28 giugno 2021

I perché dell’italiano

Perché "fratelli" è usato sia come plurale di "fratello" che di "fratello" e "sorella" insieme? Perché "uomo" significa sia "individuo di sesso maschile" che "essere vivente appartenente al genere umano"?

 

La categoria del genere nelle lingue del mondo

Le domande toccano una questione che non è specifica della lingua italiana, ma riguarda in qualche misura tutte le lingue che abbiano la categoria del genere (cioè, secondo le stime di Corbett 2013, un po’ meno della metà delle lingue del mondo) e nelle quali questa categoria sia organizzata in modo da comprendere tra i suoi valori quelli di ‘maschile’ e ‘femminile’. In molte di queste lingue, tra cui l’italiano, si ha una regola di assegnazione di genere in base alla quale i nomi che designano esseri umani di sesso maschile vanno in un certo genere e quelli che designano esseri umani di sesso femminile in un altro. Così abbiamo padre, marito, fratello maschili, e madre, moglie, sorella femminili. Si capisce dunque che l’uso di sostantivi maschili che includa il riferimento anche a persone di sesso femminile, come nei casi citati nelle domande, desti curiosità.

Questo uso è senz’altro ben presente nell’italiano contemporaneo. Lo documenterò con due esempi che mi hanno particolarmente colpito.

 

Uomini e fratelli

In un’intervista, il naturalista Guido Prola, fratello del regista Ludovico e dell’illustratrice Anna Maria, ha descritto parte del suo lavoro di allestitore di sentieri natura nel modo seguente:

 

(1)        «Lavoro in squadra con i miei fratelli», ci racconta Guido. «In particolare, mia sorella contribuisce alla realizzazione dei pannelli natura che installo lungo i sentieri, dipingendone le immagini. Noi tre fratelli mettiamo insieme le diverse competenze per offrire prodotti diversificati».

 

Nel videomessaggio rivolto a tutto il personale e agli studenti e studentesse dell’Università dell’Aquila l’11 marzo 2020, all’inizio dell’emergenza pandemica, il Rettore Edoardo Alesse ha detto:

 

(2)        L’unico modo per proteggerci e per proteggere le fasce più fragili della popolazione è quello di prevenire il contagio adottando comportamenti efficaci a minimizzare la diffusione del virus: lavatevi le mani ripetutamente, evitate di frequentare ambienti affollati, viaggiate il meno possibile, tenendo a mente che il virus viaggia solo con gli uomini.

 

In entrambi questi testi, si osserva l’uso di un nome maschile (fratelli, uomini) per comprendere sia uomini che donne: Guido Prola quando dice “i miei fratelli”, “noi tre fratelli” vuole comprendere anche sua sorella; Edoardo Alesse quando dice che “il virus viaggia solo con gli uomini” non vuole certo implicare che le donne siano immuni dal contagio.

 

Va osservato che in questi testi i nomi maschili usati con riferimento anche a donne sono al plurale: Guido Prola può dire “noi tre fratelli”, ma non direbbe “mio fratello Anna Maria”.

Quindi la possibilità di usare nomi maschili per riferirsi anche a donne ha dei limiti: funziona, almeno per molti parlanti, in modo abbastanza naturale al plurale, quando si fa riferimento a gruppi misti, che comprendono sia uomini che donne; può funzionare al singolare quando il riferimento non è a un individuo specifico, ma generico, come nell’articolo 575 del Codice penale: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Quando si fa riferimento a singole persone specifiche, invece, in molti casi l’uso del maschile per riferirsi a una donna non è possibile: non diciamo cose come *Maria è padre di due figli, *Maria è fratello di Paola, *Maria è un uomo intelligente, *Maria è amico di Anna, ecc.        

 

Il cosiddetto "maschile non marcato"

Usi come quelli di uomini e fratelli qui illustrati sono interpretati, in linguistica, come manifestazioni di un fenomeno che è stato denominato da Roman Jakobson (1896-1982), uno dei massimi linguisti del Novecento, “uso non marcato” di uno dei due membri di un’opposizione. Jakobson sostiene che

 

di due categorie grammaticali opposte l’una è “marcata” e l’altra “non marcata”. Il significato generale di una categoria marcata consiste nell’affermare la presenza di una certa proprietà A, positiva o negativa. Il significato generale della categoria non-marcata corrispondente nulla esprime che concerna la presenza di A ed è usato principalmente, ma non esclusivamente, per segnalare l’assenza di A (Jakobson [1957] 1978:157-158).

 

Jakobson esemplifica il suo ragionamento considerando una coppia di nomi in russo: suprug ‘coniuge, marito’ e supruga ‘moglie’. In alcuni contesti il nome maschile è usato per riferirsi specificamente a un individuo di sesso maschile, come nell’espressione suprug i supruga ‘marito e moglie’, ma in altri casi, come odin iz suprogov ‘uno dei due coniugi’, il maschile plurale è usato in senso generico, per riferirsi a uno dei due membri di una coppia di coniugi, senza specificare se si tratti del marito o della moglie. Secondo Jakobson, dunque, l’uso del nome di genere maschile suprug può avere un duplice valore: in senso specifico può servire a fare riferimento a un individuo di sesso maschile, ma in senso generico non fa riferimento né al sesso maschile né a quello femminile, è “non marcato”; il nome di genere femminile supruga, invece, secondo Jakobson è sempre “marcato”, implica il riferimento all’individuo di sesso femminile della coppia. Gli usi di uomo e fratelli che si citano nella domanda sarebbero dunque usi “non marcati” del maschile, che non implicano il riferimento a persone di sesso maschile, e possono essere interpretati come comprendenti un riferimento anche a donne.

