciuta . Firenze: Le Lettere.

 

Rainer, Franz. 1989. I nomi di qualità nell’italiano contemporaneo . Wien: Braumüller.

 

Rainer, Franz. 1999. La derivación adjetival. In Bosque, Ignacio & Demonte, Violeta (a cura di). Gramática descriptiva de la lengua española , vol. 3. Madrid: Espasa Calpe, 4595-4643.

 

Rainer, Franz. 2004. Derivazione nominale deaggettivale. In Grossmann & Rainer (a cura di), 293-314.

 

Rainer, Franz & Gardani, Francesco & Luschützky, Hans Christian (a cura di). 2019. Competition in inflection and word-formation . Cham: Springer.

 

Serianni, Luca (con la collaborazione di Alberto Castelvecchi). 1988. Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria . Torino: UTET.

 

Thornton, Anna M. 2013. La non canonicità del tipo it. braccio//braccia/bracci: Sovrabbondanza, difettività o iperdifferenziazione? Studi di grammatica italiana 29-30, 419-477.

 

Thornton, Anna M. 2019. Overabundance: a canonical typology. In Rainer et al. (a cura di), 223-258.

 

Ecco l’elenco degli articoli della serie I perché dell’italiano. Domande e risposte su strutture e usi (curata da Roberta Grassi ed Enrico Serena ), finora comparsi in Lingua italiana, Treccani.it :

Giuliano Bernini, Introduzione

Sergio Lubello, Perché le desinenze del futuro e del condizionale sono molto simili, rispettivamente, alle forme del presente indicativo e del passato remoto del verbo “avere”?

Elisabetta Bonvino, Perché in alcuni casi il soggetto segue il verbo?

Salvatore Claudio Sgroi, Perché si dice "Se io andassi alla festa mi annoierei" e NON SI DICE "se io andrei mi annoierei" e NEPPURE SI DICE "se io andrei mi annoiassi"? - Sulle Regole e le norme del periodo ipotetico

Anna M. Thornton, Perché "fratelli" è usato sia come plurale di "fratello" che di "fratello" e "sorella" insieme? Perché "uomo" significa sia "individuo di sesso maschile" che "essere vivente appartenente al genere umano"?

Massimo Palermo, Perché in alcuni casi è necessario esprimere il soggetto?

Luisa Corona, Perché il verbo “andare” ha sia forme come “andiamo” e “andate” che forme come “vado” e “vai”?

Giuliana Fiorentino, Perché si dice “la ragazza che ho visto” ma non “la ragazza che le ho parlato”?

Diego Pescarini, Perché il pronome "si" cambia l'ausiliare del verbo da “avere” a “essere”, come in "Carlo ha guardato lo specchio" -> "Carlo si è guardato allo specchio" o “Abbiamo parlato di libri” -> “Si è parlato di libri”?

Andrea Sansò, Perché il passivo in italiano ha tre ausiliari ( essere , venire , andare )?

 

Immagine: Il Parnaso di Raffaello ai Musei Vaticani, che raffigura l'ideale platonico del Bello, via Wikimedia Commons


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