 

Ma il maschile è davvero "non marcato"?

Sempre più spesso in epoca recente, ma in qualche caso anche già da tempo, non tutti i parlanti di lingue che conoscono il fenomeno del “maschile non marcato” accedono con la stessa naturalezza all’interpretazione generica, inclusiva, “non marcata” dei nomi maschili, e li interpretano invece come riferiti specificamente solo a persone di sesso maschile. Questo provoca a volte reazioni e conseguenze. È ben noto il fatto che Olympe de Gouges (1748-1793) rispose alla Déclaration des droits de l'homme et du citoyen emanata nel 1789 con una Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne. La chiesa cattolica nel 2020 ha sostituito la parola fratelli che appariva in diverse parti della messa e nel testo di diverse preghiere con la formula fratelli e sorelle. L’infettivologo Massimo Galli in una intervista televisiva (a La 7, 13 gennaio 2021) ha dichiarato che “il virus cammina con le gambe delle persone”, evitando l’uso di uomini in un contesto del tutto analogo a quello in cui questa forma era stata usata dal Rettore Alesse. Io personalmente ho reagito con fastidio all’uso di fratelli nella intervista a Guido Prola citata sopra, e di uomini nel messaggio del mio Rettore, sentendo istintivamente che la presenza della sorella di Guido e la mia (come quella di tutte le altre donne) erano oscurate dalla scelta di queste forme maschili, senz’altro “non marcate” nelle intenzioni di chi parlava, ma non sempre recepite come tali da tutti e tutte coloro che ascoltano o leggono un testo che le contiene.

La questione è complicata dal fatto che non tutti i sostantivi maschili si trovano esattamente nelle stesse condizioni: se per evitare di usare uomini in senso “non marcato” sono disponibili alternative come persone, o esseri umani, in italiano per indicare il rapporto che lega persone di qualunque sesso nate dagli stessi genitori non abbiamo un termine unico alternativo a fratelli, come per es. l’inglese siblings o il tedesco Geschwister, come nota Edoardo Lombardi Vallauri (2016). E c’è chi trova l’uso di formule come fratelli e sorelle fastidioso perché troppo lungo, poco economico.

Allargando l’orizzonte a altri sostantivi, troveremmo altre peculiarità e altri problemi.

E molte e molti parlanti sentono comunque il bisogno di usare forme uniche per riferirsi a gruppi di persone che comprendono individui dei due sessi (come i miei figli, i miei studenti, detto anche da chi abbia anche figlie e studentesse).

 

Per concludere

Resta tuttavia il fatto che in molte persone rimane forte il senso di esclusione delle donne provato di fronte a usi cosiddetti non marcati di uomo / uomini e fratelli, e di molti altri sostantivi maschili.

Abbiamo già visto che la possibilità di usare in senso generico, “non marcato”, inclusivo del femminile, diversi termini maschili ha dei limiti (non si dice *Anna Maria è fratello di Guido, ecc.). Nell’epoca contemporanea, in Italia e non solo, questi limiti si stanno ampliando, e l’uso di sostantivi maschili con riferimento a donne o a gruppi di persone che comprendono sia uomini che donne è sempre più spesso percepito come inappropriato, e recepito con fastidio soprattutto da molte donne. Molte e molti parlanti ricercano dunque formule che permettano di non oscurare la presenza delle donne tra i referenti, come fratelli e sorelle invece che solo fratelli, o persone invece che uomini.

 

 

Riferimenti bibliografici

Corbett, G. G., Number of Genders, in M. Dryer e M. Haspelmath (a cura di), The World Atlas of Language Structures Online, Leipzig, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, 2013. (Online: http://wals.info/chapter/30, ultimo accesso 04-05-2021) 

Jakobson, R., Commutatori, categorie verbali e il verbo russo [1957], in  Id., Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1978.

Lombardi Vallauri, E., Possiamo tradurre sibling? Online: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/possiamo-tradurre-sibling/1194, 29 novembre 2016 (ultimo accesso 06-05-2021).

 

La rubrica “I perché dell’italiano: domande e risposte su strutture e usi” è curata da Roberta Grassi e da Enrico Serena. Di seguito gli articoli già pubblicati:

 

Roberta Grassi, Enrico Serena, Presentazione della rubrica “I perché dell’italiano”

Giuliano Bernini, Introduzione

 

Sergio Lubello, Perché le desinenze del futuro e del condizionale sono molto simili, rispettivamente, alle forme del presente indicativo e del passato remoto del verbo “avere”?

Elisabetta Bonvino, Perché in alcuni casi il soggetto segue il verbo?

Salvatore Claudio Sgroi, Perché si dice "Se io andassi alla festa mi annoierei" e NON SI DICE "se io andrei mi annoierei" e NEPPURE SI DICE "se io andrei mi annoiassi"? - Sulle Regole e le norme del periodo ipotetico

 

 

Immagine: Polar stratospheric cloud at Toten, Norway

 

Crediti immagine: Øyvind Holmstad, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons


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